Accenni sulla teoria del colore

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SENSAZIONI ED EMOZIONI

Se ci si addentra nello studio della percezione dei colori si viene a conoscenza che il nostro occhio ha degli automatismi contro gli sbalzi di intensità di luce e di colore. Sappiamo tutti, che se siamo di fronte ad una forte fonte di luce, le nostre pupille si chiudono per ricevere un’immagine a giusta intensità, che non danneggi la retina. Non tutti però sanno che, se siamo di fronte ad un intenso rosso porpora, il nostro occhio, non volendolo pienamente ricevere (perché troppo intenso), crea un colore opposto ad esso, che lo attenua, rendendolo un po’ più accettabile, cioè gli ” butta addosso” una dose di verde. A ciascuno di noi sarà capitato di trovarsi, per un certo periodo di tempo, dentro un bosco verdissimo. In quei momenti, i nostri occhi si caricano di rosso per poter contrastare l’intenso verde intorno a noi, e, quando ne usciamo fuori all’improvviso, tutto il paesaggio che ci troviamo di fronte, risulta influenzato dal complementare del verde (rosso porpora), per un tempo relativamente lungo (trattasi di qualche minuto). Due colori complementari, accostati l’uno all’altro (es. rosso e verde), vibrano fastidiosamente nella linea di accostamento, perché il nostro occhio forma un rosso da gettare sul verde ed un verde da gettare sul rosso, aumentando esageratamente l’intensità dei colori che si percepiscono.

Esiste un sistema pratico ed infallibile per la ricerca di un colore complementare. Basta prendere un foglio di carta bianca, macchiarlo con il colore di cui si vuol riconoscerne il complementare e, alla luce del sole, fissarlo per circa un minuto. Passato il minuto, bisogna togliere dalla nostra vista il foglio di carta macchiato e sostituirlo immediatamente con uno pulito. Continuando ancora a fissare nella stessa direzione sul nuovo foglio, ci si accorgerà che comparirà il colore complementare, quello cioè che il nostro automatismo ha creato, per attenuare il colore che per un intero minuto é stato sotto i nostri occhi.

I nostri occhi reagiscono sempre quando percepiscono i colori e, a seconda di quello che percepiscono, configurano il loro lavoro e creano in noi diverse sensazioni. Il lavoro degli occhi, per reagire ai colori che gli si pongono davanti é continuo, molte volte semplice, altre volte faticoso, ma può essere anche piacevole o fastidioso. Di fronte ad un quadro ben equilibrato, il lavoro dei nostri occhi é gradevole e noi questo lo percepiamo. Gli occhi, senza che noi ce ne accorgiamo, ricercano tutti i complementari dei colori che sono in esso e li accostano nelle zone limitrofe. Questo continuo giocare degli occhi sui colori del quadro, che é automatico, é un incessante e gradito esercizio per essi. Quando questo esercizio viene fatto su un quadro, con colori sbilanciati o colori che sono accostati male ad altri colori e con molti complementari, esso diventa pesante e fastidioso, tanto che il nostro cervello, ad un certo punto, si rifiuta di continuare l’osservazione. È come far sentire alle nostre orecchie musica di prima qualità oppure musica stonata, o addirittura rumori stridenti. La pittura é musica. Le gamme cromatiche dei colori sono soggette ad alcune leggi, come lo sono le note musicali. L’armonia del colore, non si ottiene soltanto accostando colori seguendo le sue specifiche leggi, ma anche e soprattutto, seguendo i nostri istinti interiori. Dobbiamo imparare a tradurre i nostri sentimenti in colore. 

L’ARTISTA, NOBILE INGANNATORE

I migliori accostamenti di colore sono quelli naturali, cioè quelli provenienti dagli oggetti reali del mondo tridimensionale, perché le gamme cromatiche in essi contenute, si pongono sull’oggetto automaticamente. Sulla tela, le stesse gamme le dobbiamo studiare e creare noi, per dargli quel senso di realtà. Mi spiego meglio. La tela é piatta e noi su di essa dobbiamo creare un inganno. Più grande é l’inganno, migliore é la rappresentazione degli oggetti in essa raffigurati. Prendiamo il caso di una sfera di un ben definito colore rosso; osservandola dal vivo, noi la vedremo tutta rossa. Tutta rossa? Ne siamo certi? Proviamo allora a dipingerla su di una tela con l’aiuto del solo rosso. Otterremo non una sfera, ma un disco piatto. Proviamo a riguardarla più attentamente dal vivo e vedremo che, da una parte é illuminata, dall’altra parte é scura. Ma non solo questo! Aguzziamo i nostri sensi visivi ed osserviamo di nuovo il reale; vedremo che la parte scura non si scurisce di colpo, ma gradatamente e, che il colore della parte illuminata è, non solo più chiaro della parte in ombra, ma anche diverso come tono. Osserveremo che tra il rosso di maggior chiarezza e il rosso di maggior oscurità, ci sono altri colori interposti, addirittura diversi dal rosso e che la parte scura, è influenzata dal colore del piano che si riflette in essa. Quante altre cose potremmo trovarci in questa sfera? Se la luce é quella solare, avremo delle gamme intermedie di un certo tipo, se la luce é quella di una fiamma, avremo altri colori, se la luce é quella artificiale di un neon, avremo altre gamme e così via. Ritornando all’inganno che dobbiamo simulare sulla tela, proviamo ad incominciare con lo scurire il disco rosso con il colore nero, degradandolo via via nella parte non illuminata.

Vedremo che la sfera inizia a prendere forma. La tela non é più piatta. Però non siamo ancora soddisfatti dell’inganno, perché la degradazione non é stata eseguita in maniera opportuna. Per poter degradare verso lo scuro, il colore deve passare attraverso ben specifiche gamme cromatiche, come quelle che vediamo (ma non osserviamo) nella realtà. Le gamme cromatiche che vediamo nella realtà tridimensionale sono automatiche, mentre quelle che dobbiamo apporre sulla tela, sono dettate dal tipo di inganno da costruire, perché applicate ad una tela che è piatta. Quindi, per poter dare l’impressione di avere sulla tela un oggetto colore rosso, noi dobbiamo interporre tra il chiaro e lo scuro, dei colori che sono diversi dal rosso. La cosa più difficile, nell’esecuzione di un quadro realistico, é proprio l’inganno da creare sulla tela, mentre la cosa più facile é quella di essere ingannati noi stessi, dal colore percepito da ciò che ci circonda. Una collina verde vista da lontano, (facciamo attenzione!) ci inganna, perché non dobbiamo adoperare il verde di cui é composta, ma il verde che la collina ci riflette, quel verde attenuato dalla lontananza e dal passaggio attraverso l’atmosfera, che sulla tela deve diventare grigio. Perciò quando dipingiamo, siamo in pieno gioco, tra i colori che percepiamo ed i colori che diamo per scontati appartenere agli oggetti da rappresentare. Molto spesso ci dimentichiamo di essere gli ingannatori! 

Nel parlare della collina , abbiamo accennato alla prospettiva del colore, cioè che, per dare l’impressione che la collina sia lontana e che sia verde, noi dobbiamo adoperare un colore che verde non é. Se noi avessimo messo sulla tela il verde (non quello che percepiamo ma il verde di cui essa é formata), ce la vedremmo avvicinare a tal punto che le cose verdi in primo piano si confonderebbero con essa. Saremo allora costretti a caricare e rendere più intenso il verde in primo piano, ma si arriverebbe al punto in cui diventerebbe impossibile aumentarne l’intensità.

Per quanto riguarda la prospettiva delle forme, vale lo stesso ragionamento dell’inganno che dobbiamo creare sulla tela, per dare l’idea della realtà.

Non mi soffermo sulla prospettiva, perché questo non é un trattato di pittura in genere (o specifico di disegno), ma vorrei insistere sul modo di ingannare l’occhio dell’osservatore della tela. Prendiamo due oggetti perfettamente uguali ed accostiamoli l’uno all’altro. Proviamo a disegnarli e ci accorgeremo che , dal momento che sono della stessa dimensione e che li abbiamo disegnati con le stesse dimensioni, essi risulteranno delle stesse dimensioni. Mettiamoli ad una certa distanza l’uno dall’altro e proviamo a disegnarli di nuovo. Dal momento che sono uguali come dimensioni, li disegniamo con le identiche dimensioni. Sorpresa! L’oggetto in secondo piano diventa gigantesco! Siamo stati ingannati dalla prospettiva delle forme! Ma non siamo noi quelli che devono ingannare? Allora cosa facciamo? Ecco il ragionamento che ha fatto il nostro inconscio nel leggere la tela: dal momento che l’altro oggetto si trova in secondo piano, cioè più lontano, e dal momento che io vedo, sulla tela, un oggetto con la stessa dimensione di quello in primo piano, significa che quello in secondo piano é molto più grosso di quello in primo piano. Allora, se vogliamo noi ingannare l’osservatore della tela disegnando degli alberi, per poter dare l’impressione che il secondo albero sia grande quanto il primo, dobbiamo disegnarlo più piccolo. La prospettiva delle forme, non esiste soltanto nel paesaggio, ma in tutto ciò che é natura.

Ad esempio, nel dipingere un volto in tre quarti, cioè non frontale e neanche di profilo, ma in una posizione intermedia, per poter dare l’idea che i due occhi siano della stessa dimensione, occorre fare l’occhio, che si trova dietro il naso, leggermente più piccolo.

Riassumendo, riguardo la prospettiva del colore e delle forme, possiamo dire in generale che, più i piani si allontanano da noi più i colori diventano grigi, più le forme perdono nitidezza e contrasto, più gli oggetti diventano piccoli, più vengono confusi i colori degli oggetti con i colori dei campi che li contengono, più tutto l’insieme si avvicina alla linea dell’orizzonte, fino a diventare un unico colore ed un’unica forma, più il tutto diventa sfocato e grigio.

Avvicinandosi ai primi piani, avviene l’inverso di tutto quello preso in considerazione appena sopra.

L’infinito, cioè l’orizzonte, é sempre di una tonalità grigia. Avvicinandosi via via verso i primi piani, i colori si rafforzano e si fanno più nitidi, le tonalità si fanno più marcate, le gamme cromatiche si fanno più nette, il chiaro diventa sempre più chiaro dell’orizzonte e lo scuro diventa più scuro dell’orizzonte, le forme diventano più grandi ed i loro contorni più nitidi e netti. Tutto si allontana radialmente dal punto più lontano del quadro cioè dal punto dell’orizzonte, come tanti cerchi concentrici.

Tutto quello appena riportato é una buona regola, che sembra di facilissima applicazione, invece quando siamo alle prese con una tela, la dimentichiamo facilmente e spaziamo in essa, liberi da ogni vincolo. Ebbene, ricordiamoci che è giusto che sia anche così: i quadri, quelli che sprigionano i messaggi più forti, vengono proprio quando la nostra mente si libera automaticamente dalle regole e spazia in tutte le direzioni , senza che la ragione intervenga in ogni momento a correggere la rotta intrapresa. Le correzioni di rotta, purtroppo, vengono percepite dall’occhio, molto spesso inconsciamente e non accettate da esso, e non ci vengono neppure indicate. Quando queste correzioni di rotta (da non confondere con le correzioni di lavoro), si fanno numerose, il quadro é perduto. La correzione di lavoro, cioè il ripassare il colore sopra un qualcosa che si vuole cambiare, se é suggerita dalla nostra libertà di spaziare, é sempre giusta, un po’ meno giusta é quando interviene la nostra ragione, del tutto sbagliata quando interviene una ragione dettata da una mente esterna alla nostra.

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