Citazioni e critica a Edouard Manet

 (citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Cosa hanno detto le più autorevoli voci della Storia dell’arte su Manet:

Manet ha le qualità d’un mago, effetti luminosi, toni fiammanti che imitano Velàzquez e Goya, i suoi prediletti : ad essi ha pensato nel comporre ed eseguire il circo [Catalogo, n. 65]. Nel suo secondo quadro, Angeli al sepolcro di Cristo, ha imitato, col medesimo furore, un altro maestro spagnolo, El Greco, probabilmente a mo’ di sarcasmo contro i compunti innamorati della pittura discreta e linda. Quel Cristo morto, seduto come una persona normale e visto di faccia, le braccia lungo il corpo, è orribile a vedersi : forse sta risuscitando sotto le ali dei due angeli che lo assistono. E quanto strane, quelle ali d’un altro mondo, colorate d’un azzurro più intenso dell’estremo limite del cielo! Gli uccelli della terra non hanno un simile piumaggio, ma può darsi che gli angeli, questi uccelli del cielo, portino tali colori; e il pubblico non ha il diritto di riderne, dal momento che non ha mai visto angeli… Di angeli e di colori, non bisogna discutere.

Riconosco, tuttavia, che quel formidabile Cristo e quegli angeli dalle ali blu di Prussia sembrano non curarsi di quanto dice il mondo: “Roba mai vista! Un’aberrazione!”. Era una signora distintissima ad apostrofare in tal modo il povero Cristo di Manet, esposto allo scherno dei farisei parigini. Ciò non toglie che i bianchi del lenzuolo funebre e i toni delle carni siano quanto mai appropriati, e che il modellato del braccio destro, soprattutto, e lo scorcio delle gambe del Cristo richiamino maestri alquanto apprezzati : Rubens nel Cristo morto e nel Cristo sulla paglia del Museo d’Anversa, e anche Annibale Carracci in taluni Cristi eseguiti nei momenti di libertà e di grandiosità. L’accostamento è singolare. Il Cristo di Manet, nondimeno, somiglia a quelli del Greco, allievo di Tiziano e maestro di Luis Tristan, divenuto, a sua volta, maestro di Velàzquez.

Non dirò altro di tali eccentricità, che nascondono un vero pittore, le cui opere, un giorno, saranno forse applaudite. Ricordiamoci gli esordi di Eugène Delacroix, il suo trionfo all’Esposizione universale del 1855, e quel che ha venduto, dopo morto!  th. thoré-burger, in “Indépendance belge”, 1864.

Caro signore: non so se si ricorda di me e delle nostre antiche discussioni. Tanti anni passano così presto! Leggo con molta assiduita quello che scrive e desidero ringraziarla del piacere che mi ha procurato allorché ha preso le difese del mio amico Édouard Manet e gli ha reso un po’ di giustizia. Nelle opinioni che ha emesso, però, c’è qualche cosuccia che va corretta.

Manet, che la gente considera pazzo furioso, è un uomo assai leale e semplice, che fa il possibile per essere ragionevole;

ma, per sua sfortuna, è improntato, fin dalla nascita, di Romanticismo.

Il termine ‘imitazione’ non è appropriato. Manet non ha mai visto niente di Goya; Manet non ha mai visto niente del Greco; Manet non ha mai visto la galleria Pourtalès. Ciò le sembrerà incredibile, ma è vero. Anch’io ho considerato con stupefazione queste misteriose coincidenze.

Al tempo in cui fruivamo di quel meraviglioso museo spagnolo che la sciocca Repubblica francese, nel suo malinteso rispetto della proprietà, ha restituito ai principi d’Orléans, Manet serviva a bordo d’una nave. Gli hanno tanto parlato delle sue imitazioni da Goya, che, adesso, cerca di vedere dei Goya.

Che abbia visto dei Velàzquez, non so dove, è vero. Dubita di quel che le dico? Dubita che, in natura, possano verificarsi parallelismi geometrici così sbalorditivi? Ebbene, io vengo accusato d’imitare Edgar Poe. Ma sa perché ho studiato Poe con tanta pazienza? Perché mi rassomigliava. La prima volta che ho aperto un suo libro, ho visto, spaventato e rapito, non soltanto soggetti da me sognati ma FRASI pensate da me e scritte da lui vent’anni prima. Et nunc erudimini, vos qui judicatùì

Non se l’abbia a male ; conservi invece, di me, in un qualche angolo del suo cervello, un buon ricordo. Ogni volta che cercherà di rendere un servigio a Manet, la ringrazierò.

Porto questo scarabocchio al signor Bérardi perché glielo trasmetta. Avrò il coraggio, o, meglio, il cinismo assoluto del mio desiderio. Giti la mia lettera, o qualche riga di essa. Le ho detto la pura verità …   cm. baudelaire, lettera a Thoré-Biirger, 7 maggio 1864.

Caro amico [H. Fantin-Latour],

come vorrei che fosse qui : quanta gioia avrebbe provato a vedere Velàzquez, che vale, da solo, tutto il viaggio. I pittori di tutte le scuole, che lo circondano al museo di Madrid, dove sono molto ben rappresentati, sembrano tanti poveracci. È il pittore dei pittori. Non mi ha sorpreso : mi ha incantato. Il ritratto in piedi che abbiamo visto al Louvre non è opera sua. Solo l’infanta non può essere contestata. C’è qui un quadro enorme, pieno di figurine come quelle che si trovano nel quadro del Louvre intitolato / cavalieri; ma queste figure di donne e di uomini sono superiori, forse, e, soprattutto, assolutamente esenti da restauro. Lo sfondo, il paesaggio, è di un allievo di Velàzquez.

Il pezzo più sorprendente di questo splendido complesso, e forse il pezzo più sorprendente di tutta la pittura che sia mai stato fatto, è il quadro indicato nel catalogo come il ritratto di un attore celebre al tempo di Filippo IV. Lo sfondo scompare :

l’uomo, vestito di nero, e vivo, è circondato d’aria. E Le filatrici, e il bei ritratto di Alonzo Cano, e las Meninas (i nani), quadro straordinario anche questo! Che pezzi stupendi, i filosofi ! E tutti i nani : soprattutto uno, seduto di faccia, coi pugni sulle anche : pittura di elezione per un vero conoscitore. Magnifici i ritratti; bisognerebbe enumerar tutto; non ci sono che capolavori. Un ritratto di Carlo V eseguito da Tiziano, meritatamente rinomatissimo, e che altrove mi sarebbe parso certamente buono, qui mi sembra di legno.

E Goya ! Il più curioso, dopo il pittore da lui troppo imitato, nel senso più servile dell’imitazione. Ma vivacissimo. Di lui, al museo, ci sono due bei ritratti equestri, alla maniera di Velàzquez; e tuttavia di molto inferiori. Ciò che finora ho visto di lui non mi è piaciuto enormemente. In questi giorni debbo vederne una magnifica collezione in casa del duca d’Ossuna. Sono desolato : starnarli il tempo è bruttissimo, e temo che la corrida che dovrebbe aver luogo stasera, e alla quale mi fa piacere assistere, debba essere rinviata. A quando? Domani vado a Toledo. Dove vedrò il Greco e Goya : molto ben rappresentati, a quanto mi si dice.

Madrid è una città piacevole, piena di distrazioni. Il Prado, passeggiata deliziosa, con tante belle donne in mantiglia : il che costituisce uno spettacolo originalissimo. Nelle strade, ancora molti costumi : i toreros, che, anch’essi, hanno un curioso abito da citta.        E Manet, lettera a Fantin-Latour, da Madrid, 28 maggio 1865.

II posto di Manet è segnato al Louvre, come quello di Courbet, come quello di ogni artista di forte e implacabile temperamento …

Ho cercato di restituire a Manet il posto che gli appartiene, uno dei primi. Si riderà, forse, del ‘panegirista’, come si è riso del pittore. Un giorno, entrambi saremo vendicati. C’è una verità eterna, che mi sostiene in fatto di critica : è che solo i temperamenti vivono e dominano il tempo. È impossibile — capite —, impossibile che Manet non trionfi, schiacciando le timide mediocrità che lo circondano …  E. zola, in “Evénement illustrè”, 10 maggio 1866.

… Mi metto davanti ai quadri di Édouard Manet come davanti a fatti nuovi che desidero spiegare e commentare.

Quello che in essi mi colpisce per prima cosa è la delicatissima esattezza dei rapporti tonali. Mi spiego. C’è della frutta, posata su un tavolo, che spicca sul fondo grigio; vi sono, tra frutto e frutto, a seconda che siano più o meno avvicinati, dei valori cromatici che formano un’intera gamma di tinte. Se partite da una nota più chiara di quella reale, dovrete seguire una gamma sempre più chiara; mentre si dovrà avere il contrario, quando partite da una nota più cupa.

È quello che si chiama, mi pare, la legge dei valori. Nella scuola moderna non conosco che Corot, Courbet ed Édouard Manet che abbiano costantemente obbedito a questa legge dipingendo delle figure. Le opere ottengono in tal modo una singolare nitidezza, una grande verità, ed esercitano un’enorme attrazione.

Édouard Manet, di solito, parte da una nota più chiara di quella esistente nella natura. I suoi dipinti sono biondi e luminosi, di un pallore sottile. La luce cade bianca e ampia, rischiarando gli oggetti con dolcezza. Non c’è il minimo effetto forzato; i personaggi e i paesaggi sono immersi in una specie di lieto chiarore che riempie tutta la tela.

Quello che mi colpisce, in seguito, è una conseguenza necessaria dell’osservazione esatta della legge dei valori. L’artista, posto di fronte a un soggetto qualunque, si lascia guidare dagli occhi che percepiscono tale oggetto in tinte larghe, che si regolano a vicenda …

… L’intera personalità dell’artista consiste nel modo in cui è organizzato il suo occhio : che vede biondo, e per masse. Ciò che mi colpisce, in terzo luogo, è una grazia un po’ secca, ma affascinante. Intendiamoci : non parlo della grazia rosa e bianca che hanno le teste delle bambole di porcellana; parlo di una grazia penetrante e autenticamente umana …

La prima impressione che produce una tela di Édouard Manet è di una certa durezza. Non siamo abituati a vedere traduzioni della realtà tanto semplici e sincere- Poi. come ho detto. c’è qualcosa di rigidamente elegante che sorprende. Dapprima l’occhio non scorge che delle tinte, applicate largamente; ben presto, però, gli oggetti si disegnano e si mettono al loro posto;

in capo a pochi secondi, l’assieme appare vigoroso, e si prova un autentico incanto contemplando questa pittura chiara e grave, che rende la natura con una brutalità dolce, se così si può dire. Avvicinandosi al dipinto, si vede che il mestiere è più delicato che brusco; l’artista non usa che un grosso pennello, ma se ne serve prudentemente; non vi sono grumi di colore, bensì uno strato uniforme. Questo audace, di cui tanti si sono fatti beffe, usa procedimenti molto prudenti : e, se le sue opere hanno un aspetto particolare, non lo devono che al modo tutto personale in cui egli vede e traduce gli oggetti. E. zola, Edouard Maunrt. Etude biographique et critique, 1867.

continua




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