Le lettere di Bronzino a Benedetto Varchi e a Michelangelo

Le due lettere del Bronzino

Lettera al Varchi

Al molto dotto M. Benedetto Varchi mio onorando

II proponimento mio, M. Benedetto vertuosissimo, è di scrivervi, in quel modo, ch’io saprò più chiaro e breve, quale delle due più eccellenti arti, che con le mani si facciano, tenga il grado principale, e queste saranno la pittura e la scultura; e prima ponendo le ragioni dell’una e poi quelle dell’altra, le verrò comparando insieme, e così si potrà vedere a quale di loro si debba l’altra preporre. E perché io inten­do d’accostarmi dall’una delle due, come in verità mi pare accostarmi alla più vera parte, cioè dalla parte della pittura, pigliare per ora la sua difesa, ponendo nondimeno le ragioni della parte opposita fedelmente, e con quanta verità più per me si potrà; materia in vero molto difficile, che arebbe bisogno di lunga e diligente considerazione: ne io prometto però parlarne a pieno, ma, come io dissi, più chiaro e più breve, che io potrò.

Sogliono adunque quegli, che delle sculture sono o artefici o partigiani, addurre fra l’altre loro ragioni che la scultura par essere più perpetua che la pittura, e per questo volere che ella sia molto più bella e più nobile, perché dicono che, quando dopo lunga fatica si conduce a somma perfezzione qualche opera, durando lungo tempo tanto più si viene a godere, e così viene più lungamente a rifrescare la memoria di quelli tempi ne’ quali o per quali ella fu fatta;

adunque è più utile che la pittura. Dicono ancora che con molto maggior fatica si fa una statua che una figura dipinta, per rispetto del subbietto durissimo, come sarebbe marmo o porfido o altra pietra; et ancora aggiungano che, non si potendo porre onde si leva, talché, avendo storpiato una figura, non si può più racconciare, e la pittura potendosi infinitamente e cancellare e rifare, essere di molta più industria et aver bisogno di molto più giudizio e diligenza che la pittura, e per questo essere e più nobile e più degna. Aggiungano che, dovendo ambedue le dette arti immitare et assomigliarsi alla natura, lor maestra, e la natura faccende le sue operagioni di rilievo e che si possano toccare con ma­no; e così, dove la pittura solo è obbietto del vedere e non d’altri sensi, la scultura, per essere cosa di rilievo altresì, in che modo somiglia la natura, non solo del viso, ma è ancora subbietto del toccamente, e per questo, essendo conosciuta da più sensi, sarà più universale e migliore. Dicono appresso che, dovendo farsi dagli scultori quasi sempre le statue tonde e spiccate intorno, o vestite o ‘gnude che siano, bisogna aver sommo riguardo che stiano bene per tutte le vedute, e se ad una veduta la loro figura ara grazia, che non manchi nell’altre vedute, le quali, rivolgendosi l’occhio intorno a detta statua, sono infinite per essere la forma circolare di tal natura; dove così non avviene al pittore, il quale non fa mai in una figura altro che una sola veduta, la quale sceglie a suo modo e, bastandogli che per quel verso che la mostra abbia grazia, non si cura di quello che arebbe nell’altre vedute, che non appariscono; e per questo esser di nuovo più dificile. E seguitando alla sopradetta ragione, dicono che molto è più bello e dilettevole trovare in una sola figura tutte le parti che sono in uno uomo o donna o altro animale, come il viso, il petto e l’altre parti dinanzi, e volgendosi trovare il fianco e le braccia e quello che l’accompagna, e così di dietro le schiene, e vedere corrispondere le parti dinanzi a quelle dallato e di dietro, e vedere come i muscoli cominciano e come finiscano, e godersi molte belle concordanzie, et insomma girandosi intorno ad una figura avere intero contento di vederla per tutto; e per questo essere di più diletto che la pittura.

Vogliono ancora innalzarla con dire la scultura esser molto magnifica e di grandissimo ornamento nelle cittadi, perché con quella si fanno colossi e statue, sì di bronzo e sì di marmo e d’altro, che fanno onore agli uomini illustri et adornano le terre e pongon voglia, negli uomini che le veggano, di seguitare l’opere virtuose per avere simili onori, onde ne segue grandissima fama e giovamento. Ne mancano di dire che bisogna essere molto avvertito nelle sculture d’osservare tutte le misure, come di teste e braccia e gambe e di tutte l’altre membra, per esservi la riprova sempre in pronto, ne si potere difraudare misura alcuna, come se può nelle pitture, dove non è tanta riprova, ne essere di manco contento che difficultà trovarle in essere reale e da poterle misurare a sua voglia, il che della pittura non avvien sempre; e per questo la scoltura esser cosa manco fallace e più vera. Mostrano ancora che la scultura, oltre alla grandezza dell’artifizio, sia di non piccolo utile, potendosi servire di sue figure per reggere, in cambio di colonna o di mensole, o sopra fontane per gittar acqua, o per sepolture, o per infinite altre cose che si veggiono tutto il giorno, dove della pittura non può farsi altro che cose finte e di niuna utilitade, altro che di piacere; e per questo essere più utile la scultura. Dell’altra parte, cioè dal canto della pittura, non mancano le risposte a tutte le ragioni addotte dalla scultura, anzi pare, a quegli che la pittura favoriscano, averne molte più; e dicono, rispondendo quanto alla prima ragione, dove si dice la scultura essere più durevole per essere in più saldo subbietto, che questo non si debbe attribuire all’arte, perché non è stato in poter dell’arte il fare il marmo o “l porfido oItre pietre, ma della natura, ne in questo si conviene a -“^ lode alcuna di più, se non come se il suo subbietto fosse terra o cera o stucco o legname, o altra materia manco durabile, esercitandosi, come ognuno sa, solo l’arte nella superfìcie. Rispondono ancora alla seconda ragione in questo modo, dove gli scultori adducano la difficultà tanto divolgata, cioè di non potere porre, ma solo levare, et essere gran fatica a far tale arte per avere le pietre dure per subbietto; rispondono — dico — che, se vogliono dire della fatica del corpo circa lo scarpellare, che questo non fa l’arte più nobile, anzi più presto gli toglie dignità, perché quanto l’arti si fanno con più esercizio di braccia o di corpo, tanto più hanno del meccanico, e per conseguente sono manco nobili; che, se ciò non fosse, sarebbero da lodarsi per arti belle infinite che sono tenute a vile, come gli scarpellini che lavorano alle cave o che scarpellano le strade, o quegli che zappano, o scamatini o maniscalchi o simili; ma se vorranno dire della fatica dell’animo, dicono che non solo la pittura gli è eguale, ma la trapassa di gran lunga, come si dirà più di sotto. E dove dicono non si poter porre quando si sia troppo levato, dicono che, quando si dice scultore o pittore, s’intende eccellentissimo maestro o in pittura o in scultura, perché non si deve ragionare di quegli che solamente sono nati per vituperare o l’una o l’altra arte; onde non si dee credere che uno scultore eccellente levi dove non bisogna, perché altramente non farebbe quello che ricerca l’arte, ma farà il suo modello tanto fornito, dove potrà aggiugnere e levare molto più facilmente che il dipintore, e di poi, trasportandolo all’opera con fedeli misure, non ara di bisogno di porre per aver levato troppo. Ma quando pure volessi o gli bisognassi porvi, chi non sa che acconciamente possano? Or non si fanno i colossi di molti pezzi? Et a quante figure si rifanno i busti e le braccia e quello che manca loro! Senza i tasselli, che si veggiano in dimolte figure, che sono uscite nuove con simili toppe di mano del loro artefice, sì che ne in questo consiste l’arte, perché quando una figura sia d’infiniti pezzi, pur che stia bene, non da noia alla bontà dell’arte. Dicano, rispondendo alla terza ragione, che bene è vero che ambedue le dette arti si fanno per imitare la natura, ma quale delle due più conseguiscano l’intento loro, risponderanno più di sotto; solo dicono che, per questo, non imitano più la natura per far di rilievo che altrimenti, anzi tolgono la cosa che già era di rilievo fatta dalla natura, onde tutto quello che vi si truova di tondo o di largo o l’altro non è dell’arte, perché prima vi erano e larghezza et altezza e tutte le parti che si danno a’ corpi solidi, ma solo è dell’arte le linee che cercondando detto corpo, le quali sono in superficie; onde, com’è detto, non è dell’arte l’essere di rilievo, ma della natura, e questa medesima risposta serve ancora dove dicano del senso del tatto, perché il trovare -la cosa di rilievo di già è detto non essere dell’arte.    il bronzino

Lettera a Michelangelo

Al mag.co et ecc.mo Messer Michelagnolo Buonarroti, mio sempre osser.mo, a Roma

Molto magnifico et eccellentissimo inesser Michelagnolo, Signore e maggior mio ecc. [sic], Jeri, che fummo alli due del presente, mi trovò un nipote di V. S., del quale non so il nome, e mi dette nuove del vostro bene stare, le quali mi furono sopra modo carissimo e con questo per farmi passare ogni termine d’allegrezza aggiunse, come voi insieme con alcuni altri mi mandavate a salutare, come benigno et amorevole che mi foste sempre. Della quale amorevolezza e cortesia, ancora che io ne sia poco degno, con ogni mio potere vi ringrazio e prego quello da cui ogni bene e salute procede, che per me ve ne renda tante saluti quanto io per me desidero, e quanto mi pare che meritino gl’infiniti meriti vostri. Messer Michelagnolo mio, sallo Iddio quanto io ho sempre amato e reverito le grandissime et incomparabili virtuti vostre, e come sempre ho desiderato che V. S. mi comandi, e quanto io abbi avuto sempre voglia di scriverle una volta, e quante volte io abbia cominciato ; ma non mi parerido essere ne degno a ciò ne in parte alcuna sufficente, me ne sono stato, riserbandomi solo l’amore nel mezzo del cuore in verso di voi e lo stupore de’ vostri altissimi meriti, e così tacitamente me ne son passato. Ma ora, essendomi venuta questa troppo grandissima occasione, non me ne sono potuto tenere, perché non mi pare però ragionevole che, avendo io sempre riconosciuto da voi tutto quello, ancora che per mio difetto sia poco, che io so e vaglio, e perciò tenermi, anzi essere e sua creatura e discepolo et in somma tutto suo, che almeno stimulato dalla sì grande umilità vostra, io non gle le facessi in così lungo tempo a sapere, che per questa mia si facesse; la qual vorrei che nel vostro cortesissimo et amorevolissimo animo fusse di tanto valore, che quella per tale mi riputasse e, se io non chieggo troppo, mi desse qualche volta occasione d’accordare i fatti con le parole, li quali forse sarebbero tali, che mi varrebbono sopra ogn’altro testimonio. Io non voglio più tediare il modestissimo animo vostro, ne occuparlo con lungo scrivere, ma solo pregarla che non li sia grave ancora di leggere il presente sonetto, che io con questa le mando, e che l’altissima umiltà di quella in salutare così bassa persona m’ha tratto della penna; offerendomi per quanto io vaglio, mentre arò vita a V. Cortesissima S.”, alla quale io prego il Nostro S.” Iddio che doni ogni bene et ogni perfetta felicità. Di Fiorenza alli III di maggio MDLXI.

Per il di V. S.* Ecc.mo affezzionatissimo e per servirla

agnolo bronzino PITTORE




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