Vita artistica di Caravaggio e l’itinerario siciliano

(Continua dalla pagina precedente)

L’itinerario siciliano del Caravaggio

Da La Valletta Caravaggio si recò a Siracusa ove l’accolse Mario Minniti, un caro amico che conobbe durante l’ultimo periodo del soggiorno romano.

Qui studiò con grande interesse i reperti ellenistici e romani ritornati alla luce nei pressi della stessa città siciliana. Si narra che durante una visita alla Grotta delle Latomie, accompagnato dallo storico-archeologo Vincenzo Mirabella, l’artista avesse in quell’occasione coniato quel posto con l’espressione di “orecchio di Dionigi”.

57-caravaggio-seppellimento-di-santa-lucia
“Seppellimento di santa Lucia”

Durante il soggiorno siracusano realizzò una pala d’altare con il “Seppellimento di santa Lucia” per la Chiesa di Santa Lucia al Sepolcro, in una rappresentazione sapientemente inserita entro un contesto simile a quello delle vicine grotte che lui tanto ammirava.

Si pensa che durante il suo itinerario l’artista si fosse fermato a Licata, ove avrebbe realizzato il “San Giacomo della misericordia”, attualmente presente nella omonima chiesa, ed il “San Girolamo nella fossa dei leoni”, un’opera che la popolazione impiegava ogni anno nella festa del venerdì santo in ambito agrigentino. [Pierina Augusto La Paglia. Caravaggio a Licata].

La resurrezione di Lazzaro
La resurrezione di Lazzaro

Il Caravaggio passò anche da Messina, ove eseguì la “Resurrezione di Lazzaro”, una grossa tela (380 × 275 cm) con una raffigurazione lugubre e funerea, non del tutto portata a compimento, e l’ ”Adorazione dei pastori”.

A Palermo su committenza della compagnia dei Cordiglieri e dei Bardigli realizzò la “Natività con i santi Francesco e Lorenzo”, ricordata anche dal Bellori. Non sappiamo dove attualmente si trovi, essendo stata trafugata nel 1969 dalla chiesa di San Lorenzo a Palermo, ma è probabile il furto sia stato commissionato dalla Mafia. Ne parlò Marino Mannoia (mafioso e collaboratore di Giustizia) durante il processo Andreotti, ma non c’è la certezza che si trattasse della stessa opera. Dalle ultime notizie (2009) si ricava che l’opera, nascosta precariamente in una stalla fuori città e senza alcuna protezione, fu probabilmente mangiata da topi e dai maiali. I miseri resti della composizione sarebbero stati in seguito bruciati [Lost Caravaggio painting ‘was burnt by Mafia’ in The Times].

Nell’autunno del 1609 il Merisi fece ritorno nella città partenopea e il 24 ottobre , attaccato violentemente all’uscita della Locanda del Cerriglio dagli uomini al servizio del suo rivale maltese, rimase sfigurato. La notizia, che passò di bocca in bocca, si trasformò via via diventando sempre più pesante, tanto che incominciarono a circolare voci premature sulla sua morte [Francesca Santucci, Il volto del gigante: Caravaggio].

Negazione di San Pietro
Negazione di San Pietro

La produzione artistica in questo suo secondo soggiorno partenopeo viene descritta dagli storici con molte sfaccettature, talvolta del tutto discutibili: certamente realizzò il “San Giovanni Battista disteso” (1610), attualmente a Monaco di Baviera in una collezione privata, la “Negazione di san Pietro” (Metropolitan Museum of Art, New York), il “San Giovanni Battista” (Museo Tesoro Catedralicio, Toledo) e il “Davide con la testa di Golia” (Galleria Borghese, Roma), quest’ultimo di grande valore storiografico perché raffigurante il macabro volto dello stesso artista nella figura della testa spezzata del Golia, sorte questa dalla quale esso cercava costantemente di sottrarsi.

Davide con la testa di Golia, cm. 125 x 100, Galleria Borghese, Roma.
Davide con la testa di Golia, cm. 125 x 100, Galleria Borghese, Roma.

Sempre al periodo napoletano sono da riferire i due “Salomè con la testa del Battista” (rispettivamente alla National Gallery di Londra ed al Palazzo Reale di Madrid) uno dei quali realizzato per essere inviato ai Cavalieri dell’Ordine, e le tre tele eseguite per la chiesa di Sant’Anna dei Lombardi di Napoli: “San Francesco in meditazione”, “San Francesco che riceve le Stimmate” e una “Resurrezione”, tutte andate perdute nel 1805 nel crollo di una parte dell’edificio religioso a causa di un devastante terremoto [Papa, op. cit., p. 106].

Il martirio di Sant'Orsola
Il martirio di Sant’Orsola

L’ultima opera di Caravaggio a noi pervenuta è il “Martirio di sant’Orsola” (1610), sempre realizzata in ambito napoletano per Marcantonio Doria, attualmente custodita nel Palazzo Zevallos (Palazzo Colonna di Stigliano) a Napoli [Palazzo Zevallos.com].

Nel frattempo l’artista venne informato che papa Paolo V (1552 – 1621) stava pensando ad una revoca del bando. Appresa la notizia Caravaggio partì da Napoli imbarcandosi su una feluca traghetto, che settimanalmente collegava la città partenopea con Porto Ercole, per viaggiare con più segretezza verso Palo, il feudo degli Orsini a 40 km. da Roma. In quel feudo il pittore avrebbe atteso al riparo da ogni cattiva evenienza il condono papale, poi sarebbe ritornato nella capitale da uomo libero.

Al suo arrivo a Palo – avvenuto in gran segreto e probabilmente a notte inoltrata – suscitò perplessità negli uomini della costa della sorveglianza che ne effettuarono il fermo per i dovuti accertamenti identificativi. La feluca da cui era sbarcato, dovendo rispettare l’orario di arrivo a Porto Ercole non poteva più attendere oltre, quindi ripartì con i vari bagagli del pittore, che contenevano, oltre agli effetti personali, un “San Giovanni Battista” come prezzo pattuito dal Caravaggio con il cardinale Scipione Borghese per l’annullamento della pena capitale ed il ritorno alla piena libertà: quel bagaglio era certamente da recuperare perché di vitale importanza. Quando gli Orsini riuscirono a liberarlo gli misero a disposizione un’imbarcazione con relativo equipaggio per arrivare nel piccolo porto dell’Argentario, distante una quarantina di miglia da Palo, per rintracciare il prezioso dipinto. Al suo arrivo la feluca-traghetto aveva già salpato le ancore e stava facendo rotta per Napoli con a bordo tutte le sue speranze.

Quel lungo e stressante viaggio via mare evidentemente influì sullo stato di salute dell’artista, che in preda ad una forte febbre, dovuta probabilmente ad un’infezione intestinale, fu soccorso e ricoverato nell’ospedale della locale confraternita. Quest’ultima, in data 18 luglio 1610, certificò la morte di Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio. Fu seppellito il 19 giugno nella fossa comune, riservata agli stranieri, nel cimitero di San Sebastiano.

Il condono papale arrivò alcuni giorni dopo presso la residenza della Marchesa Costanza a Napoli.




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *