Cento anni di Futurismo

Dal dinamismo alla rassegnazione

Pagine correlate: Futurismo – Manifesto di Marinetti – Boccioni.

Era il 20 febbraio 1909 quando Filippo Tommaso Marinetti pubblicava su “Le Figarò” il manifesto del “Futurismo”, la corrente artistica che avrebbe espresso appieno le speranze e le tensioni del secolo nascente.

L’entusiasmo e lo stupore verso le nuove tecnologie, ed una nuova visione della realtà, fatta di macchine veloci e scintillanti al servizio dell’uomo, sarebbero stati gli elementi propulsivi del pensiero futurista.

Idee e concetti animati dall’inquietudine di trasformare una società lenta e conservatrice, in un mondo fatto di uomini arditi e desiderosi di correre verso un futuro stupefacente e dinamico.

 Le nuove tecnologie avrebbero permesso a tutti di viaggiare o di volare, si sarebbero create nuove meraviglie e dato al mondo nuove risorse ed opportunità. Forse un mondo migliore. Un mondo in cui sarebbe stato consentito a tutti di vivere una vita dignitosa ed intensa.

Quelle energie e quell’entusiasmo vitale che si erano diffuse tra gli artisti e gli intellettuali all’inizio del ‘900 sembrano ormai soffocate e lontane. Le moderne correnti di pensiero (?) configurano una visione materialistica e agnostica del mondo, fatto di violenza ed egoismo, celati sotto un perbenismo apparente e bugiardo. L’Uomo moderno non ha saputo cogliere dal pensiero del ‘900 spunti vitali per una visione armonica della vita. Il materialismo storico e le teorie capitalistiche, hanno concorso nel far sprofondare il pensiero contemporaneo nell’apoteosi edonista lasciando spegnere ogni tentativo di speculazione filosofica sull’Uomo, sulla sua natura e sul suo rapporto con la società e con Dio. Dove è finita quella spinta vitale alla vita temeraria? “Noi vogliamo cantare l’amor del pericolo, l’abitudine all’energia e alla temerità”; dove sono finiti “Il coraggio, l’audacia, la ribellione elementi essenziali della nostra poesia”.

In un tempo in cui non è dato essere eroi o santi, ma solo di svolgere ruoli marginali e spesso inutili per il bene di una società lenta, burocratica e basata su regole lontane dal buon senso, l’impeto, il dinamismo e l’ardimento ci appaiono valori romantici anche se ormai anacronistici e lontani dai nostri riferimenti culturali.

Un nulla vuoto sembra aver preso il posto di quei pensieri e di quegli ideali. Eppure non stiamo parlando di ere remote. Non stiamo parlando di epiche gesta di antichi guerrieri o di cavalieri senza paura, stiamo parlando di una delle correnti di pensiero diffusa quando nostro nonno era un giovane. All’epoca essere giovane era, al tempo stesso, sinonimo di ardimentoso incline all’avventura e alla temerarietà, capacità di grandi sacrifici, o di sfidare la sorte traversando l’Atlantico in cerca di fortuna negli USA. Come è possibile che in solo cento anni sia potuto accadere ciò che è sotto i nostri occhi: un mondo frustrato e rassegnato, popolato e governato da vecchi e da ladri, che ha precluso ogni via di affermazione ai giovani, ogni opportunità, ogni illusione? Persiste solo l’inedia mortale di un mondo opulento e decadente, pervaso di una democrazia ingiusta e velenosa. Gli uomini non hanno più la capacità di accettare la sofferenza, di sacrificarsi o di intraprendere un viaggio verso terre lontane come i nostri nonni. Prigionieri nelle proprie famiglie, in attesa di un evento o di un lavoro che possa liberarli dalle ingiustizie del mondo, prima di dover vendere l’anima al demonio, o languire tra le mura insane di qualche “rispettabile” banca. Le menti migliori sono state soffocate dalla follia e dalla droga e vagano cercando risposte, attaccati al loro cellulare o alla bottiglia, colmi di quel senso di colpa che li fa sentire diversi e soli in un mondo edonista e corrotto.

Dove sono i giovani, gli intellettuali e i filosofi, le anime moleste di ogni società, gli irriducibili, i perseguitati e coloro che hanno trasformato il mondo dai suoi albori? E se anche i letterati, i saggi e gli illuminati sono morti o sono passati al soldo di organizzazioni, non resta che qualche vecchio libro ad aiutarci, qualche pensiero futurista capace ancora di sferzare l’apatia delle nostre vite: “La letteratura esaltò fino ad oggi l’immobilità penosa, l’estasi ed il sonno. Noi vogliamo esaltare il movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno.”

Noi affermiamo che la magnificenza del mondo si è arricchita di una bellezza nuova: la bellezza della velocità “, “Bisogna che il poeta si prodighi con ardore, sfarzo e magnificenza, per aumentare l’entusiastico fervore degli elementi primordiali”.

E allora viva il Futurismo, viva la sana ribellione contro l’affermazione del pensiero borghese, della mediazione ad ogni costo, del pensiero materialista dominante; evviva il coraggio di chi ancora esprime avversità all’omologazione, al ricatto, all’asservimento, ai luoghi comuni ed alla schiavitù intellettuale.

Vincenzo Casolani




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