Citazioni e critica del Novecento su Braque

(citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

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Cosa hanno detto le più autorevoli voci della Storia dell’arte su Georges Braque:

.. Ed ecco Georges Braque. Conduce una vita ammirevole, con passione tende alla bellezza, e la raggiunge, si direbbe, senza difficoltà. Le sue composizioni hanno l’armonia e la pienezza che ci si aspettava ; le sue decorazioni attestano un gusto e una cultura garantite dall’istinto. (G. Apollinaire).

Attingendo in se stesso gli elementi dei motivi sintetici che rappresenta, è divenuto un creatore, e non deve più nulla a ciò che lo circonda. Il suo spirito ha provocato volontariamente il crepuscolo della realtà, ed ecco che una rinascita universale si elabora plasticamente dentro e fuori di lui. Braque esprime una tenera bellezza, e la madrcperla dei suoi quadri irida la nostra comprensione. Un lirismo colorato i cui esempi sono troppo rari lo riempie di un entusiasmo armonioso, e i suoi strumenti musicali è la stessa santa Cecilia a suonarli …

Ma che non si cerchi qui il misticismo dei devoti, la psicologia dei letterati o la logica dimostrativa dei sapienti! Questo pittore compone i quadri secondo la sua preoccupazione assoluta di una novità piena, di una verità piena./E se nel far ciò si appoggia su mezzi umani, su metodi terreni è per garantire la realtà del suo lirismo.   G. apollinaire, prefazione al Catalogo della mostra alla Galerie Kahnweiler di Parigi, novembre 1908.

Braque è un giovane molto audace. Lo sconcertante esempio di Picasso e di Derain l’ha incoraggiato. Forse lo ossessionano oltre misura anche lo stile di Gézanne e il ricordo dell’arte statica degli egiziani. Braque costruisce uomini deformi, metallici, terrighi, figure e case a schemi geometrici — a cubi. Non prendiamoci gioco di lui perché è in buona fede. E aspettiamo.    L. vauxcelles, recensione della mostra alla Galerie Kahnweiler di Parigi, in “Gil Blas”, novembre 1908.

Certo, a Braque manca la versatilità che fa di Picasso un prodigioso compendio vivente di dieci anni di ricerche pittoriche; ma in compenso quanto amore, acuità e delicatezza nelle sue opere specie più recenti! Nature morte raffiguranti agglomerazioni d’oggetti casalinghi su una tavola, istrumenti musicali, poma, stoffe e stoviglie, fruttiore colme di frutta, nelle quali le sfaccettature di cristalli, i riflessi dei legni e degl’intarsi, lo spiegazzamento dei tessuti creano una magia prismatica che fa pensare a quella solitària dei ghiacciai alpini.

E sono quell’amore e quella delicatezza appunto che differenziano il francese dallo spagnolo. Picasso, pieno lo spirito di un fuoco quasi barbarico, racchiude nelle basse tonalità e nel disegno apparentemente algebrico dei suoi quadri la violenza sorda del dramma; Braque con la sua tecnica appena appena iceno rigorosa ottiene una sorta di calma musicale piena di leggerezza ad un tempo e di severità. Ma tutt’e due insieme senza tradire la rispettiva origine, e anzi ricollegandosi con la più profonda tradizione delle loro stirpi, inaugurano una scuola d’arte certo non facile per il momento ad esser compresa, ma degna e capace di un glorioso avvenire.    A. soffici, Picasso e Braque, 1911.

Preoccupato all’estremo di rendere non l’effetto effimero del colore, ma la sua medesima essenza, Braque fa intervenire nei quadri materiali extrapittorici. Crea così composizioni ingegnose in cui le parti giudicate importanti sono rese con carta e non rappresentano più la realtà, ma l’incarnano confondendosi con essa …

Braque dipinge senza modello. Invece di disporre sopra un tavolo gli elementi di una natura morta e di lavorare poi su questo” motivo prestabilito, compone direttamente sulla tela e immagina i suoi motivi per obbedire soltanto alle leggi del quadro … Nella sua qualità di pittore, vede la realtà come colori e forme e non come oggetti. Mentre Matisse riconduce a macchie colorate gli oggetti che stanno intorno a lui, Braque trasforma in oggetti le macchie di colore che impressionano la sua visione … Braque è un pittore che pensa, vede e si esprime da pittore. Non è un giocoliere dell’astrazione: risolve i problemi plastici da buon artigiano, di fronte al cavalletto e coi pennelli  in mano.       W George, Georges Braque, in “L’Esprit Nouveau”, marzo 1921.

Si cercherà invano la natura nelle composizioni di Braque. Essa, schiacciata dalla scienza del pittore, è fatta di riflessione, misura, riservatezza. La sua tavolozza è un’enciclopedia; lo studio, un laboratorio dove, pazientemente, sotto i suoi occhi, che agiscono come proiettori e microscopi potenti, i colori costruiscono la nostra espressione. In essa ci riconosciamo con fastidio … Un naturalismo sfrenato si innalza da quest’arte astratta, la cui materia severa e consapevole sventra la nostra intellettualità. E lo spettacolo che ci si presenta sgomenta per la sua nitidezza.

Perché il linguaggio di Braque è fatto di precisione, di chiarezza; il metodo attraverso cui si esprime lo accosta alla natura morta francese del secolo XVIII. Benché l’artista scavi, interroghi il suo inconscio, tragga dal mondo astratto le sensazioni più complesse, il dipinto che materializza queste sensazioni — per quanto nervoso e frantumato possa sembrare — rimarrà sempre impregnato di sicurezza, sangue freddo, chiarezza. I mezzi espressivi sono così calcolati, la loro precisione è così sottile che talvolta si teme che Braque finisca per lasciarsi condurre verso un’eleganza solo esteriore, verso la decorazione.   G. isarlov Georges Braque, 1932.

L’affascinante sensibilità, il buon senso, la stessa modestia del suo genio, modestia per la quale questo francese puro si oppone alla mancanza di misura, tutta barocca, dello spagnolo Picasso, dovevano salvare il cubismo dall’astrazione e condurre alla resurrezione degli oggetti, intelligibili compagni dell’uomo. Lontano dal perfido plein air come delle geometrie troppo pure, Braque si adoperò a perseguire quegli accordi per i quali i frutti della terra si uniscono alle coppe e ai piatti che un’in­dustriosa tenerezza ha preparato a ricevere. Da qui provengono tante composizioni semplici e solenni che soddisfano insieme ragione e cuore, e che, per il loro impasto di grazia e maestà, il loro sereno equilibrio, la loro pienezza, evocano non so quale atmosfera Luigi XIV, e ciò che v’è di più armonioso e com­pleto nella bellezza francese. Niente di asciutto, ma al contrario una abbondanza misurata, forme insieme possenti e calibrate, un tratto sinuoso, per nulla perentorio, che indica e propone ma anche sente spesso il bisogno di rafforzarsi e raddoppiarsi : e tutta questa timidità non è che un segno ulteriore di una forza consapevole, che si contiene, e per maggiore grandezza assume l’aspetto della delicatezza. Anche i toni sono squisitamente de­licati, di una sobrietà incantevole. Si è detto tutto dei bruni e dei verdi, scelti mirabilmente, mirabilmente variati e la cui auste­ra varietà è sottolineata dalla varietà della materia usata. Qui trionfa l’ingegnosità dell’artigiano : essa si vale di tutta una gam­ma di sostanze, dallo strato cromatico uniforme e ben steso fino alla preparazione raffinata dove l’elemento granuloso della sab­bia si mescola alla corposità della pasta.   J. cassou, Braque, Marcoussis et Juan Gris, in Histoire de l’art contemporain, 1935.

Che si voglia o no, il cubismo d’anteguerra, con le sue di­stinzioni ‘analitiche’, ‘ermetiche’ o ‘sintetiche’, consisteva in una serie di teoremi dei quali, nel 1918, bisognava ancora trovare la soluzione. Si doveva ormai concretare l’esperienza cubista. A ciò s’applicherà Braque, che prima completerà i suoi originar! pensieri convenendo che l’emozione può a sua volta correggere la regola, e allora compariranno nuovamente l’antico adepto della luce impressionista e l’antico fauve, nella felicità di una libera tavolozza così ritrovata. La regola che aveva imposto i monocromi e le ‘tele di ragno’ (Delaunay dixit) del cubismo d’anteguerra verrà sconvolta dall’improvvisa irruzione di una orchestra potente, ricca e profonda, che tuttavia resterà total­mente armonica. Nulla di comune, è naturale, coi toni virulenti di Picasso : Braque si mantiene a distanza dal tono puro …

Il ritorno al rispetto di certe apparenze si alterna in Braque con composizioni più astratte. Senza dubbio, il cubismo ana­litico ha fatto il suo tempo per Braque come per tutti i cubisti. Ma come accade anche ai sistemi filosofici più tipici, il cubi­smo sopravvive indipendentemente dai suoi creatori. Questi hanno un bei voler scuotere il giogo; vivono nella sua atmo­sfera nonostante le contraddizioni apparenti. Braque rimane anticubista come Pascal era antigiansenista. Se talvolta ricorre a incitazioni realiste, lo fa alla maniera di Delacroix, sostenendo che ciò che vi è di maggiormente reale sono le illusioni che io creo”. Ed è per questo che l’opera di Braque rimane così commovente nella sua delicatezza imperiosa e nella potenza della sua seduzione.   M. raynal, Après le cubismo, in Histoire de la peinture moderne, 1950.

Dopo qualche mese di tentativi, verso la fine del 1918 Braque ritrova la completa padronanza di uno stile che d’ora innanzi si svilupperà su basi proprie, per svolgimenti e ‘variazioni’. Risolti i problemi tecnici e costruita una sintassi, la stessa visione si libera nella sua energia allucinante. L’allucinazione, alla quale Braque si abbandona con crescente disponibilità – “impregnazione, ossessione, allucinazione”, così riassume egli stesso — distrugge insieme la coscienza del soggetto e la convenzione dell’oggetto, il loro falso dualismo, restituisce il mondo agli scambi dinamici, al flusso inesauribile delle analogie e delle metamorfosi. La disciplina del cubismo sintetico si riconcilia con la spontanea freschezza degli oggetti che paiono venire da soli incontro alle forme che li suscitano. “Ho la preoccupazione” dice Braque “di mettermi all’unisono con la natura piuttosto che di copiarla” – o di dominarla. La tensione costruttiva dell’anteguerra, con le sue fasi articolate, è scomparsa; il processo intimo della creazione entra in un accordo così perfetto da risultare invisibile, senza inizio ne fine, e solo i Carnets de dessins iniziati proprio nel 1918 e conservati gelosamente dal pittore, svelano un poco del suo segreto, del suo metodo allusivo di comporre …

Lo svolgimento di Braque dopo la guerra non segue più la stessa progressione metodica di prima. Egli ha preso l’abitudine di elaborare diverse tele simultaneamente, durante mesi o anche anni, conducendole avanti, talvolta seguendo una sola idea, talaltra in stili opposti, secondo imprevedibili mutamenti, bruschi o lenti. La sua opera non procede più per tratti regolari, ma come un fiume ingrossato che disegna i meandri senza tradire il percorso ordinario, si sviluppa per cicli ineguali sebbene legati organicamente, e spesso accavallantisi fra di loro. La sua produzione anzi si divide in due categorie distinte: numerose tele di piccole dimensioni, … bei pezzi di pittura per amatori, secondo la migliore tradizione artigianale francese, e opere più vaste e complesse che attestano non soltanto un’esecuzione insuperabile, ma anche la presenza di un creatore sempre all’erta. Sono questi cicli maggiori, dispersi, meno conosciuti, e alcune composizioni isolate di valore determinante, che bisogna prendere in considerazione per misurare adeguatamente il genio di Braque e la sua invenzione profonda.       J. leymarie, Braque, 1961.

Certo, neppure l’opera di Braque si pone, dal principio ad oggi, come identica a se stessa: ma le sue rigenerazioni, e le impennate come le discese, sono sempre rapportabili ad un riproporsi del problema figurativo nell’ambito della forma e non in quello dell’espressione. Donde si vede Braque costeggiare la mareggiata surrealista quasi senza bagnarsi. Sarà solo in base ad appigli di invenzione formale, se talora si potranno riconoscere in lui, e in modo sporadico, spunti surrealisti picassiani o le sinuose e amebiche forme di Arp o di Mirò. Talora, soprattutto negli ultimi anni, il graduale spogliarsi della forma fino alla contrapposizione elementare di zonature piatte, porterà piuttosto Braque ad avvicinarsi alle posizioni di Matisse, ma, assai più che quel che l’esperienza spaziale di Matisse si fosse giovata del cubismo, anche in cedeste estreme riduzioni di Braque sarà agevole riconoscere un esito, non un’inversione di rotta … La recente pubblicazione di una parte dei gelosi Carnets di Braque ha documentato che non esistono due filoni, in Braque, ma una sola ed unica elaborazione, per i disegni come per le incisioni, le pitture, e anche le sculture. Insomma quel doppio corso che, ad esempio, non farà mai a meno di stupire in un artista come il Pisanello, per nessuno esiste meno che per Braque. Di questa sua capacità di impegnare ogni volta se stesso senza residui, fu già una dimostrazione eloquente la naturalezza con cui si seppe giovare, fin dall’inizio, della propria esperienza o retaggio di pittore-decoratore, specializzato in finti marmi e in finti legni. È proprio con lui principalmente, che si inizia, nell’arte moderna, quel moto di ascensione della materia a forma, che ancora non è terminato, sol che si pensi alle nuove fortune del collage, e ai maggiori come Burri e Dubuffet. Ne di questa redenzione della materialità oggettiva è minore testimonianza nelle incisioni, dove, appunto perché lì non si può dare la materia in proprio, il suggerimento non passa subito a quello per cui la materia si vuoi far valere — zona di colore spazializzata, particolare graduazione nell’emissione di luce -ma si tenta a ricostituire in primo luogo il suggerimento della materia in sé, che poi a sua volta varrà come attributo formale.   C. brandi, Georges Braque. L’opera grafica, 1962.

Senza gridarlo ai quattro venti, Braque riscopre il mondo, ma dall’interno, e vediamo che ne recupera tutto il valore attraverso il lirismo sempre più preponderante della sua meditazione. Raduna gli oggetti famigliari, ne fa una sorta di inventario; gli arnesi che ha sotto mano, le cause d’emozione stampate nella memoria, sino alle figure arcaiche, il ricordo di quelle belle linee che il suo occhio aveva esaminato al Louvre sulle coppe attiche o sulla pietra dei sarcofaghi, insomma tutto ciò che la memoria gli riporta di utile, di evocatore, egli lo annette, insieme agli ornamenti figurativi della ceramica cretese e delle decorazioni micenee, a ciò che ha sotto gli occhi e a portata di mano nel suo studio, arricchitesi un poco dopo l’ascetismo cubista. D’ora in poi, sarà l’immaginazione a governare ogni cosa: è essa che guida, senza però che l’impulso creativo trascini mai il soggetto al di là della sua vibrazione. L’arte di Braque non permette che il dinamismo si esaurisca in una evasione di sogno. Sogno, no; ideale, neppure; speranza, quanta si vuole, ma suscitata dalla presenza di un’allusione costante al reale. È qui che quest’arte, facendosi pittura, ma sacrificando il modellato alla modulazione, diviene fonte di armonie inimitabili, la cui potenza di differenziazione si accresce di giorno in giorno attraverso combinazioni squisite di forme e di colori, indipendenti e simultanee, dove l’affermazione di Cézanne si rivela controllabile come nelle opere dello stesso maestro di Aix, cioè che “la forma è in rapporto alla sua pienezza come il colore alla sua intensità”. Non è qui che si ricompone tutta l’arte pittorica, e che Braque inventa un nuovo classicismo?    S. fumet, Georges Braque, 1965.




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