Citazioni e critica alla pittura di Carlo Crivelli

(citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

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Cosa hanno detto le più autorevoli voci della Storia dell’arte su Carlo Crivelli:

Occorrerà anche, a proposito del Crivelli, illuminare meglio il gusto corrente che di solito corre difilato alla Madonna della candeletta o all’Annunciazione di Londra, opere che invece occorre limitare, come tutte quelle tarde, per i segni di una lieve ma costante involuzione. S’intende che la forza nativa del Crivelli, la sua immaginazione sublime di una linea duttile, ansiosa, spesso lacerante, non avrebbero potuto mai cadere in basso come avvenne di Bartolomeo Vivarini.

Basti guardare da vicino il particolare di un’opera tarda, il leone del San Gerolamo che sta nello sportello veneziano della Madonna della candeletta oggi a Brera. Tuttavia, proprio come il Vivarini, anche il Cri­velli diede tutte le opere più alte prima del 1473. Dopo quell’anno, e presumibilmente per la stessa ragione che ci chiarì il caso del Vivarini, anch’egli sentì inaridire qualche cosa dentro di sé e si volse ad “industriare” Parte sua nelle Marche. Chi vorrebbe paragonare una Pietà come quella vaticana con le al­tre, giovanili, della raccolta Johnson e del Museo di Detroit? O proviamoci a rievocare l’aspetto originario dell’altare eseguito, intorno al ’70, per la chiesa di Porto San Giorgio. […] Chi vorrebbe porre un simile capolavoro accanto a un complesso, pur nobile ancora ma già industrioso, com’è il polittico londinese del 76?.       R. Longhi, in Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, Firenze 1946.

Se da un lato il Crivelli nel polittico di Massa Fermana pone decisamente la sua personalità, nello stesso tempo l’accompagna con una problematicità di intenti e di accenti che avrà poco dopo la sua risoluzione in un senso univoco, a sua volta, più tardi, anche troppo monotono. L’esilio nelle Marche favorì in lui un isolamento che, se facilitò il concretarsi di un linguaggio visionario, lo tenne lontano da altri stimoli, cosicché con l’an­dar degli anni la vitalità di quella forma venne a poco a poco spegnendosi : in questo senso la sorte del Crivelli fu la stessa riservata al Lotto e al Greco. […]

Il polittico smembrato di Porto San Giorgio introduce agevolmente a quel più ampio e complesso discorso stilistico realizzato nel mirabile polittico della cattedrale di Ascoli del 1473. […] Mentre il genio di Giovanni Bellini, in quello stesso momento, s’avviava nell’Incoronazione di Pesare ad una distensione della forma inventando, mercé la lettura di Piero, un rapporto nuovo, profondamente cromatico, tra spazio e lume, il Crivelli imprimeva alla sua visione uno scarto più deciso verso le preziosità d’una plastica cruda, racchiusa in una lancinante linea di contorno, spezzata, a scatti e mai in riposo. La Pietà è certo uno dei brani di più profonda poesia di tutto il polittico. […] Che invenzione figurativa, lo stiparsi dei volti marcati da un così aspro tormento attorno al viso del Cristo, e quello della Maddalena impietrita, così legata tisicamente alla mano che sostiene !

. Un’eleganza raffinatissima, quasi estrosa, caratterizza le due mezze figure di Sant’Orsola e di San Giorgio accanto alla Pietà; la vita sentimentale, anche troppo intensa, è come costretta e suggellata in queste figure. […] Vi è qui, insomma, un compiacimento linguistico sottilmente decorativo, d’una raffina­tezza perfino estenuata. [‘..”.]

Il Longhi ha già reagito a quella curiosa definizione berensoniana di un Crivelli “allievo di qualche seguace, forse catalano, di Rogier van der Weyden“. Senza poter accettare una simile immaginosa supposizione, non mi pare di poter rifiutare l’ipotesi che proprio l’elemento che ha deviato il corso del gusto crivellesco, come lo si notava nel polittico di Massa Permana, sia stata la lettura di qualche esemplare fiammingo e in particolare di Rogier van der Weyden […] di cui non doveva esser difficile veder opere sul versante adriatico, dopo il suo passaggio da Ferrara nel ’50.  R. pallucchini, Commento alla mostra di Ancona, in “Arte Veneta” 1950.

Il Crivelli è l’altro “grande” veneziano del 400, dopo il Giambellino. Diversi, è vero, tra loro nelle tarde conclusioni; ma, quindi, anche nella giovinezza, se i primi contatti risultano senza seguito, e la personalità di Carlo si svincola tanto interamente e tanto presto dalla figura così ricca d’ascendente, così feconda e vitale, del Giambellino, Ne si dica che l’isolamento marchigiano impedì al Crivelli di conoscere le nuove tendenze, alle quali fu sostanzialmente estraneo. La possibilità di vedere cose nuove e di avere contatti ci fu senza dubbio anche nelle Marche : e forse contatti ne ebbe. Proprio il Giambellino fu certamente nella regione, a Pesare e forse ad Ancona. E la regione, ben lungi dall’essere avulsa dalle grandi correnti artistiche era percorsa, proprio nella seconda metà di quel secolo, da taluni dei più grandi artisti italiani : Melozzo da Forlì e Luca Signorelli e Piero della Francesca, appunto, il grande innovatore, cui lo stesso Giambellino e quindi la pittura veneta tanto debbono, lasciavano qui le opere in quegli stessi anni in cui vi lavorava il nostro, ed a poca distanza da lui. Se dunque il Crivelli è rimasto estraneo a questo “vento del Nord”, ciò va ricercato ben altrimenti che in un inaridimento di vena creativa dovuto a mancanza di contatti vivificanti, ma piuttosto in una fedeltà, che magari alla fine può sembrare cocciuta, alla propria coerenza artistica. […]

La natura tardogotica del nostro riemerge in quest’opera [II polittico di Ascoli] direi con prepotenza : e non per merito della cornice lignea, che tanto piacque al Cavalcaselle e che non dispiace neppure a noi, ma per l’insofferente, esagitata natura delle sue figure, impenetrabili le une, di una bellezza astratta, disumanata; invasate, le altre, da un anelito religioso di medievale intensità. Sicché possiamo dire che l’affermazione rinascimentale, così viva e sentita nel polittico di Massa, anziché dare i suoi frutti, subisce un arresto : e l’artista si orienta verso un astrattismo sempre più evidente, simile in questo, mi pare, a Cosmè Tura, le cui dolorose figure hanno talvolta delle notevoli affinità con quelle del nostro. […]

Sorge […] spontaneo il confronto tra la Pietà braidense del Giambellino e questa di Ascoli. Il mantegnismo — sostanza fondamentale delle due opere — viene in esse diversamente risolto. Nel Giambellino il sentimento attenua ed annulla, anzi, l’astratto classicismo del maestro padovano; e pur dando alle figure una salda struttura, egli le inserisce nel paesaggio e le anima di una dolorosa umanità. Il Crivelli invece assorbe quel classicismo ed associandolo al suo innato spirito gotico, perviene ad un plasticismo esasperato, contorto e di una evidenza ossessionante.   P. zampetti, Carlo Crivelli nelle Marche, Urbino 1952.

La fantasia del Crivelli si compiace nell’inventar situazioni vorrei dire paradossali, nelle quali il germe di una prima pungente osservazione naturalistica (si ascoltino gli urli strazianti dei disperati attori nelle varie Pietà […]) si va svolgendo in un sottilissimo lavorio di sempre più appassionate accentuazioni, finché gli ‘aspetti’ si trasformano in puri ‘simboli musicali della forma. Simboli, tuttavia non mai incomprensibili ed inverosimili perché non mai interamente distaccati, ma sempre vivi e concreti. Nasce così un’ebbrezza della mimica che, per intensità caratteristica, non ha nulla da invidiare al lirismo di Simone Martini, e che snoda e intreccia melodiosamente le linee nervosissime in una orchestrazione ornamentale incredibilmente preziosa. […]

Giova alla perspicuità di quest’arduo linguaggio dolceaspro l’energia della linea mordente. Potenza o addirittura prepotenza grafica che domina nettamente tutti gli altri mezzi espressivi : e non solo sigilla i volumi e avvia i moti, ma si arroga anche intera la funzione plastica, risolvendo il chiaroscuro in tratteggio di colore su colore.    L. coletti, Pittura veneta del Quattrocento, Novara 1953.




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