Citazioni e itinerario critico di Manet

(citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Cosa hanno detto le più autorevoli voci della Storia dell’arte su Manet:

La pittura di Manet non attinge punto le sue qualità intrinseche dalla novità e dall’avvenire, mentre l’Impressionismo è quasi tutto nel nuovo, perché deriva da una nuova percezio­ne del colore, quasi da un fatto nuovo della retina e dei centri sensori che a questa retina modificata son legati. Manet è invece un gran pittore della macchia larga, schiettamente affermato nei chiari e negli scuri : come l’hanno veduta i veneziani, Velàzquez e, secondo quanto mi si dice, il Goya, che non ho veduto. Molteplici toni paonazzetti del Manet tiepoleggiano e sotto alla trascuratezza apparente di una tavolozza da imbianchini, si disegnano rigidi e robusti i contorni di un forte disegnatore … Egli è fra gli ultimi grandi maestri del passato e sulla porta dei grandi maestri dell’avvenire. D. martelli, in “Fieramosca”, 1884.

[Manet] emana gaiezza : una gaiezza comunicativa, come tutta la sua serena filosofia. Così l’ho visto io. Un’anima soleggiata, che amo.                De Nittis, notes et souvenirs 1895.

In Manet, l’occhio svolgeva un ruolo tanto grande, che Parigi non ha mai conosciuto qualcuno che andasse a zonzo come lui, e più utilmente di lui. Quando arrivavano le giornate d’inverno, in cui la nebbia ovatta la luce fin dal mattino, al punto che ogni attività pittorica nello studio diventa impossibile, toglievamo le tende correndo verso i viali esterni. Là, egli disegnava sul suo taccuino una cosa da niente, un profilo, un cappello; insomma, un’impressione fuggevole. E quando, il giorno dopo, un compagno gli diceva, sfogliando il taccuino : ” Questo dovresti finirlo”, si torceva dal ridere. “Mi prendi per un pit­tore di storia”, diceva. ‘Pittore di storia’ era, nella sua bocca, l’ingiuria più sanguinosa che si potesse fare a un’artista. A. proust, in “Revue blanche”,  febbraio 1897.

Quest’occhio — Manet — d’un’infanzia di vecchio lignaggio cittadino, nuovo, posato su un oggetto, sulle persone, vergine e astratto, conservava poc’anzi l’immediata freschezza dell’incontro, negli artigli di un riso dello sguardo, sì da sfidare nella posa, in seguito, le fatiche della ventesima seduta. La sua mano, di cui avvertivi la pressione chiara e pronta, enunciava in chissà quale mistero la limpidezza della vista e vi scendeva, per ordinare, vivace, lavato, profondo, acuto e ossessionato da certo nero. il capolavoro nuovo e francese. S. Mallarmèin Divagations 1898.

Quando tornai a Parigi nel gennaio 1882, la mia prima visita fu per Manet. Egli dipingeva allora il Bar alle Folies-Bergère, e il modello, una bella ragazza, posava dietro un tavolo carico di bottiglie e cibi. Riconosciutomi, mi tese la mano dicendo : “È seccante scusatemi: sono costretto a stare seduto. Mettetevi là”.

Presi una sedia dietro a lui, e lo guardai lavorare. Benché dipingesse i suoi quadri dal modello, Manet non copiava affatto la natura; mi resi conto delle sue magistrali semplificazioni. La testa della donna veniva modellandosi, ma il modellato non era ottenuto con i mezzi mostrati dalla natura. Tutto era sommario : i toni erano più chiari, i colori più vivi, i valori più serrati. Il tutto formava un assieme di un’armonia tenera e bionda. Entrò qualcuno : riconobbi il mio amico d’infanzia, il dottor Albert Robin. Si parlò di [Charles] Chaplin [1825-1891]. “Sapete che ha molto talento”, disse Manet, mentre dipingeva a piccole pennellate la carta dorata di una bottiglia di champagne. “Molto talento”, ripetè. “Conosce il sorriso della donna, e questo è molto raro. Sì, lo so, ci sono persone che pretendono che la sua pittura sia troppo leccata. Si sbagliano; e poi, è molto bravo nei colori”.

Vennero altre persone, e Manet smise di dipingere per andarsi a sedere sul divano, contro la parete di destra. Fu allora che mi accorsi di quanto l’avesse provato la malattia : camminava appoggiato a un bastone e sembrava tremare. Però era ancora allegro e parlava della prossima guarigione.

Tornai a vederlo durante il mio soggiorno, e mi diceva cose di questo genere : ” In arte, la concisione è necessità, significa eleganza. L’uomo conciso fa riflettere; l’uomo verboso annoia. Regolatevi sempre nel senso della concisione … In una figura, cercate le grande luce e la grande ombra; il resto verrà naturalmente; e spesso è assai poca cosa. E poi, coltivate la memoria; perché la natura non vi darà mai che informazioni. È come un parapetto, che vi impedisce di cadere nel banale … Bisogna restare sempre il padrone, e fare quello che diverte. Niente compiti! Ah, no, niente compiti!… Ecco, dato che vi piace, andate di là”. M’indicava un uscio. Aprii e mi trovai in un locale di sgombro, dove erano ammassati dei quadri, molti quadri. Vidi il Bucato, l’Olimpia, Dal ‘Pére Lathuille’, il Cristo con gli angeli [da intendersi però come il Cristo deriso dai soldati, poiché l’altro dipinto non era più presso Manet dal 1882], Argenteuil. Fui attratto dal ‘Pere Lathuille’, che era il meglio illuminato. Questo quadro, che avevo visto al Salon del 1880, mi era rimasto nella memoria come la più sbalorditiva rappresentazione del ristorante parigino … Stavo davanti a questa tela, pensando alle misteriose attrattive di una pittura così più sottile d’ogni altra, e vi sarei rimasto senza muovermi non so per quanto tempo, se la voce di Manet non mi avesse chiamato. Lasciai la stanza dove si ammucchiavano i capolavori disprezzati, e tornai da lui. Gli dissi, meglio che potevo, quello che provocava in me la sua pittura, ed ebbi la gioia di vedergli spuntare negli occhi, di cui la malattia aveva rispettato la vivacità, un’emozione che resta uno dei ricordi più preziosi della mia Vita.                 G jeanniot, in “La Grande Revue”, 10 agosto 1907.

Nel momento in cui varcò i Pirenei, Manet meditava le suggestioni offertegli dalle stampe giapponesi. Ed è per questo, per una strana coincidenza (ma, secondo me, l’incontro fu fortuito), che al ritorno da Madrid sembrò dire addio alla Spagna. La tradì forse? No. Smise, quasi completamente, di celebrarne gli spettacoli, ma le restò fedele in spirito, continuando, con mezzi più acuti, a cercare di fissarne sulla carta e sulla tela, come avevano voluto i maestri iberici, la fremente realtà. L. rosenthal, Manet acquafortiste et lithographe, 1925

Questo spirituale borghese di città, questo boulevardier così aperto al fascino e alle sfumature dello spirito di Parigi, questo conservatore brusco e sensibile fece entrare nella scuola francese talune novità di cui essa vive ancora.

… Venivano così [con Manet] confermate e soddisfatte le aspirazioni di Baudelaire nel suo Salon del 1845 e soprattutto nel suo articolo del 1863 su Costantino Guys, con un’arte che non si limitava a una obiettività impersonale e fortemente concreta, ma che era tutta percorsa dai sussulti di una insolita vita nervosa, con una pittura consacrata allo spettacolo delle cose, degli esseri e dei costumi del tempo, alla viva analisi del contemporaneo, alla sua bellezza enigmatica e familiare, ai suoi capricci, ai convegni galanti, alle indolenze di esso, alla poesia del suo deshabillé, all’uomo e alla donna usciti dalle cornici dorate e dalle rosse tenebre dei musei, che passano nella strada o in un salotto, visti, più che con abbandono e simpatia, con una specie di fascino crudele. H. focllon, La penture au XIX et XX siècle, 1928.

Olimpia avvince, produce un sacro orrore, s’impone e trionfa. È scandalo, idolo; potenza e presenza pubblica di un miserabile arcano della società. La sua testa è vuota : un filo di velluto nero l’isola dall’essenziale del suo essere. La purezza di un tratto perfetto racchiude l’Impura per eccellenza, colei la cui funzione esige l’ignoranza tranquilla e candida di ogni pudore. Vestale animalesca votata al nudo assoluto, permette di sognare tutto ciò che si nasconde e si conserva di barbarie primitiva e di animalità rituale nei costumi e nelle attività della prostituzione delle grandi città.

È forse per questo che il Realismo si attaccò tanto ardentemente a Manet. I naturalisti miravano a rappresentare la vita e tutte le cose umane tali e quali — proponimento e programma non privi d’ingenuità —; ma il loro merito positivo mi sembra quello di aver trovato della poesia (o piuttosto apportato della poesia), e talvolta della qualità più alta, in oggetti o soggetti fino allora considerati ignobili o insignificanti.

… Emile Zola, con un fervore che, secondo la maniera che gli era propria, raggiungeva facilmente la violenza, sostenne dunque un artista ben diverso da lui, il cui vigore, l’arte dall’apparenza talvolta brutale, l’audacia nella visione, erano tuttavia l’emanazione di una natura innamorata dell’eleganza, penetrata intensamente dello spirito lieve di libertà che si respirava ancora a Parigi. In fatto di dottrine e di teorie, Manet, scettico e parigino svincolato da tutto, non credeva che alla bella pittura. P Varely Trionphe de Manet 1932.




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