Citazioni e critica nei secoli su Annibale Carracci

 (citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

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Quello che ha detto la critica ufficiale della Storia dell’arte di Annibale Carracci

Chi die l’esser al nulla,

Ecco, che’n nulla è sciolto.

Chi le tele animò, senz’alma giace,

Al gran pittor che porse

Spesso a i morti color senso vivace,

Morte ogni senso ogni colore ha tolto:

Ben tu sapresti or forse

Farne un altro Natura eguale a quello,

S’havessi il suo pennello.    G. B. marino, la morte d’Annibale Carrocci, 1619

Fu pittore universale, sacro, profano, ridicolo, grave e vero pittore poiché faceva di sua fantasia senza tener il naturale davanti; benissimo compositore, espresse gl’affetti et hebbe gran decoro. Alcuni credono che dipengesse più fresco e con maggior dolcezza mentre fu in Bologna, e cercan di demostrarlo con la S. Margherita in S. Catherina d,e’ Funari fatta in Bologna et della Coronation della Madonna sopra il medesimo quadro fatta a Roma, ma credo che sempre operasse bene, e la Coronatione è fatta in un subito e forse di suo disegno, ma non de suo pennello.   G. mancini, Trattalo della pittura, 1620.

Annibale Caracci, havuti li buoni ammaestramenti da Ludovico suo cugino, e maggiore d’età di già valent’huomo, e in buon credito da lui fu messo per la via di riuscire nella dipintura eccellente.G. baglione, Le vite de’ pittori, scultori et architetti…, 1642.   

Annibale ancora fece in Bologna l’Assunta nel Tempio de’ Padri Francescani; ove si vede, quanto egli all’hora seguitasse, e imitasse la maniera del dipingere usata dal Coreggio. Andò poi a Roma, ove si compiacque sommamente dell’opere nobilissime di Raffaello, e della dolcissima sua maniera; e lo seppe tanto assecondare, che ne riuscì ad eminenza di gran perfettione: indi poi si ridusse a quella bellissima maniera, propria di lui, e la quale è detta la maniera, e lo stile del Carraccio. A prova di che basta ricordare la bella, e ammirabile Galleria, che si vede in Roma nel magnificentissimo Palazzo de’ Sere-ciss. Farnesi. Rimase egli ancora appagato molto de’ bellissimi concetti di Michel’Angelo Buonarroti, e lui parimente volle imitare; onde avvenne, che assecondando Allibale i due detti valent’huomini, parve, che deponesse la sua prima maniera, con che imitato haveva, e assecondato l’eccellentissimo Coreggio.   […] Queste due differenti impostazioni che si allontanano entrambe dalla disciplina esatta e rigorosa dei primi Maestri, gettavano tutti pittori in un assoluto libertinaggio; e si può dire che la bella Arte della Pittura si sarebbe presto perduta, se il Cielo non avesse fatto nascere Annibale Carracci, per salvarla dalle mani di coloro che la trattavano così male.    A. félibien, 1666-88.

Siamo obligati a gli studij, e alla sua eruditio-ne, venerandolo come ristauratore, e principe dell’arte restituita, e inalzata da lui nuovamente alla vita del disegno, e del colore, raccogliendola per terra in lombardia, e in Roma. Si accordò principalmente alla soavità, e purità del Correggio, e alla forza e distributione de’ colori, di Titiano, e dalla naturale imitatione di questo maestro passò alle più perfette idee, e all’arte più emendata de’ Greci, perche quali statue di Agatia, o di Glicone farai superiori a quelle sue finte di chiaroscuro nelli modelli de’ Termini della Galeria Farnese? quali Hercoli, o se ti pare giganti di Michel Angelo preporrai a gli Hercoli e Politemi da lui dipinti. Mostrò egli il modo di far profitto da Michel Angelo, non da altri conseguito, e hoggi affatto abbandonato; perché lasciando la maniera, e le anatomie del Giuditio, si rivolse, e riguardò li bellissimi ignudi de’ partimenti nella volta di sopra; e con eguai lode, gli espose nella Galeria. Dedicossi a Raffaelle, e da questo, come da suo maestro, e guida nelle storie, migliorò l’inventione, e si distese a gli affetti, e alla gratia della perfetta imitatione. Il suo proprio stile fu l’unire insieme l’idea, e la natura, accumulando in se stesso le più degne virtù de’ maestri passati; e parve che la gran madre per sua cagione, non si curasse di accrescere sopra se stessa l’audacia, e la gloria dell’arte.    G. P. bellori, Le vite de’ pittori, scultori et architetti moderni, 167….

Colà portatisi in tanto, e ravvisando di motte Opere ad Ogiio sparse per quella Reggia, l’abbatterono al fine nella famosa non meno, che ammirabile Galleria, dipinta a fresco, quale per sempre ad onta dell’invidia sarà eternamente apprezzata per un singolar portento del Pennello del grand’Annibale Caracci, poiché fl disegno in essa in compagnia d’un perfetto colorito, eccellentemente trionfa, e gli Artificio le Maestrie, e le vaghe inventioni vie sempre per quelle pareti, per meraviglia d’ogn’ingegno, ad ogn’hora risplendono.    L Scaramuccia “Le finezze dei pennelli italiani” 167…

Tali e tante sterminate fatiche fec’egli, però solo in questa Galleria, sforzando troppo il naturai suo talento; dando perciò nello statuino un poco anch’egli, e perdendo quella risoluzione veneziana e lombarda che colà manca, e di che tanto abbondava, poco fidandosi del suo gran sapere. C. C. malvasia, Felsina Pittrice, 1678.

D’anni 18 comparve in pubblico con due tavole d’Altare; per meglio francarsi in quella vasta maniera imparata, volle in persona vedere l’opere più famose di Parma, e di Venezia, tornando cosi erudito, che superati tanti emoli, che lo dispregiavano, come scorretto, e ladro dell’altrui fatiche, ebbe l’onore d’essere ricercato da Principi, e da qualificati Signori. Col tempo aggiunse a tanti studj la veduta di Roma, che moderò quel gran fuoco, e l’avvalorò di grazia tanto singolare, che applicato alla famosa Galleria Farnese, riuscì l’opera più magnifica, che uscisse mai dai suoi pennelli. È indicibile il riferire i disegni, ed i tanti quadri, in grande, in piccolo, a olio, e a fresco, sì publici, come particolari, che dipinse; le stampe, e gli Autori ne danno però gran contezza; in quelli si leggono i dolci prezzi, per i quali lavorò; la modestia, con la quale visse: il vestire dismesso, e quasi abjetto; la naturale semplicità j il contragenio con Agostino. P. orlandi, Abecedario pittorico, 1719.

 […] Annibale Carracci è senza dubbio uno dei più grandi disegnatori di ogni tempo. P.J. mariette,  1741.

I disegni di Annibale Carracci sono molto apprezzati per la grande precisione e l’imitazione perfetta della natura. Una sorprendente facilità eguaglia in lui la fermezza del tocco, i suoi paesaggi e i suoi personaggi sono ammirevoli.    A. J. d’àrgenville 1745.

Circa cinquant’anni dopo Raffaello prese a fiorire la scuola dei Carracci […]. Costoro erano eclettici e cercarono di unire la purezza degli antichi e di Raffaello e la sapienza di Michelangelo con la dovizia e l’abbondanza della scuola veneziana, specialmente di Paolo [Veronese], e con la gaia pennellata lombarda del Correggio.    J. winckelmann, Abhandiung von der Faehìgkeit der Empfindung des Schoenen in der Kunst, 176.

Mandò al Mondo per istabilirle l’Impero un nuovo Triumvirato nella cara unione di tre Fratelli degni d’ogni lode, il primo Lodovico, che diede lume così bello, Annibale et Agostino Caracci, nati in Bologna. Questi appresi gli alimenti primieri dalla Scuola di Lombardia sotto gl’insegnamenti del Tintoretto sostenuti da un bei genio et addottrinati dal loro buon gusto naturale del quale non se ne prende lezione, che con l’acutezza d’un raffinato intelletto, fecero a poco, a poco risorgere la Pittura alla cognizione delle sue smarrite sembianze. G. B. passeri, Vite de’ pittori, scultori et architetti…, 1772.

 […] Annibale variava poco le forme, e dove Corteggio faceva i contorni ondati, egli li faceva circolari, e non mai convessi. Non dico niente del Colorito, perché mai i Carracci vi si resero insigni; furono anzi sempre opachi. […] Annibale […] riunì lo stile delle Statue antiche colla grandiosità di Lodovico; ma disprezzò le sottigliezze dell’Arte e le riflessioni filosofiche. A. R. mengs, Opere, 178

I Carracci furono in pittura ciò che gli eclettici furono in filosofia. Essi cercarono le qualità delle varie scuole allo scopo di riunire in sé tutte quelle perfezioni che forse è possibile immaginare riunite solo idealmente. F. W. B. von ramdohr, 178.

La Galleria [Farnese] è l’opera più importante di Annibale Carracci; la si considera tra gli esempi più insigni di bella pittura, e quasi a pari delle più grandi opere di Raffaello, che pure non sono d’un così gradevole colorito, ne d’una così buona conservazione […].M. de lalande, Voyage en Italie, 178.

Quando io considero che Annibale al patrimonio della sua scuola aggiunse anche le ricchezze che gl’ingegni dei Greci in più luoghi e in più secoli adunarono nel loro stile; quando rifletto a’ progressi che, veduto in Roma il suo nuovo stile, fecer Domenichino e Guido e l’Albano e il Lanfranco, e i lumi che ne trasse l’Algardi a vantaggio della scultura, come il Passeri da luogo a supporre, e il miglioramento che per lui ebbe la tanto amena, piacevole, deliziosa pittura delle Fiandre e della Olanda; mi par più vicino al vero il sentimento comunissimo fuor di Bologna, che Annibale sia il maggior pittore della famiglia. L. lanzi, Storia pittorica dell’Italia, 1789.

Annibale si caratterizza per la fierezza, per un disegno più profondo, e per un’esecuzione più ferma. I suoi chiariscuri della Galleria Farnese sono per il disegno preferiti ai suoi quadri. Ma gli si rimprovera d’aver saputo imitar l’antico nell’esterno, non già nell’interno, cioè di non aver saputo rappresentare quell’espressione che è lo scopo del disegno. F. milizia, Dizionario delle belle arti del disegno. 1797.

Annibale, superiore agli altri due [Carracci] per capacità esecutive e preparazione accademica, era inferiore a entrambi per gusto, sensibilità e discernimento; a schiacciante riprova di tale inferiorità basti ricordare il suo capolavoro, la opera su cui si basa la sua fama, la galleria di palazzo Farnese, un’opera il cui vigore esecutivo è eguagliato solo dalla debolezza e incongrua della concezione. Se occorresse dare una definiizone di ornamentazione impropria, i soggetti della galleria Farnese potrebbero essere citati come l’esempio più calzante […] come dovremmo classificare uno che, con la Cappella Sistina e il Vaticano sotto gli occhi, rimpinza la sede dell’austerità religiosa e della dignità episcopale con un caotico coacervo di favole banali e orgiastiche baldorie, senza allegoria, senza allusioni, al semplice scopo di gratificare una puerile ostentazione di audacia esecutiva e vigore accademico? H. R. fussli, Lectures on Painting, 1801.

Ma i Carracci non hanno certo bisogno di argomenti in difesa dei loro principi, quando esiste un’opera (che tutti dobbiamo ricordare) come Le tre Marie al Sepolcro, in cui confluiscono gli esiti più eccellenti del disegno, del chiaroscuro, del colore, della composizione e dell’espressione, ciascuno a un grado che raramente abbiamo visto superato; se avesse posseduto una pari dignità e bellezza di carattere non esiterei a considerare quest’opera al livello della migliore produzione moderna.   J. Opie Lectures on Painting, 1807.

Quantunque a buon diritto l’arte della scuola bolognese possa essere definita eclettica, il paesaggio del Carracci e del Domenichino non può essere considerato tale, poiché ciascuno possiede un carattere suo proprio. Il paesaggio di Annibale Carracci, benché severo, è ampio e poetico, non ha nulla a che fare con l’ambiguo termine ‘classico’ e si adatta mirabilmente ai fauni, ai satiri e alle altre creature mitologiche che lo animano, come si può constatare in quel felice esempio che è il Fan e Apollo [Bacco e Sileno] della nostra National Gallery. J. constable, Lectures of Paintins, 1833.

La più importante tra le scuole eclettiche è quella fondata a Bologna dalla famiglia Carracci. […] Fondamenti di questa scuola furono l’osservazione della natura e l’imitazione dei grandi maestri. Questo fece sì che essi tentassero di amalgamare in un tutto unico le singole qualità di quei maestri, oppure (ancor più rozzamente) che nelle loro opere dipingessero singole figure, secondo il loro precipuo carattere, alla maniera di questo o quel maestro. F. kugler, Handbuch der Geschickte der Molerei, 1837.

Carracci, grande spirito, grande talento, grande abilità, parlo almeno di quello che ho visto, ma niente che entusiasmi e dia emozioni incancellabili. E. delacroix, Journal, 24 novembre 185.

Le forme ignude di questo artista mostrano una tipologia fondata su buoni esempi ma uniforme. la quale, in virtù del suo carattere troppo astratto e in certo modo convenzionale, soddisfa più un canone rigoroso del corpo umano, che non la sua resa vivace e veridica. Nonostante una conoscenza approfondita dell’anatomia e un’esatta riproduzione della muscolatura, manca quel sottile e piacevole gioco dei muscoli che si è soliti ammirare in natura e in cui si da a riconoscere la vita che vi è sottesa. A causa di tale peculiarità lo stile del Carracci ricorda i tratti generali dell’antica statuaria romana. Ne peraltro dovrebbe essere apprezzato per le sue forme massicce, ciò che pure è avvenuto. Le sue figure mostrano sì ampie dimensioni e un’espressione di forza, ma non certo il carattere e l’altezza spirituale di quelle michelangiolesche, specie i Profeti e le Sibille. E ben poco egli sacrificò alla grazia, di cui maggiormente avvertiamo la mancanza nelle figure femminili. G. K. naoler, Neues Allgemeises  …., 1835-52.

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