"Capriccio romano con il Campidoglio" di Bellotto

Bellotto

Bellotto: Capriccio romano con il Campidoglio
Capriccio romano con il Campidoglio, cm. 134 x 116, Galleria Nazionale, Parma

Opera successiva

Sull’opera: “Capriccio romano con il Campidoglio” è un dipinto autografo di Bernardo Bellotto, realizzato con tecnica a olio su tela nel 1742-47, misura 134 x 116 cm. ed è custodito nella Galleria Nazionale di Parma. 

Assieme al pendant “Capriccio romano con il Colosseo e i resti del tempio di Vespasiano”

, al “Capriccio romano con Porta Civica e mura turrite”

ed al “Capriccio Romano con Arco Trionfale, la piramide di Cestio, San Pietro in Vaticano e Castel Sant’Angelo”

(pagine successive) con i quali la presente opera fa serie, avendo probabilmente in origine costituito la decorazione di qualche lussuoso salotto, pervenne nel 1834 alla Galleria parmense tramite una vendita, riferita al conte Sanvitale.

In quel periodo i quattro dipinti erano attribuiti a Francesco Guardi, e con tale nome furono inseriti nei cataloghi della Galleria Nazionale fin quando, nel 1896, il Ricci avanzò il nominativo del Bellotto, che subito venne accolto all’unanimità dagli studiosi di Storia dell’arte. A questo proposito però nacquero due quesiti: uno riguardante la cronologia e uno inerente alla stesura delle “macchiette”. Fritzsche, pienamente approvato da Voss [1937] e da altri eminenti studiosi, li riferiva al soggiorno di Varsavia (tra il 1767 ed il 1780), mentre la stragrande maggioranza della critica (A. O. Quintavalle, Catalogo della galleria, 1936) ipotizzava per la permanenza in Italia. Nella realizzazione delle figure, secondo il Ricci – seguito dal Ferrari, Pallucchini e Pignatti – ci fu la mano dello Zuccarelli (almeno nel caso del “Capriccio romano con il Colosseo e i resti del tempio di Vespasiano”) mentre per il Voss, che condivideva tale ipotesi soltanto nelle “macchiette antistanti”, tutte le altre sarebbero state realizzate dal Canaletto. Per Fritzsche, Constable e Kozakiewicz, invece, sarebbero tutte autografe del Bellotto: ipotesi dura da condividere per l’evidente diversità del modo di dipingere, più “delicato e vibrante”, di come è non era solito il Bellotto.




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *