Biografia di Domenico Veneziano

(Venezia, 1410 – Firenze, 15 maggio 1461)

Pala di Santa Lucia dei Magnoli, tempera su tavola, 210 x 215 cm., anno 1445-1447, Galleria degli Uffizi. Firenze.
Pala di Santa Lucia dei Magnoli, tempera su tavola, 210 x 215 cm., anno 1445-1447, Galleria degli Uffizi. Firenze.

Domenico di Bartolomeo di Venezia, conosciuto come Domenico Veneziano, nacque nella città lagunare intorno al 1410 (ricavata da opere firmate, come  la Pala di Santa Lucia dei Magnoli ed il Tabernacolo Carnesecchi). Nulla si conosce riguardo la sua formazione artistica, ma si pensa, a ragione, che iniziò nella città natale ove imperavano le novità dei pittori nordici, soprattutto di quelli fiamminghi, per essere conclusa prima a Firenze e poi a Roma.

Nel capoluogo toscano (1422-23) fu allievo di Gentile da Fabriano, da cui apprese il gusto per il naturalismo e per la rappresentazione del sontuoso.

Tabernacolo Carnesecchi, tempera su tavola trasferita su tela, anno 1440-1444 circa, National Gallery, Londra.
Tabernacolo Carnesecchi, tempera su tavola trasferita su tela, anno 1440-1444 circa, National Gallery, Londra.

Nella capitale, per un periodo assai più lungo (1423 e il 1430), lavorò con il Pisanello ove acquisì il gusto per il dettaglio descrittivo ed il particolare interesse per gli effetti di luce-ombra. Si ricorda inoltre che in questo periodo erano presenti a Roma Masolino da Panicale (Panicale, 1383 – Firenze, 1440 circa) e, probabilmente,  il Masaccio (affreschi nella basilica di San Clemente), nonché Paolo Uccello. Quest’ultimo avrebbe realizzato, insieme allo stesso Masolino, il complesso pittorico degli Uomini illustri di palazzo Orsini (fonte: Paolieri*, cit., pag. 42).

Nelle composizioni di Domenico si evidenzia l’amore per i motivi tardogotici, che certamente si possono giustificare con gli influssi dei sopraccitati pittori, ma vi si potrebbe scorgere anche l’influenza della pittura di Benozzo Gozzoli (Scandicci, 1421 – Pistoia, 1497) e delle botteghe specializzate negli ornamenti dei cassoni.

Madonna del Roseto, tempera su tavola, 80,8 x 53,2 cm., anno 1432-1437 circa, Museo nazionale d’arte rumeno, Bucarest.
Madonna del Roseto, tempera su tavola, 80,8 x 53,2 cm., anno 1432-1437 circa, Museo nazionale d’arte rumeno, Bucarest.

L’artista ritornò a Firenze nel 1432, anno in cui si indica anche il rientro di Masolino. Qui avviò la sua carriera artistica in modo del tutto indipendente (Paolieri*, cit., pag. 42). Le opere di questo periodo sono la “Madonna del Roseto” (Museo nazionale d’arte rumeno a Bucarest), la “Madonna col Bambino” (Villa I Tatti a Settignano, Firenze) ed il “Tabernacolo Carnesecchi” (National Gallery di Londra). In queste rappresentazioni si rilevano differenti stimoli, che comprendono influssi della pittura tardogotica e dei maestri fiorentini del primo Rinascimento (Paolieri*, cit., pag. 42).

L’artista soggiornò anche a Perugia. La prima documentazione certa sulla presenza di Domenico nella città umbra è datata 1437, quando inviò una missiva a Piero de’ Medici per pregarlo di poter svolgere la propria attività a Firenze, mostrandosi abbastanza informato sugli avvenimenti artistici nel capoluogo toscano, in modo particolare sulle attività del momento dei suoi colleghi Beato Angelico (Vicchio, 1395 circa – Roma, 1455) e Filippo Lippi (Firenze, 1406 – Spoleto, 1469). Stava realizzando degli affreschi – oggi perduti e visti già dal Vasari in cattive condizioni – in una della sale di palazzo Baglioni.

Nel 1439 ebbe l’incarico per la decorazione della chiesa di Sant’Egidio con una serie di affreschi relativi alle Storie di Maria, una straordinaria opera della seconda generazione del Rinascimento fiorentino a cui, tra gli altri, vi lavoravano Piero della Francesca, Alesso Baldovinetti (Firenze, 1425 – Firenze, 1499) e Andrea del Castagno (Castagno, 1421 circa – Firenze, 1457), andata purtroppo perduta e attualmente conosciuta soltanto attraverso qualche frammento, peraltro di scarsa importanza, rinvenuto sotto diverse pareti ed oggi custodito nel Cenacolo di Sant’Apollonia a Firenze. Nella realizzazione degli affreschi Domenico Veneziano aveva al suo fianco Piero della Francesca, che collaborò alla composizione di uno Sposalizio rimasto poi incompiuto (Paolieri*, pag 44).

Adorazione dei Magi, tempera su tavola, 1439-1441circa, diam. 84 cm., Gemäldegalerie, Berlino.
Adorazione dei Magi, tempera su tavola, 1439-1441circa, diam. 84 cm., Gemäldegalerie, Berlino.

Al medesimo periodo appartiene il tondo con l’Adorazione dei Magi, tradizionalmente riferito come committenza a Piero de’ Medici, dove un ambiente fantastico del tardogotico e una nuova strutturazione prospettica vengono integrati perfettamente in una vasta paesistica a motivo fiammingo (Paolieri*, pag 44). Alcuni studiosi inseriscono in questo periodo anche il Tabernacolo Carnesecchi della National Gallery di Londra.

Tra il 1445 e il 1447 (circa) Domenico realizzò la Pala per la chiesa di Santa Lucia de’ Magnoli a Firenze, il suo più grande capolavoro in assoluto, ove è raffigurata una Sacra Conversazione con la Madonna in trono col Bambino, attorniata da S. Francesco, S. Giovanni Battista, Santa Lucia e S. Zanobi. I personaggi sono ambientati in un loggiato aperto, strutturato in un impianto prospettico a tre punti di fuga. Nel fondo, attraverso tre aperture, si intravedono le fronde di un grande arancio (o più aranci) contro l’azzurro del cielo. Nella predella sono raffigurati cinque episodi: “San Francesco riceve le stigmate” e “San Giovanni Battista nel deserto” (entrambi nella National Gallery of Art di Washington), l’ “Annunciazione” (Fitzwilliam Museum Cambridge), il “Miracolo di S. Zanobi” (Galleria degli Uffizi) e il “Martirio di Santa Lucia” (Staatliche Museen, Berlin).

Da “Le Vite …” del Vasari (si clicchi sulle pagine correlate all’artista in cima al testo) si ricava che non appena portata a termine la pala, nel 1447, Domenico si recò a Loreto per decorare, insieme a Piero della Francesca, la volta della chiesa del santuario. In quello stesso periodo scoppiò una grossa epidemia di peste che indusse i due artisti ad abbandonare i lavori e a lasciare subito le Marche. Gli affreschi della chiesa andarono distrutti (Paolieri*, pag. 24).

Santi Giovanni Battista e Francesco, 1454, affresco staccato, 190 x 115 cm., Firenze, Museo di Santa Croce.
Santi Giovanni Battista e Francesco, 1454, affresco staccato, 190 x 115 cm., Firenze, Museo di Santa Croce.

Della decorazione per la cappella Cavalcanti in Santa Croce, realizzata nel 1454, rimangono il S. Giovanni Battista e il S. Francesco, staccati dal supporto murario nel 1566 ed attualmente custoditi  nel museo della basilica. Esiste un documento attestante il pagamento per quella decorazione nel 1454 (Annarita Paolieri*, pag. 54 di “Paolo Uccello, Domenico Veneziano, Andrea del Castagno”, Scala, Firenze). Più tardi il pittore viene ricordato in un documento come uno dei più valenti artisti presenti in Italia, chiamato per stimare, insieme a Filippo Lippi e Beato Angelico, la decorazione di Benedetto Bonfigli (Perugia, 1420 –  1496) nella Cappella dei Priori a Perugia. Viene citato anche, nel 1457, nel libro delle spese di Santa Trinità a Pistoia per aver espresso un suo giudizio sulla Pala della Trinità di Pesellino (Firenze, 1422 circa – 1457) e Filippo Lippi. Tali documentazioni testimoniano come ormai Domenico Veneziano fosse così apprezzato, sebbene non sia arrivato a noi nessun suo dipinto appartenente a questo specifico periodo (Paolieri).

L’artista morì nel 1461. A tal proposito, il Vasari riporta che fu ucciso da Andrea del Castagno e che questi lo riferì soltanto in punto di morte. Si sa però che Andrea morì quattro anni prima di Domenico, nel 1457 (Paolieri, pag. 42).




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