Pittore Giovanni Battista Pittoni

Pittore Giovanni Battista Pittoni (Venezia, 20 giugno 1687 – Venezia, 17 novembre 1767)

Adorazione dei Magi
Sopra, un’opera dell’artista: Adorazione dei Magi, anno 1740, collegiata dei Santi Nazaro e Celso, Brescia.

Cenni biografici

   Le prime opere dell’artista in esame evidenziano chiari influssi della pittura barocca, legati soprattutto al Balestra, operante a Venezia nei primi decenni del Settecento.

Alcuni dipinti del Pittoni, realizzati a ridosso di quest’epoca, come il “Diana e Atteone” (attualmente custdito nel museo di Vicenza) ed il “Martirio di San Tommaso” (Chiesa di San Stae, Venezia), testimoniano una pittura già ricca di caratteri essenziali, e cioè: un’armoniosa variazione cromatica, un disinvolto dispiegarsi del tratto e – di conseguenza – delle forme, nonché un fortissimo e manierato rigore nella rappresentazione dei dettagli, a cui non manca quella pregnanza tipica del rococò europeo, fatta di soffusi sensi di languore, sapientemente integrati, che conferiscono a dette composizioni una delicata e ricercata preziosità.

Influenzate dal Tiepolo e dal Ricci – per freschezza cromatica, solidità delle forme e dilatazione spaziale – sono il “Giuramento di Annibale” (Pinacoteca di Brera a Milano) e la pala con i “Santi Pietro e Paolo e Pio V in adorazione della Vergine” (in Santa Corona a Vicenza).

A partire dal secondo ventennio del Settecento la pittura del Pittoni incominciò a caratterizzarsi in maniera più decisa, soprattutto nelle decorazioni ad affresco, da cui si evidenzia un carattere forte e monumentale. È di quel periodo il già citato “Martirio di San Tommaso”, realizzato nel 1720 per la chiesa di San Stae a Venezia.

Tra il 1722 e il 1730 – insieme al Ricci, Canaletto, Cimaroli (Salò, 1687 – Venezia, 1771) ed altri pittori veneziani e bolognesi – lavorò ad una serie di dipinti (ventiquattro tele in tutto, dette il ciclo dei “Tombeaux des Princes”, di cui quattro realizzate dal Pittoni) ideata e commissionata da Mc Swiney, dove venivano raffigurate varie personalità della storia britannica.

Le tematiche della maggior parte delle opere di Giovanni Battista Pittoni sono a sfondo religioso, storico e mitologico.

Bibliografia Jane Turner (a cura di), The Dictionary of Art. 25, pp. 1-4. New York, Grove, 1996.

Alcune opere di Giovanni Battista Pittoni.

San Rocco
San Rocco
Sacrificio di Isacco
Sacrificio di Isacco
Martirio di san Tommaso
Martirio di san Tommaso
Morte di Giuseppe
Morte di Giuseppe
San Girolamo a Peter di Alcantara
San Girolamo a Peter di Alcantara
Adorazione dei Magi
Adorazione dei Magi, anno 1740, collegiata dei Santi Nazaro e Celso, Brescia.




Pittore Francesco Monti

PittoreFrancesco Monti (Bologna, 1683-85 – Brescia o forse Bergamo, 14 aprile 1768)

Morte di Sant'Anna
Sopra, un’opera dell’artista: Morte di Sant’Anna, anno 1740, chiesa di San Zeno al Foro, Brescia.

Cenni biografici

   Lavorò intorno al 1690 presso la corte degli Este a Modena.

La sua formazione artistica si svolse nella bottega di Sigismondo Caula (Modena, 1637 – Modena, 1724) a Modena ed in quella di Giovan Gioseffo Dal Sole (Bologna, 10 dicembre 1654 – Bologna, 22 luglio 1719) a Bologna.

La prima opera dell’artista arrivata ai nostri giorni (La Pentecoste, realizzata per la chiesa di San Prospero, Reggio Emilia) risale al 1713. Nel dipinto già si evidenziano le sue doti espressive e la grande capacità nel disegno.

Nel 1715 il Monti si trovava a Bologna, ove realizzò La Sacra Famiglia con Giovanni Battista. Intorno al 1721 fu ammesso all’Accademia Clementina della stessa città. È questo il periodo in cui la notorietà del pittore si fece strada: fu incaricato dal marchese Durazzo di Genova di eseguire l’ “Achille che trascina il corpo di Ettore” ed ebbe altresì importanti committenze, tra cui citiamo quella per il Duca di Richmond che prevedeva la realizzazione, in collaborazione con altri artisti, di un ciclo di dipinti per la decorazione delle sale di Palazzo di Goodwood. Per tale lavoro, il Monti si occupò soprattutto della realizzazione delle figure insieme ad altri particolari, avvalendosi della lezione del Mirandolese (Mirandola, 1673 – Bologna, 1741) per la struttura prospettica e quella del Ferrajoli per l’aspetto paesaggistico.

Grazie a questo comune incarico, l’artista ebbe modo entrare a diretto contatto con importanti esponenti della pittura come il Piazzetta (Venezia, 1683 – Venezia, 1754), il Balestra (Verona, 1666 – Verona, 1740), Giovanni Battista Pittoni (Venezia, 1687 – Venezia, 1767) e Sebastiano Ricci (Belluno 1659 – Venezia 1734). In quel periodo realizzò anche il Ratto delle Sabine, per i conti Ranuzzi, e Il trionfo di Mardocheo per il Palazzo reale di Genova su diretta commissione della corte di Torino.

Nel 1738 si trasferì a Brescia ove eseguì, in toni quasi monocromi, giganteschi cammei per la volta della chiesa di Santa Maria della Pace.

Nel 1741, assieme allo Zanardi, affrescò la chiesa di Santo Spirito.

Nel 1746 dipinse un San Maurizio per la chiesa in Santa Maria della Pace ed altre opere in varie chiese, tra cui ricordiamo quella del Patrocinio di M. V. sui Ronchi, San Zeno, Chiari, Capo di Ponte, Sale Marasino, Zone. Per la chiesa di San Zeno al Foro realizzò anche due pale d’altare ( la Pietà di San Zeno e la Morte di sant’Anna). Esegui decorazioni in case signorili, tra cui ricordiamo la Barussi, la Martinengo e l’Avogadro, alle quali contribuì con dipinti di ritrattistica la figlia Eleonora. L’ultima opera del soggiorno bresciano si trova attualmente nella chiesa di Coccaglio. Nello stesso periodo l’artista lavorava anche a Bergamo, come testimonia la raffigurazione del San Vittore dell’abisde del Duomo della stessa città, accanto ad altri dipinti di grandi artisti veneti come Giambattista Tiepolo, Cignaroli e Pittoni.

Intorno al 1740 il Monti iniziò a lavorare a Cremona e dintorni. In città affrescò la volta e la cupola in S. Gerolamo.

Nonostante che l’artista fosse influenzato, oltre che da Dal Sole, da Giuseppe Maria Crespi (Bologna, 14 marzo 665 – Bologna, 1747), Donato Creti (Cremona, 1671 – Bologna, 1749) e Antonio Gionima (1697-1732) [Fonte http://www.artnet.com/library/05/0593/T059347], le sue eleganti figure mantennero uno stile alquanto personale, che rimandano a quelle del Parmigianino (Parma, 503 – Casalmaggiore, 1540) e – soprattutto – al periodo tardo manieristico riferito a pittori come Josef Heintz e Bartholomäus Spranger i cui dipinti furono riprodotti su stampa da Jan Muller, Aegidius Sadeler e altri [fonte http://www.artnet.com/library/05/0593/T059347].

Oltre al caratteristico stile bolognese, nella pittura del Monti si trovano anche influssi della pittura veneta e lombarda.

Il pittore è considerato una delle figure più importanti del neomanierismo emiliano settecentesco.

alcune sue opere:

  • Pentecoste, chiesa di San Prospero, Reggio Emilia, anno 1713

  • La Sacra Famiglia con Giovanni Battista, anno 1715

  • Achille che trascina il corpo di Ettore, intorno all’anno 1720.

  • Madonna col Bambino, San Giovannino, San Giuseppe, San Giacchino e Sant’Anna, Chiesa dei Santi Francesco e Carlo, Sammartini (Crevalcore), intorno agli anni 1730-1735.

  • Il Ratto delle Sabine

  • Diana ed Endimione, 45,3 x 57 cm, olio su tela

  • Pietà, chiesa di San Zeno al Foro, Brescia, anno 1738

  • Il trionfo di Mardocheo

  • Morte di sant’Anna, Brescia, chiesa di San Zeno al Foro, anno 1740

  • San Maurizio, Brescia, Chiesa della Pace, anno 1746




Pittore Antonio Paglia

Pittore Antonio Paglia (Brescia, 1680 – Brescia, 1747)

Madonna col Bambino e sant'Antonio da Padova
Sopra, un’opera dell’artista: Madonna col Bambino e sant’Antonio da Padova, 1710, Brescia, chiesa di Santa Maria in Calchera

Cenni biografici

    Nei primi lavori dell’artista si evidenzia marcatamente lo stile del padre (si veda la pagina su Francesco Paglia), con forme graziose colpite da sporadici bagliori luminosi, ottenuti con vigorosi contrasti chiaroscurali in toni pressoché tendenti al grigio.

Ne deriva così, nelle opere di tal periodo, tipicamente coerenti al barocco bresciano, la completa assenza di innovazioni stilistiche, o comunque altri orientamenti tendenti al distacco da quanto Antonio apprese nello studio paterno.

Il nuovo stile del pittore si sviluppò soltanto nel terzo decennio del Settecento, dopo il soggiorno veneziano, con una pittura dalle pennellate più libere e sfatte, come nel “San Giovanni” (1726).

Tutto ciò indicherebbe che il Paglia si fosse orientato verso la vera attuale pittura veneziana, le cui basi, evidenti nello stile dell’artista, derivarono dagli influssi del Ricci, di cui ne fu allievo [fonte: Stradiotti, p. 162].

La pittura della fase matura dell’artista, che lo vede ancora aperto alle novità cromatiche e formali del momento, evidenzia talvolta nostalgici ritorni al passato, soprattutto quelli vicini agli schemi paterni, rielaborati impiegando la tecnica del Ricci. Tali tentennamenti spariscono definitivamente nelle opere appartenenti agli anni Quaranta, quando il Paglia si orientò verso una pittura più pacata e piana, con l’intento di raffigurare, anche nelle opere a sfondo religioso, la quotidianità del reale, trasfigurata dalla solida tradizione bresciana sin dai tempi di Moretto e Romanino e ancora mantenuta viva dai suoi contemporanei, tra cui spiccano il Cifrondi (Clusone 1656 – Brescia 1730) e il Pitocchetto (Milano, 1698 – Milano, 1767), la cui tempra ed immediatezza Antonio non poté mai raggiungere [Stradiotti, p. 162].

Le opere più significative di Antonio Paglia

  • Sant’Antonio da Padova, anno 1710, Gazzolo, chiesa parrocchiale.

  • Sant’Antonio da Padova, anno 1710, Vilminore di Scalve, chiesa parrocchiale.

  • Martirio di san Giacomo Apostolo, anno 1711, Ospitaletto, chiesa parrocchiale.

  • Madonna col Bambino e sant’Antonio da Padova, anno 1710, Brescia, chiesa di Santa Maria in Calchera.

  • Condanna di san Giacomo, anno 1718, Ospitaletto, chiesa parrocchiale.

  • Immacolata, Rovato, chiesa parrocchiale.

  • La Madonna accoglie il Figlio Gesù deposto dalla croce, Casaloldo, chiesa parrocchiale.

  • San Giovanni, anno 1726, Brescia, chiesa di Santa Maria della Carità.

  • Sant’Antonio da Padova in gloria con il Bambino Gesù e le sante Margherita, Apollonia, Agata e Lucia, Casaloldo, chiesa parrocchiale.

  • Ciclo di santi, anni 1726-27, Chiari, chiesa parrocchiale.

  • Pietà, anno 1735, Gambara, chiesa parrocchiale.

  • Storie del Nuovo Testamento, anno 1741, Brescia, chiesa di San Zeno al Foro.

Bibliografia

  • Giovanni Battista Carboni, Notizie istoriche delli pittori, scultori ed architetti bresciani, anno 1776, Bologna.

  • Camillo Boselli, La validità della cronologia nelle Glorie di Brescia del Maccarinelli e nelle Notizie istoriche delli pittori, scultori e architetti bresciani di G. B. Carboni, in “Arte Lombarda”, a. IX, vol. 2, anno 1964.

  • Renata Stradiotti, Antonio Paglia in AA. VV., Brescia pittorica 1700-1760: l’immagine del sacro, Grafo, Brescia, anno1981.




L’architettura Gotica religiosa in provincia di Grosseto

L’architettura Gotica religiosa in provincia di Grosseto

(dalla tesi di laurea del Prof. Ettore Zolesi – relatore Mario Salmi)

Anno accademico 1954 – 1955

Indice pagine


Citazioni e critica nei secoli su Van Gogh

(citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Pagine correlate all’artista: Vita artistica – La critica dal 1934 – Le opereLe opere 2Le opere 3 – Il periodo artistico – Le lettere di Van Gogh – Bibliografia.

 Quello che ha detto la critica ufficiale della Storia dell’arte di Vincent Van Gogh:

A. Aurier, in ‘Mercure de France’, gennaio 1890:   È, quasi sempre, un simbolista. D’accordo, non un simbolista al modo dei primitivi ita­liani — mistici che quasi non avvertivano la ne­cessità di smaterializzare i loro sogni —, ma un simbolista che prova di continuo l’urgenza di rivestire le proprie idee di forme precise, pon­derabili, tangibili, di involucri intensamente car­nali e materiali. In quasi tutte le sue tele, sotto questo involucro morfico, sotto la carne così carne, sotto la materia così materia, si nasconde, per lo spirito che sa vederlo, un pensiero, un’idea, e quest’idea, sostrato essenziale dell’opera, ne è al tempo stesso la causa iniziale e finale.

In quanto alle sfavillanti, sfolgoranti sinfonie di colori e di linee, quale che sia la loro impor­tanza per il pittore, esse non sono nel suo lavoro che semplici mezzi espressivi, semplici processi di simbolizzazione. Se si rifiutasse, infatti, di ammettere sotto quest’arte naturalistica l’esistenza di tendenze idealistiche, gran parte dell’opera che noi studiarne resterebbe quasi del tutto in­comprensibile. … Questo artista vero, gagliardo, di pura razza, dalle mani brutali di gigante, dai nervosismi di donna isterica, dall’anima di illuminato, così originale, così a sé stante in mezzo alla nostra miserevole arte odierna, conoscerà un giorno — tutto è possibile — la felicità della riabilita­zione, le lusinghe pentite della moda? Forse. Ma qualsiasi cosa accada, quando anche la moda pagasse le sue tele ciò che è poco probabile al prezzo delle infamie meschine di Meissonier, non credo che in questa ammirazione tardiva del grosso pubblico entrerebbe mai molta sincerità. Vincent Van Gogh è al tempo stesso troppo semplice e troppo sottile, per lo spirito borghese contemporaneo. Sarà sempre completamente com­preso dai suoi fratelli, gli artisti solo artisti… e dai felici del popolo minuto, del popolo più umile

O. mirbeau, in ‘Écho de Paris’, 31 marzo 1891:  Non si era immedesimato nella natura, aveva immedesimato la natura in sé; l’aveva costretta a piegarsi, a modellarsi secondo le forme del suo pensiero, a seguirlo nelle sue impennate, perfino a subire le sue deformazioni … Van Gogh ha avuto, a un livello raro, ciò che diversifica un uomo da un altro: lo stile. In una folla di qua­dri mescolati gli uni agli altri, basta una sola occhiata per riconoscere senz’ombra di dubbio quelli di Vincent Van Gogh, come si riconoscono quelli di Corot, di Manet, di Degas, di Monet, di Monticelli, poiché questi artisti hanno un genio particolare, dal quale non possono allonta­narsi, e che è lo stile, vale a dire l’affermazione della personalità. E ogni cosa, sotto il pennello di questo creatore bizzarro e poderoso, si anima di una vita misteriosa, indipendente dalla cosa stessa che egli dipinge, che è in lui e che è lui. Egli si svuota completamente, a vantaggio degli alberi, dei cicli, dei fiori, dei campi, che gonfia della stupefacente linfa del suo essere; e queste forme si moltiplicano, si scapigliano, si torcono, e persino nella mirabile follia di quei cieli dove gli astri ubriachi volteggiano e barcollano, dove le stelle si allungano in code di comete sbrin­dellate, persino nello sbocciare di quei fiori fan­tastici che si ergono e s’innalzano simili a uccelli dementi, Van Gogh conserva sempre le proprie stupende doti di pittore, una nobiltà che com­muove, una grandezza tragica che atterrisce.

È. bernard, in ‘Mercure de France’, luglio 1893:  Con amore tutto particolare si rivoltola nella materia stessa della pittura, nella pasta; che manipolare questa pasta era per lui una gioia. Allo stesso modo che l’avaro ama manipolare il pro­prio oro e gioca con esso in segreto, egli fuggiva nella solitudine delle campagne per palpare libe­ramente i suoi tubetti, per premerli, per vuo­tarli con furore su tele vergini, di fronte alle collinette di Saint-Rémy, nella Crau, sotto i ripari ombrosi della casa di salute dove più tardi lo condusse il suo delirio. Pittore è e pittore rimane, sia che, ancora giovane, traduca l’Olanda in bruno, sia che, in età più avanzata, come divisionista, interpreti Montmartre e i suoi giardini, e infine, con impasti furibondi, il Mezzo­giorno o Auvers-sur-Oise. Che disegni o no, che si perda nella macchia o nelle deformazioni, resta pittore per sempre.

H. von hotmannsthal, lettera del 26 inaggio 1901 (in Aus den Briefen des Zurùcfigekehrten. Die Furbe, Berlino 1917):   A tutta prima, questa pittura mi è sembrata troppo violenta, agitata, cruda, strana; mi è occorso un certo tempo per orientarmici, per co­gliere l’unità delle prime tele che ho guardato, per distinguervi il quadro. Ma in seguito ho ve­duto : le ho vedute ognuna separatamente e tutte insieme, e la natura in esse, e la potenza dello spirito umano che ha saputo modellare la natura, che ha dipinto l’albero e il cespuglio, il campo e il declivio della collina. E ho veduto ancora: ciò che queste pitture ricoprono, il loro senso vero, la parte di destino che rivelano. Tutto questo mi è diventato talmente visibile, che mi sono perduto io stesso in quei quadri, per ritro­varmi e perdermi ancora. … Un campo a maggese, un viale di grandi al­beri che si stagliano contro il cielo della sera, un sentiero incassato con pini contorti, un pezzo di giardino con il retro di una casa, carretti di contadini trainati da cavalli magri su un pascolo, un bacile di rame e una. brocca di terraglia, alcuni contadini seduti intorno a un tavolo, intenti a mangiare patate: a che serve descrivere tutto questo? Devo parlare dei colori? Vi si vedono un turchino intenso, inverosimile, che ritorna di continuo, un verde di smeraldo fuso, un giallo che da sull’arancione. Ma che cosa sono i colori, se non rivelano la vita intima degli oggetti? Questa vita era lì : l’albero, la pietra, il muro, il sentiero incassato davano ciò che avevano di più segreto, lo gettavano per così dire verso di me. Ma non mi comunicavano la voluttà e l’ar­monia della loro perfetta vita silente. Non vi era lì nulla dell’incanto che avevo provato altre volte davanti a qualche quadro antico: no, ero assalito soltanto dal miracolo incredibile della loro possente e violenta esistenza… Andando da quadro all’altro sentivo ciò che li univa tutti, la vita intima che si schiudeva nel colore e nei rapporti dei colori fra loro; li vedevo vivere l’uno grazie all’altro, e sempre ce n’era uno misteriosamente possente che li dominava tutti. Sentivo ovunque l’anima di colui che aveva fatto tutto questo, che grazie a questa visione aveva risposto a se stesso mediante se stesso, per liberarsi dello spasimo mortale di un dubbio spaventoso; sentivo, sapevo, penetravo ogni cosa, gioivo degli abissi e delle vette, dell’esteriore e dell’interiore, e tutto ciò nella decimillesima parte del tempo che impiego per descriverlo

J. B. de la faille, L’époque francaise de Van Gogh, Parigi 1927:  C’è tuttora un partito conservatore che lo giudica un visionario, un essere stravagante, biz­zarro, squilibrato, e respinge la sua pittura… perché si tratta dell’opera di un ‘pazzo’!  Il lato visionario di quest’opera, che talvolta si palesa, deriva dal suo bisogno appassionato di luce, dal desiderio delirante di trasfondere nei propri colori e nella propria composizione l’in­tensità e l’esuberanza solari. Il grande disco è aureolato di irradiazioni che si attorcigliano come serpi intorno alla fonte astrale della luce e fanno fiammeggiare tutto quanto il cielo. Per Vincent il sole non brilla mai abbastanza, vor­rebbe che ve ne fossero due. Il sole è talmente il suo idolo, da fargli ricercare, estasiato, il riverbero dell’oro solare sulla terra incendiata dai raggi. I gialli sono i suoi colori prediletti : ritrova il giallo paglierino nei campi di grano e il giallo limone nei limoni, riveste di giallo ocra i muri degli edifici, prende per i suoi sfondi il giallo canarino, colora le vesti di giallo zolfo.  È una visione sovreccitata che si ritrova anche in talune volute deformazioni dei suoi ritratti. Ma il partito tradizionalista ignora del tutto che Vincent ha reso molte volte la natura con una verità sorprendente : nulla di truccato, nulla di aggiunto, nulla di mutato. A Montmajour ha disegnato le rocce. Ebbene, quando ci si mette nel punto esatto in cui si era messo Vincent, si è stupiti di vedere nei massi rocciosi gli stessi crepacci, le stesse formazioni, la stessa linea spezzettata, gli stessi anfratti che Vincent ha osservato disegnando. Non ha omesso, non ha trascu­rato nulla. E come resta sublime, nonostante i particolari! Nulla di meschino, nulla di troppo rifinito o compiaciuto, nulla di artificioso o falso. La sua opera è l’incarnazione del reale; egli è il grande maestro di un naturalismo esaspe­rato. Coloro che non capiscono la sua visione san­no che Vincent ha avuto crisi mentali ed epilettiche e nascondono la loro incapacità a capirlo qualificandolo di pazzo. Ma se s’ignorasse tutto della sua vita, se non si conoscessero al­cuni particolari della sua personalità, nessun intellettuale oserebbe definire la sua l’opera di un pazzo. I geni precorrono sempre il loro tempo ed è rarissimo che i contemporanei li capiscano.

L. vitali, Precursori: Vincent Van Gogh, in ‘Domus*, novembre 1934:  Se Parigi lo fa pittore, e grande pittore, Van Gogh non rinunzia neppure negli ultimissimi anni a certe sue predilezioni curiosissime. Vi sono pittori coscienti, che vivono in un mondo dove tutto risponde con perfetta coerenza alla loro concezione dell’arte, che sanno eleggersi i propri progenitori e li venerano con una fedeltà che non ammette confusioni; non si può dimenticare la complessità di mente di un Delacroix, la precisa lucidità ed il caustico rigore di un Degas, che non si lascia mai prendere la mano da nessuno. Van Gogh è l’opposto : questo ex mistico ha serbato slanci fanatici, generose aspirazioni messianiche, ideologie spesso mal digerite, e, nel campo della pittura, in contrasto con il suo istinto prepotente, ammirazioni assurde, che stanno a dimostrare la totale assenza d’un discerni­mento critico. Meissonier gli parrà sempre un maestro qu’on ne peut dépasser, degnissimo di stare accanto ai prediletti Millet, Delacroix, Daumier; adora Monticelli, vorrebbe pouvoir faire des bleus camme Ziem e, naturalmente, con grande scandalo e disprezzo di Gauguin, detesta l’olimpico Ingres. Il contrasto fra le opere e la mediocrità di certe idee di Van Gogh non potrebb’essere più palese, più deciso; esso trae ori­gine dalla disordinatissima educazione estetica, compiuta a pezzi e a bocconi, come capita sempre agli autodidatti, ma soprattutto rimette gli squilibri e le candide ingenuità della sua mente di magnifico barbaro.  Comunque sia, più delle contraddizioni e delle confusionarie preferenze d’un pittore, contano le opere, anche se queste non si possono disgiungere da quelle. Ed il biennio parigino, durante il quale Van Gogh conosce Pissarro e Guillaumin, Seurat e Toulouse-Lautrec — uomini rappresentativi di due generazioni — e si fa amico di Gauguin e di Émile Bernard — questo ex-rivoluzionario, oggi ridotto al più accademico ed inutile italianismo —, è ricco di opere diseguali come propositi, se non come valore. … In pochi altri artisti la vita fu tanto legata all’arte, ma oltre le vicende tragiche dell’esi­stenza, contano le opere. Van Gogh ha preparato trent’anni di pittura; quel che presentiva, s’è avverato. Partito dall’Impressionismo, intesa la lezione dell’Oriente per l’impiego dell’arabesco disegnativo e delle preziosità coloristiche, egli si riallaccia al movimento romantico, ma lo supera per l’esasperata intensità della visione. Egli non rompe i ponti con il Naturalismo, ma va oltre; le sue magnifiche allucinazioni, che non preludono in nessun modo e in nessun momento all’arte astratta, aprono la via all’Espressionismo. Egli ne è il fondatore primo o, come di­cono ora i nuovi savi, il maggior colpevole.

Critica 2 su Van Gogh


Biografia di Vincent van Gogh

 Vincent Van Gogh (Groot-Zundert 1853 / Auvers-sur Oise 1890)

  Articoli correlati all’artista: Le sue opere – Il periodo artistico – La critica – Le lettere – Bibliografia.

Biografia e vita artistica di Van Gogh  Vincent

Autoritratto Con cappello di Van Gogh
Autoritratto Con cappello

Vincent Van Gogh appartiene ad una famiglia olandese attiva nella religione protestante e negli affari, paragonabile, per certi versi, a Caravaggio ma con chiare caratteristiche psicopatiche: è il “grande folle” del mondo pittorico del suo secolo, ed un mito per gli appassionati dell’arte perentoria negli anni Cinquanta–Sessanta dello scorso secolo.

Grande artista carico di energia coloristica e del tratto, dello struggente movimento delle forme nella materia della pittura, esperto teologo e incisivo poeta delle sofferenze umane, è attivo prevalentemente sulla strada apertagli dagli impressionisti francesi, ma fuori dall’arte del suo periodo.

Durante tutto il secolo che succede alla sua tragica morte, per la ricchezza e la varietà delle sue eccellenti innovazioni artistiche, van Gogh rimane un grande maestro, il cui nome non potrà mai essere dimenticato.

Ritratto di Pere Tanguy
Ritratto di Pere Tanguy, inverno 1887-88, olio su tela, 65 x 51 cm., collezione privata.

Van Gogh verso il 1887 – nel periodo in cui frequenta la bottega di generi artistici del Pere Tanguy ed allestisce piccole mostre personali al Café du Tambourin alternandosi con Emile Bernard, Toulouse-Lautrec e Louis Anquetin – è molto interessato alle teorie della percezione dei colori integri che si mescolano direttamente nella retina dell’occhio e integra il suo caratteristico linguaggio espressivo con tocchi “spezzettati”.

Proveniente da una famiglia calvinista ed impegnato in prima persona in sermoni tra la gente del Borinage, arriva a Parigi nel 1886, un anno significativo per la pittura, carico di eventi (vedi post-Impressionismo) che dovevano cambiare in modo radicale la strada maestra dell’arte.

Già negli anni precedenti aveva cambiato quasi totalmente la maniera di dipingere, cioè dalla stesura di colori densi e bui con grossi e decisi colpi di spatola, si era avvicinato ad una pittura più vigorosa con gamme cromatiche brillanti e dai caratteristici accostamenti di colore complementare.

Anche i suoi soggetti cambiarono diventando di più abituale quotidianità. Sicuramente era rimasto alquanto suggestionato ed affascinato dalle novità formali dell’ambiente artistico che lo circondava, tanto come era stato deluso dall’ambiente umano (nauseato dai pittori come uomini) dato che, secondo lui, metteva in condizione l’artista di trascurare i contenuti per dare spazio alle soluzioni puramente tecniche, legate agli effetti della visione.

La costante ricerca della sostanza delle cose e del loro senso, porta Van Gogh ad una scelta ben ragionata del linguaggio espressivo coloristico che colpisce direttamente la psiche umana, e lo orienta all’utilizzo di un tocco spezzettato che segue un’andatura ondeggiante nei contorni di forme volutamente irregolari e distorte: «Ho cercato di esprimere con il rosso e con il verde le terribili passioni degli uomini».

Vincent van Gogh: La sedia dell'artista
La sedia dell’artista

Nel 1888 si reca ad Arles, nella Francia meridionale, dove riesce a vivere a contatto con la natura rilassante ed amica, in un periodo di vero splendore creativo, dal quale hanno origine grandissimi capolavori come le grandi vedute paesaggistiche, cariche di struggente poesia: “La sedia”, “la camera dell’artista”, la serie dei “Girasoli”. È questo il momento in cui Van Gogh sogna la realizzazione di un suo studio d’arte, che gli riconsegni una funzione attiva nella società.

Cerca di coinvolgere nella realizzazione dell’impresa anche Paul Gauguin che è andato a trovarlo ad Arles.

La camera di Van Gogh
La camera di Van Gogh (o dell’artista) ad Arles, 72 x 90 cm. Amsterdam Rijksmuseum Vincent Van Gogh.

Il sogno purtroppo non si materializza e la forte delusione lo porta ad un tragico gesto con l’automutilazione dell’orecchio, che dà origine ad una fase di profondo sgomento, culminando nel ricovero all’ospedale psichiatrico di  Saint-Rémy-de-Provence. Da qui la sua pittura cambia nuovamente e le rappresentazioni che seguono testimoniano una situazione umana gracile e sconsolata, che poco alla volta si fa sempre più angosciata ed agitata nelle forme, esasperata nelle gamme cromatiche, sfiorando i limiti del linguaggio espressionistico, come si evidenzia negli ultimi suoi capolavori: la “Notte stellata” e il “Campo di grano”, eseguiti rispettivamente nel 1889 e 1890. Si spara un colpo di rivoltella il 27 luglio 1890, ma la conseguente morte avviene due giorni dopo.

Autoritratto di Vincent Van Gogh, 1889,
Autoritratto, 1889, olio su tela, 60 x 49 cm., Courtauld Gallery, Londra

L. Vitali, Precursori: Vincent Van Gogh, in “Domus”, novembre 1934

Se Parigi lo fa pittore, e grande pittore, Van Gogh non rinunzia neppure negli ultimissimi anni a certe sue predilezioni curiosissime. Vi sono pittori coscienti, che vivono in un mondo dove tutto risponde con perfetta coerenza alla loro concezione dell’arte, che sanno eleggersi i propri progenitori e li venerano con una fedeltà che non ammette confusioni; non si può dimenticare la complessità di mente di un Delacroix, la precisa lucidità ed il caustico rigore di un Degas, che non si lascia mai prendere la mano da nessuno. Van Gogh è l’opposto : questo ex-mistico ha serbato slanci fanatici, generose aspirazioni messianiche, ideologie spesso mal digerite, e, nel campo della pittura, in contrasto con il suo istinto prepotente, ammirazioni assurde, che stanno a dimostrare la totale assenza d’un discernimento critico. Meissonier gli parrà sempre un maestro qu’on ne peut dépasser, degnissimo di stare accanto ai prediletti Millet, Delacroix, Daumier; adora Monticelli, vorrebbe pouvoir faire des bleus camme Ziem e, naturalmente, con grande scandalo e disprezzo di Gauguin, detesta l’olimpico Ingres. Il contrasto fra le opere e la mediocrità di certe idee di Van Gogh non potrebb’essere più palese, più deciso; esso trae origine dalla disordinatissima educazione estetica, compiuta a pezzi e a bocconi, come capita sempre agli autodidatti, ma soprattutto rimette gli squilibri e le candide ingenuità della sua mente di magnifico barbaro.

Comunque sia, più delle contraddizioni e dellle confusionarie preferenze d’un pittore, contano le opere, anche se queste non si possono disgiungere da quelle. Ed il biennio parigino, durante il quale Van Gogh conosce Pissarro e Guillaumin, Seurat e Toulouse-Lautrec — uomini rappresentativi di due generazioni — e si fa amico di Gauguin e di Émile Bernard — questo ex-rivoluzionario, oggi ridotto al più accademico ed inutile italianismo —, è ricco di opere diseguali come propositi, se non come valore. …

In pochi altri artisti la vita fu tanto legata all’arte, ma oltre le vicende tragiche dell’esistenza, contano le opere. Van Gogh ha preparato trent’anni di pittura; quel che presentiva, s’è avverato. Partito dall’Impressionismo, intesa la lezione dell’Oriente per l’impiego dell’arabesco disegnativo e delle preziosità coloristiche, egli si riallaccia al movimento romantico, ma lo supera per l’esasperata intensità della visione. Egli non rompe i ponti con il naturalismo, ma va oltre; le sue magnifiche allucinazioni, che non preludono in nessun modo e in nessun momento all’arte astratta, aprono la via all’Espressionismo. Egli ne è il fondatore primo o, come dicono ora i nuovi savi, il maggior colpevole.  Lo ha scritto L. Vitali, Precursori: Vincent Van Gogh, in ‘Domus, novembre 1934)

Altri cenni critici su Van Gogh

Alcune significative opere di Van Gogh

Tessitore al telaio (1884), I mangiatori di patate (1885),  Paesaggio al tramonto (1885),  Natura morta con Bibbia e candelabro (1885),  Un paio di scarpe (1887),  Il Restaurant de la Sirène ad Asnières (1887) ,Vaso di altee (1886), Donne che portano sacchi di carbone (1882), Due girasoli (1887) , Giapponeseria: Oiran (1887) , Fritillaria imperiale in un vaso di rame (1887) ,L’Italiana (1887), Ritratto di père Tanguy (1887-1888), I girasoli (1888) ,La Mousmé seduta (1888) , Seminatore al tramonto (1888) , Salici al tramonto (1888),  Ritratto di Eugène Boch (1888),  Terrazza del caffè la sera, Place du Forum, Arles (1888) , Vaso di girasoli (1888) ,Ritratto di Joseph Roulin (1888) , Ritratto di Millet (1888),  Les Alyscamps (1888),  La casa gialla (1888) ,  Il caffè di notte (1888) , La camera da letto (1888)  La sedia di Gauguin (1888)  L’Arlesiana (1888)  Spettatori nell’arena (1888)  La sedia di Vincent (1888), Donne bretoni (1888) La Berceuse (1889) Ritratto del dottor Rey (1889) Autoritratto (1889)  Davanti al manicomio di Saint-Rémy (1889)Il giardino di Saint-Paul (1889) Lillà (1889)  Iris (1889) Vaso con iris (1889) Natura morta con tavolo da disegno, pipa, cipolle e cera (1889) Notte stellata (1889) Autoritratto (1889) Il dormitorio di Saint-Paul (1889) Campo di grano con cipressi (1889) La ronda dei carcerati (1890)  L’Arlesiana (1890)  Ramo di mandorlo in fiore in un bicchiere (1890)  Casolari con il tetto di paglia a Cordeville (1890) Ritratto del dottor Gachet (1890) Marguerite Gachet nel giardino (1890) Marguerite Gachet al piano (1890) La chiesa di Auvers (1890) Campo di grano con corvi (1890)  Il castello di Auvers al tramonto (1890)

Musei e gallerie dove sono custodite le opere di Van Gogh:

  • Albright-Knox Art Gallery di Buffalo Courtauld Gallery di Londra.

  • Civico Museo d’Arte Contemporanea di Milano.

  • Carnegie Museum of Art di Pittsburgh.

  • Barnes Foundation di Philadelphia.

  • Art Gallery dell’Università di Yale.

  • Kunstmuseum di Berna.

  • Kunstmuseum di Basilea.

  • Metropolitan Museum of Art di New York.

  • Collezione Bührle di Zurigo.

  • Kunsthaus di Zurigo.

  • Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma.

  • Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid.

  • Museum Folkwang di Essen.

  • Museum of Art di Baltimora.

  • Musée d’Orsay di Parigi.

  • Institute of Arts di Minneapolis.

  • Museo Puškin di Mosca.

  • Museo dell’Ermitage di San Pietroburgo.

  • Museum of Fine Arts di Boston.

  • Museum of Modern Art di New York.

  • Musée Rodin di Parigi.

  • National Gallery di Washington.

  • Neue Pinakothek di Monaco.

  • Museum of Art di Indianapolis.

  • Rijksmuseum Kröller-Müller Museum di Otterlo.

  • National Gallery di Londra.

  • Stedelijk Museum di Amsterdam.

  • University Art Gallery di Yale.

  • Paul Getty Museum di Los Angeles.

  • Wadsworth Atheneum di Hartford.

  • Van Gogh Museum di Amsterdam.

  • Städelsches Kunstinstitut di Francoforte.

    Frammenti:

    • Mi addolora tanto che i miei rapporti con i pittori siano così freddi … Van Gogh lettera dell’autunno 1882.
    • Passo di rado una giornata senza far niente … Van Gogh lettera del 9 settembre 1882.
    • Crede che io m’infischi della tecnica e che non cerchi di acquistarla? … Van Gogh nella lettera ad Anthon van Rappard, Nuenen, aprile 1884.

I grandi pittori del Seicento e Settecento

Il Settecento delle Arti (si veda anche la pagina precedente)

Andrea Pozzo: Chiesa di S.Ignazio a Roma: Apoteosi di Ignazio
Andrea Pozzo: Chiesa di S. Ignazio a Roma: Apoteosi di Ignazio

Andrea Pozzo (1642-17091 è un pittore italiano, scenografo e matematico. Le sue prospettive illusionistiche, adeguate alla apostolato gesuita, preannunciano il nuovo secolo.

Jacob Prandtauer (1660-1726) è un architetto austriaco. I suoi complessi monastici si manifestano in forme maestose e delicate allo stesso tempo, inserite nell’ambiente naturale che li circonda.

Sebastiano Ricci: Susanna davanti a Daniele
Sebastiano Ricci: Susanna davanti a Daniele

Alessandro Magnasco (1667-1749) è un pittore italiano. Ligure di nascita ma di preparazione lombarda, approfondisce un linguaggio caratteristico, in cui figure guizzanti affiorano brulicanti da ampi fondali architettonici.

Sebastiano Ricci (1659-1734) è un pittore veneto che opera con affermazione in molte città italiane e recupera la tecnica del Correggio e le gradazioni cromatiche del Veronese, ottenendo effetti pittorici di pregevole modernità.

Watteau: L'incantatore
Watteau: L’incantatore

Jean-Antoine Watteau 1684-1721) è un pittore francese molto suggestionato dalla pittura di Rembrandt e Rubens. Unisce le raffinatezze cromatiche con l’attenzione alla realtà in uno stile delicato e sfuggente.

Rosalba  Carriera (1675-1757) è una pittrice italiana. I suoi morbidi e delicati ritratti a pastello, richiesti da gran parte dell’Europa, restituiscono un’impalpabile e squisita immagine dell’eleganza aristocratica del Settecento.

Cosmas Damian Asam (1686-1739) è un pittore ed architetto tedesco. Componente di una famiglia di artisti, rimane legato al linguaggio illusionista barocco, ottenendo però effetti di armonia e dolcezza rococò.

Charles-Antoine Coypel (1696-1752) è un decoratore e pittore francese: Egli è anche autore alcune commedie. Membro di una famiglia si artisti pittori vicina a Luigi XIV, realizza soggetti storici legati alla mitologia.

Chardin: Il paiolo di rame
Chardin: Il paiolo di rame

Jean-Baptiste-Siméon Chardin (1699-1779) è un pittore francese. Legato all’opera dei Le Nain e al Seicento nordico, rappresenta il mondo della borghesia, libero da ogni rete di facile emotività.

Giambattista Tiepolo (1696-1770) è un pittore italiano con una freschezza cromatica, un’eccezionale capacità di creare illusionismo ed una varietà compositiva applicati a tematiche emblematiche, storiche e mitologiche. Queste, le componenti di uno schema di grande successo nell’Europa del Settecento.

Tiepolo: Il martirio di sant'Agata
Tiepolo: Il martirio di sant’Agata

Francesco Guardi (1712-93) è un pittore italiano e grande esponente del vedutismo veneziano. Si distacca dalla spiccata precisione del Canaletto, ritraendo con percettività preromantica una laguna nostalgica e quasi rarefatta.

Sir Joshua Reynolds (1723-92) è un pittore inglese, e grande teorico. Egli applica alla ritrattistica il pensiero di “grande stile” esaltando i suoi personaggi ma raggiungendo soluzioni di avvincente naturalezza e modernità.

Johann Michael Fischer (1692-1766) è un architetto tedesco che si forma in Boemia e progetta, in copiose forme rococò, splendide costruzioni religiose.

Francesco Guardi: Le storie di Tobiolo
Francesco Guardi: Le storie di Tobiolo

Jean-Marc Nattier (1685-1766) è un pittore francese che opera in Olanda e Francia. Egli svolge con uno stile raffinato ed elegante il tanto richiesto tema del ritratto femminile di sovente a carattere allegorico.

Franz Anton Bustelli (1723-63) è un plasticatore ticinese che opera negli stabilimenti dove trattano la porcellana di Neudek e di Nympheburg. Traspone in ceramica le eleganti forme del periodo rococò, privilegiando scene della mitologia e figure della commedia dell’arte.

Luigi Vanvitelli (1700-73) è un pittore italiano ma soprattutto architetto. Egli è un accorto conoscitore sia della tradizione antica sia di quella  stile barocco e si fa interprete con un linguaggio molto adeguato alle esigenze di rappresentanza e di funzionalità della committenza.

Giovanni Paolo Pannimi (1691/92-1765) è un pittore italiano ma , anche uno stimato scenografo. Si forma sugli esempi dei Bibiena, deve la sua celebrità alle vedute, sia reali sia illusorie, della Città Eterna, ricercatissime nell’età del grand tour.

Jean-Etonne Liotard (1702-89) è un pittore di origine svizzera di squisita capacità tecnica, stimato in particolare per le miniature ed i pastelli. Raffinato ed elegante nei ritratti di corte come nelle garbate figurine in genere.


Il Settecento francese e inglese

Pagine correlate al Settecento: Barocco e Rococò – Dal Rococò al Neoclassicismo – Vedutismo – Pittura di genere  – Riassunto Seicento – Settecento.

La pittura francese

La pittura francese del Settecento è intensamente concentrata attorno alla vita di corte, che costituisce anche la sua principale fonte di richiesta.

Essa è nell’insieme contraddistinta da accenti gradevoli e voluttuosi con linguaggio rococò ma, allo stesso tempo, dal modo di recepire di un occhio critico e scettico, acquisito dall’approfondita conoscenza della scuola fiamminga.

Poussin: La morte di Saffira
Poussin: La morte di Saffira

Da un lato perciò, la pittura francese del periodo guarda come sempre agli schemi accademici, di origine bolognese e romana, contraddistinti a un certo punto, nel Seicento, con l’operato di Nicolas Poussin; dall’altro fa cogliere un’amara cognizione esistenziale, dove le grazie dell’Arcadia si manifestano, più che come visione onirica, deliberata finzione; e dove la chiara sensualità di molte figure, più che raffigurare una lode alla gioventù e alla bellezza, si presenta permeata di provocante erotismo.

Antoine Watteau: Imbarco per Citera
Antoine Watteau: Imbarco per Citera

Antoine Watteau (1684-1721) è il grande esponente che dà l’avvio al periodo settecentesco della pittura francese e che ne influenza gli approfondimenti, procurando una serie di modelli non eludibili.

Debutta come disegnatore grafico di costumi e si applica per gran parte della sua attività a ritrarre maschere o attori, acquistando un successo che presto lo farà entrare nell’Accademia e lo spronerà a studiare a fondo la rappresentazione di fétes galantes. Ma la sua disinvoltura, anche beffarda, abbastanza ostentata in parecchie sue opere – nella bella maniera della descrizione di controversie amorose, nella rappresentazione di concerti all’aria aperta e delizie arcadiche, nei vari contesti di sottofondi nostalgici e malinconici, nell’impiego di quel senso dell’attimo fuggente – trapela dalle sue più importanti composizioni; tutto questo ne costituisce la colonna portante e, quindi, la ragione dello smarrimento che si genera nella psiche di chi le guarda.

Watteau: L'amore al teatro italiano
Watteau: L’amore al teatro italiano

Questo è il significato più intenso di opere celebri come “L’amore al teatro francese” e “L’amore al teatro italiano” (cm. 37 x 48, anno 1719, Statliche Museen, Berlino), avvolte in un’evanescente e soffusa atmosfera, quasi a creare una dimensione onirica. Il singolare rappresentante della stagione rococò è, nella scuola francese, Francois Boucher (1703 – 1770), che è attivo sotto le Reggenza e sotto il regno di Luigi XV, interpretando molto bene il clima pompadouriano.

Boucher: Trionfo di Venere, particolare, 1740, Stoccolma, Museo Nazionale
Boucher: Trionfo di Venere, particolare, 1740, Stoccolma, Museo Nazionale

Boucher, che era stato preceduto da alcuni ritrattisti di corte dalla sontuosa e inequivocabile espressività come Nicolas de Largillière (1656-1746), arricchisce la sua conoscenza con la cultura accademica di origine romana, specialmente dopo una permanenza nella città, ma anche con gli  insegnamenti veneziani, soprattutto quelli di Sebastiano Ricci. Interpreta tutto questo con una naturale piacevolezza, dove le morbide e sensuali curve dei corpi mantengono un sapore realistico che ne crea gli aspetti sconvolgenti.

Autoritratto di Chardin
Autoritratto di Chardin

Boucher rappresenta il risvolto raffinato ed elegante di una circostanza pittorica, dove il sottofondo è composto da un realismo scrupolosamente puro, di chiaro stampo fiammingo, come si manifesta nell’opera di Jean-Baptiste Chardin (1699-1779), la cui razionalità descrittiva tocca confini di sconvolgente modernità, così come la stesura rapida e densa, dai timbri aurei, di Jean-Honoré Fragonard (1732-1806) coglie la freschezza dell’immagine in uno straordinario preannuncio impressionista.

La scuola inglese

Reynolds: Lady Cockburn con tre dei suoi figli
Reynolds: Lady Cockburn con tre dei suoi figli

Indiscutibili tratti di modernità, ma indubbiamente con toni antiaccademici, ostenta insieme alle altre anche la scuola inglese, che dopo il 1750 evidenzia il nascere della sensibilità romantica, specialmente mettendo di buon grado a confronto le figure con ampi e spontanei spazi paesaggistici.

Joshua Reynolds (1723 – 1792) rivela nelle linee consensi rococò con una differente fermezza di mano, e la vitalità delle sue raffigurazioni consiste nella leggerezza e nell’indefinito per quanto riguarda il ritratto. Inoltre i soggetti si pongono entro circostanze naturali, in un contesto dai toni intimistici.

Gainsborogh: La passeggiata mattutina
Gainsborogh: La passeggiata mattutina

Con Thomas Gainsborough (1727-1788) la rappresentazione dei personaggi si fa superficialmente più insensibile e violenta, con un’accorta messa in evidenza delle arroganze aristocratiche, che sono insieme tutela della propria privacy. Ogni sopraffazione però si addolcisce e si disperde nel contesto di paesaggi profondi, tranquilli e maestosi, nella loro graziosa ampiezza, fatti con tocchi, tonalità e tagli ormai assai vicini all’espressività ottocentesca.


Pittori stile rococò

Pagine correlate: Altri pittori rococò – Barocco e Rococò – Dal Rococò al Neoclassicismo – Vedutismo – Pittura di genere.

Frammenti d’arte: Pittori stile Rococò

  • A Milano, oltre che il genovese Magnasco (menzionato nella pagina precedente), operano ma con meno energia pittori come: Angelo Maria Crivelli detto il Crivellone, che si spira alla pittura olandese; Francesco Londonio, pittore assai scrupoloso e coscienzioso, che si rifà al Castiglione per i suoi paesaggi a carattere pastorale; il valtellinese Giulio Cesare Ligari ed il bustocchio (da Busto Arsizio) Biagio Belotti, entrambi frescanti-decoratori, influenzati soprattutto da G.B. Tiepolo che in questo periodo lavora a Milano.
  • Giacomo  Cerutti, milanese, realizza pale d’altare per le chiese di Brescia e Padova, ma non disdegna dipingere scene di genere di ispirazione d’oltralpe, che meravigliano per la loro decisa naturalezza. Egli ama anche la ritrattistica, che svolge con amabile semplicità e naturalezza.

  • Bergamasco è il pittore Fra’ Vittore Ghislandi (1655-1745), con formazione veneziana presso Sebastiano Bombelli, che svolge la sua attività nel campo della ritrattistica conferendo alle sue figure festosità, ridondanza e calore, senza tralasciare il gusto dell’intonazione cromatica, che è sempre in armonia nel contesto generale, insieme ad un’acuta penetrazione psicologica nel soggetto.

  • A Mantova Giuseppe Bazzani (1690-1769) è un pittore alquanto fantasioso e di facile improvvisazione, che si ispira al cromatismo rubensiano, soprattutto nelle gamme tendenti ai delicati azzurrini ed alla pittura dei veneziani tra i quali il Tiepolo.

  • Il Veronese Pietro Rotari (1707-1762) è un artista di alta valenza eclettica. Si forma dal Balestra, dal Solimena e dal Trevisani e nonostante il suo temperamento eclettico, rievoca in maniera semplice e schietta le bellezze paesane ispirandosi anche alla pittura fiamminga. Pittore anche di tematiche sacre, è un esperto e ricercato ritrattista. Pittore personale di Caterina II a Pietroburgo.

  • Nel veneto Giovanni Bettino Cignaroli (1706-1770) allievo del Balestra e vicino alla pittura di Sebastiano Ricci, crea con pennellate decise una forma impastata di luci ed ombre livide e dolciastre, ma nello stesso tempo morbide nella “Madonna ed una santa” (Museo Civico di Verona).

  • G.B. Lampi (1751-1830) trentinese di Romano con formazione presso lo studio veronese di Francesco Lorenzi e poi del Rotari, è un ricercato ritrattista, aulico, decorativo e con soventi richiami settecenteschi.

  • Sebastiano Ricci (1659-1734) bellunese, ma formatosi in ambienti veneziani dal lombardo Federico Cervelli, che stimola il suo sensibile temperamento per il cortonismo nel campo della decorazione. Il suo cromatismo è brillante, spedito ed arioso, in spontanee composizioni che hanno tutte le valenze della pittura rococò.

  • Nicola Grassi (1682-1748) nato a Formaseo in Carnia, ha una pittura consona a quella del Ricci, con la stessa eleganza  ma un po’ più sdolcinata e smorta. Più tardi si sentirà attratto dal cromatismo del Tiepolo, anche se non riuscirà a capirlo bene a fondo.

  • Giovanni Battista Piazzetta (1682-1754), figlio dello scultore del legno, a cui non deve nulla della sua formazione artistica, come non deve nulla al suo maestro a Venezia, il Molinari. Compie la sua formazione sotto il Crespi a Bologna. Effetti di luci ed ombre portano l’artista ad una coinvolgente drammaticità, come testimonia il “Cristo”  dell’accademia di Venezia, esangue al punto tale da venir raffigurato completamente bianco, in contrasto al fondo scuro dell’ambiente notturno.

  • Giovan Battista Tiepolo (1696-1770), il più grande pittore del Settecento, prende dal Piazzetta l’essenzialità pittorica con cui innalzarsi con le virtù del proprio ingegno, che mai accusano stati di affaticamento. Nella sua piena e prolifica attività, nel corso della sua esistenza, animata anche da una grande famiglia (nove figli avuti dalla sorella di Francesco Guardi, Cecilia), è generosamente onorato nella sua Venezia, nella quale viene inaugurata nel 1756, la nuova Accademia veneziana di pittura e di scultura, che vuole lui come presidente. Per il suo grande talento, viene chiamato in Germania ed infine in Spagna, dove vi morrà all’età di 74 anni. Gian Domenico Tiepolo è il figlio del grande pittore che lo aiuta nelle sue importanti opere (“le storie di Federico Barbarossa” a Palazzo del principe vescovo della Franconia, commissionato da Wurzburg), dove talvolta risulta essere il principale esecutore sulla decisa ispirazione del padre. Accanto a lui lavora anche Girolamo Mengozzi Colonna, soprattutto nella composizione delle finte architetture. Spesso il suo cromatismo rende un po’ più pesante l’arte del padre. Lorenzo, anche lui pittore, è fratello di Gian Domenico Tiepolo, ma è quasi ignoto.

  • Giovan Battista Tiepolo ha molti allievi e collaboratori, tra i quali si ricordano alcuni come Francesco Fontebasso, Iacopo Marieschi, Francesco Zugno, Giuseppe Camerata, Giustino Menescardi, Iacopo Guarana, fino a Gian Battista Canal.

  • Pietro Longhi (1702-1785) è il redattore della vita che vive la Venezia di ogni giorno. Si forma dal Balestra e dal Crespi, ma è alla ricerca di un linguaggio a più ampio respiro, dopo l’infelice avventura come frescante della “Caduta dei Giganti”. Le sue pitture sono prevalentemente di genere, molto accurate nei particolari e con un dolce cromatismo. Egli ritrae con efficacia negli ambienti agresti, contadini e ciarlatani la popolazione, mentre negli interni,  la società colta illustre e raffinata con cicisbei, dame, abati e cavalieri. Alessandro (1733-1813), suo figlio ed anch’esso pittore, ha un’indole molto più forte. Si allontana dalla pittura del padre per approdare alla sontuosa e nutrita ritrattistica di Giuseppe Nogari. Il suo forte linguaggio espressivo lo porta, in qualche opera, ad essere avvicinato al Goya. Giuseppe Flipart, allievo di entrambi i Longhi (soprattutto di Alessandro), porta un pizzico della loro pittura alla corte di Madrid, quando vi subentra alla scomparsa del Tiepolo.

  • Rosalba Carriera è un’abile ritrattista, miniaturista ed esperta nella tecnica del pastello. Il suo cromatismo risulta essere elegante e morbido, ma allo stesso tempo anche poco ricco e talvolta monotono.

  • Iacopo Amigoni (1675-1752) è un pittore ritrattista e decoratore. Lavora prevalentemente fuori dall’Italia e morirà come pittore di corte a Madrid.

  • Giannantonio Pellegrini (1675-1741), cognato di Rosalba Carriera, contribuisce alla diffusione della pittura veneta in Europa centro-occidentale, facendola conoscere anche oltre-Manica. La sua pittura, prevalentemente a carattere decorativo, è chiara e spumosa.

  • La pittura veneziana in questo periodo si impone con grande vigore, soprattutto nelle tematiche paesaggistiche. Contribuisce a questo, oltre al talento dei vari artisti, anche la bellezza delle sue vedute naturali, le acque ed i suoi contrasti con il cielo e la sua atmosfera aurea. I suoi rappresentanti, in questo periodo, sono l’udinese Luca Carlevaris (1665-1731) che, nonostante la sua scarsa sensibilità agli effetti cromatici, riesce a realizzare con chiarezza bellissimi scorci della città lagunare ed a descrivere la vivacità delle sue sontuose feste; Michele Marieschi (fine 600?-1743), abile quadraturista e scenografo, che realizza delle vivacissime vedute veneziane con energici contrasti di luminosità, talvolta carichi di violenti giochi di luce-ombra; Antonio Canal detto il Canaletto, che è parte integrante dell’arte veneta e possiede una tempra assai più forte dei suoi contemporanei; Bernardo Bellotto, suo nipote, che riesce a diffondere fuori dalla regione veneta gli influssi veneziani, non soltanto in Italia (settentrione e Roma) ma anche all’estero (Vienna, Londra, Monaco, Dresda); poi ancora Francesco Guardi (1712-1793), del quali si è manifestato, soltanto a distanza di più di un secolo dalla sua morte, un suo temperamento figurista, dove si amplia ed allo stesso tempo si affievolisce la sua visione sostanziale, quella cioè di un costruttivismo macchiettista di origine canalettiana e di influssi delle tradizioni veronesi e trentine; suo fratello Giov. Antonio Guardi, assai diverso da costui, la cui pittura, influenzata in certi aspetti da Sebastiano Ricci, è sdolcinata e filamentosa, specie nelle piccole pale d’altare ed in tele ornamentali, che in primo tempo erano attribuite al fratello.

  • Per concludere: Marco Ricci (1676-1729), bellunese e nipote di Sebastiano, influenzato dalle pitture di Salvator Rosa e del Magnasco, dà vita ad una tematica paesaggistica prevalentemente romantica, ma pur sempre con la coloristica dei pittori veneti (fonti delle ricerche: “L’arte italiana” di Mario Salmi).


Pittori rococò

Pagine correlate: Altri pittori rococò – Barocco e Rococò – Dal Rococò al Neoclassicismo.

Frammenti d’arte: Pittori Rococò

  • La cultura rococò prende aspetti diversi nelle varie regioni d’Italia.

  • Il centro più fecondo della pittura di questo periodo non è più Roma ma Venezia.

  • A Napoli è attivo il De Matteis che prosegue, nel campo della decorazione, l’arte di Luca Giordano. Francesco Solimena (1657-1743) prosegue invece con rielaborazioni nel costruttivo dei chiaroscuri, l’arte di Mattia Preti (detto il Cavaliere Calabrese).

  • Francesco Murra (1696-1765), allievo di Solimena, ha un tratto del disegno assai disinvolto che soverchia il cromatismo dei chiari (maniera settecentesca), come si evidenzia negli affreschi (Soffitto di Santa Chiara) e nelle opere da cavalletto, tra cui numerosi ritratti.

  • Corrado Giaquinto (1699-1765), allievo del Solimena, ha un cromatismo morbido, leggero e biondo, con molta luminosità, dal quale si evidenzia la sua vigorosa sensibilità e nello stesso tempo la sua agile personalità, scorrevole e lieta nelle opere d’affresco lasciate a Roma (l’abside e la volta di Santa Croce in Gerusalemme). Molto vicino alla sua pittura è Giuseppe Bonito (1707-1789); anch’egli lavora alla volta in Santa Croce in Gerusalemme, ma preferisce di gran lunga lavorare sui primi piani figurativi, quali ritratti e mezzi busti, e su tematiche di genere, anziché su pitture sacre.

  • A Roma sono attivi Giuseppe Chiari, Francesco Trevisani di origine veneta, Sebastiano Conca, Benedetto Luti di origine fiorentina, Giuseppe Ghezzi (1634-1721) ed il figlio Pierleone (1764-1755), il picenese Antonio Mercurio Amorosi (1600…?-1736) esperto pittore dalle intense luci ed ombre (Contadinello e contadinella), Eberhard Keil (1624-1687) allievo di Rembrandt, e il piacentino Giov. Paolo Panini (1691?-1764), un vedutista di Roma di ampia ariosità.

  • In Toscana lavorano Pietro Dandini, Anton Domenico Gabbani, Camillo Sagrestani, Sebastiano Galeotti e Giovanni Domenico Ferretti (692-1768).

  • A Bologna è attivo Giov. Giosefo del Sole (1654-1719) che si avvicina allo stile del Reni con la sua chiara intonazione cromatica. Marcantonio Franceschini (1648-1729), influenzato dalle pitture di Giov. Maria Bibbiena e del Cignani, con il suo armonico equilibrio cromatico si avvicina molto all’Albani, sfiorando talvolta il neoclassico. Vittorio Maria Bigari è un ottimo decoratore che impiega la stessa formula prospettica di Stefano Orlandi (ornamenti a Verona, Milano e al Palazzo Regale di Torino). I fratelli Gaetano ed Ubaldo Gandolfidallo adottano uno spiccato e vivace colorismo; il primo, ridondante di fantasia,  si avvicina alla pittura veneta del periodo.

  • Nella regione emiliana è attivo Giovanni Antonio Burrini che, influenzato dal Quercino e dai pittori veneti, si collega ad una pittura di macchia. Il modenese  Donato Creti  è idilliaco e postrenesco. Giuseppe Gamberini conferisce respiro alle sue pitture di genere con un saldo cromatismo. Ilario Spolverini, di origine parmigiana, è forte nella ritrattistica. Felice Boselli è esperto in nature morte adottando un efficace cromatismo che conferisce ai soggetti valenze realistiche. Giuseppe Maria Crespi, conosciuto come lo Spagnolo (1665-1747), con formazione derivata dal Canuti e dal Cignani, passa piuttosto dalle pitture del Burrini per arrivare a quelle del Guercino, nella sua sostanza chiaroscurale, mentre per i tocchi luministici si richiama ai pittori fiamminghi ed olandesi; importanti sono le tele con i Sette Sacramenti (attualmente a Dresda).

  • A Genova operano Gregorio de Ferrari e Giov. Maria delle Piane, detto il Mulinaretto, che adotta la maniera ornamentale francese che in questo periodo è molto ricercata negli ambienti milanesi, parmensi e napoletani, soprattutto alla corte di quest’ultimo. Carlo Tavella di origine milanese si dedica alla paesaggistica con un cromatismo molto vicino a Poussin ed al Tempesta (Pietro Mulier).

  • Alla corte della famiglia Savoia operano pittori decoratori di larga fantasia come D. Guidobono, D. Seiter, S. M. Legnani, N. Grassi, F. de Mura, Giuseppe Bibiena, C. Giaquinto, che collaborano alla realizzazione delle pale di Sebastiano Ricci, del Conca, del Maratta, del Trevisani.

  • Un decoratore di spicco è G. B. Crosato (1686c.-1758), di origine veneziana, con formazione primaria avuta dall’Amigoni e dal Pellegrini, che con le sue pitture si avvicina al Piazzetta ed al Tiepolo (fonti dicono che di questi fosse discepolo, nonostante l’età più avanzata, del Crosato). Il Crosato ha decorato la palazzina Caccia di Stupigni e il Palazzo Reale di Torino. Altro decoratore meritevole di un cenno è Bernardino Galliari di formazione crosatesca, pittore di tematiche dove la prospettiva è dominante; opera a Milano, Berlino e Parigi ma non disdegna qualche ambiente torinese dove si va formando un gruppo dal carattere eclettico. A questo gruppo appartengono Claudio Beamount, i fratelli Giovan Battista e Carlo Andrea van Loo di origine francese e Domenico Molinari. Fuori dal gruppo, ma che riflette lo stesso eclettismo con forte fantasia, è il pittore Pietro Francesco Gaula.

  • A Milano si evidenzia Alessandro Magnasco, conosciuto come il Lissandrino (1677-1749), che opera per un lungo periodo a Firenze (1723-27) ed in altri centri d’Italia, ritornando nella sua città soltanto nel 1735. Si era formato con Filippo Abbati, del quale rimane pochissimo. Il suo talento è soprattutto nella macchia, che lo porta a creare con pennellate decise ed immediate, figure movimentate in drammatici paesaggi, tormentati da piogge e turbinanti venti, o ambienti interni con intonazioni fosche e grigie in penombra, animati da colpi di luce o scintillii portati all’esasperazione. I suoi soggetti più frequenti sono suore e frati in meditazione, pezzenti, zingari e gentaglia  (fonti delle ricerche: “L’arte italiana” di Mario Salmi).

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