La facciata del Duomo di Orbetello: Saggio critico

La facciata del Duomo di Orbetello: Saggio critico

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La facciata

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Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)
Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)

Come ho già accennato all’inizio, nella nota introduttiva a questo capitolo, ho trovato due opinioni contrastanti nei riguardi della definizione stilistica della facciata: quella del Toesca che dice che questa facciata è di gusto senese e quella del Nicolosi che la definisce gotico rinascimentale.

Tra queste due opinioni voglio inserire la mia, venuta alla luce nella ricerca che ho fatto nella Toscana, nel Lazio, nell’Umbria, di quegli elementi architettonici e scultorei che possono avere riferimenti con l’insieme o con i particolari del Duomo di Orbetello.

Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)

Sono cosi giunto alla determinazione di assegnare, sì come il Toesca, il Duomo di Orbetello ad un maestro senese o di gusto senese, ma che avesse però formato il suo gusto sul Duomo di Orvieto.

Per dimostrare quanto sopra ho detto, mi sono dovuto dilungare sulle vicende storiche di Orbetello, nei riflessi degli Abati delle Tre Fontane, degli Aldobrandeschi, degli Orsini, e soprattutto degli Orvietani. L’excursus storico ha voluto dimostrare principalmente il continuo avvicendarsi degli Orvietani nelle terre di Mare»ma e con ciò gli influssi, più che politici, commerciali ed artistici che essi vi hanno recato.

Citazione: “La tradizione vuole, e molte vestigia e particolarità, che ancora rimangono lo confermano, che (il Duomo di Orbetello) sia sorto sulle costruzioni di un tempio pagano e precisamente etrusco.

Se sia stato il noto tempio a Giove Vicilino del Vico Cosano, oppure quello di un’altra deità, volendo ammettere che Tito Livio non alludesse al1’agro di Cosa nel suo breve fosso, non è qui opportuno discutere. Secondo il nostro parere, mancano ancora gli elementi per una conclusione definitiva. Esso, probabilmente, venne trasformato in Chiesa Cristiana verso il secolo V, al tempo di Onorio; e deve essere stato ingrandito nei secoli posteriori, coll’accrescersi dell’abitato, prima castrum con rocca, poi piazza-forte, ed infine piccola città. Fu certamente ampliato e restaurato sotto la signoria dei Conti Nicola Orsini e dei nipoti Guido e Bertoldo, come lo attesta l’iscrizione sul portale.”. (P. RAVEGGI: “Orbetello antica e moderna” dalla rivista Maremma, anno VIII – 1933 – fasc. I – II Grosseto)

Per analizzare ampiamente questa iscrizione. Importantissima per la datazione della facciata, si rifà interamente all’opera del Bruscalupi (“Monografia storica della Contea di Pitigliano”, Firenze 1906, pagine 473-75):

HOC OPUS COMPOSITUM FUIT TEMPORE MAGN. DD.

NUCOLAI DE URSINUS NOLANI PALATINI COMITIS

ATQUE SPOLETI NEC NON GUIDONIS ET BERTULDI

COMITUS NEPOTUM SUORUM CURRENTIBUS TUNC

AN. DNI. MCCCLXXVI INDICTIONE XIII

Quest’opera fu composta al tempo dei

magnifici signori Nicola Orsini Nolano

conte palatino e di Spoleto e di Guidone

e  Bertoldo suoi nipoti, ricorrendo

allora gli anni del Signore 1376 e l’indizione 13°

Di questo tempo è l’artistica facciata che, purtroppo, dobbiamo lamentare sia rimasta incompiuta e che nel 1909 venne deturpata dal fregio di un cornicione di pessimo gusto, in pieno contrasto con la medesima.

Cosi dice il Nicolosi:

 ” Ciò che non ai potrà mai perdonare allo spagnolesco seicento sono i restauri, o meglio il rifacimento del Duomo che si volle ampliare rialzandolo ed aggiungendovi le navate laterali. Fortunatamente si è avuto il buonsenso di risparmiare la facciata, accontentandosi di includerla tra le nuove fabbriche. Si è voluto sopraffarla, e malgrado I’impressione disgustosa prodotta dalle aggiunte che ne hanno alterata 1’euritmia delle proporzioni la sua bellezza resiste ugualmente, anzi acquista un risalto maggiore dalla vicinanza dei muraglioni nudi e troppo bianchi che ne fanno risaltare la tinta calda della pietra dorata, sulla quale le decorazioni marmoree spiccano più teneramente bionde. Era una piccola cosa, ma la sua piccolezza, il lavoro minuto e delicato dei marmi, scolpiti con pochissimo rilievo, i particolari deliziosi curati con la finitezza d’una oreficeria, la forma stessa del tetto, con i pioventi molto ripidi e molto elevati in confronto delle dimensioni del corpo principale, la facevano sembrare un cofanetto destinato alla custodia di oggetti rari e preziosi. E siccome per accedervi bisognava salire alquanti gradini, essendo di parecchio più allta sul piano stradale, cosi doveva ancor più sembrare un magnifico reliquario, collocato sopra un altare, in modo che per avvicinarlo bisognasse innalzarsi.

Portale e rosone della facciata (foto N. Musmeci)
Portale e rosone della facciata (foto N. Musmeci)

 L’ogiva della porta, non molto accentuata del resto, trova modo di dar ancor meno nell’occhio adattandosi alla riquadratura in cui è come incastonata e coll’incrociarsi delle linee rette mitiga I’ascensione dell’arco.

Cosi il rosone, benché occupi ancora il posto d’onore, si impiccolisce, affonda nello spessore del muro per non richiamare subito l’attenzione sopra di sé, come sul più importante motivo ornamentale, ma lasciando invece che esso si posi di preferenza sui minori particolari architettonici che sono però la caratteristica decorativa di tutta la facciata.

Gli stipiti della porta, in cui è cesellato, più che scolpito, 1’aggrovigliarsi della vite simbolica e le colonnine variamente ritorte che formano la strombatura, sopportano a guisa di capitello un fregio non troppo sporgente che si prolunga lungo la facciata, sino a fasciare i due pilastri laterali, di cui interrompono la rigidezza verticale. Immediatamente ad di sopra ed in corrispondenza degli scipiti dei pilastri, quattro mensole oggi prive di statue, ricordano gli Orsini cogli orsacchiotti sostenuti dalle centrali e gli Aldobrandeschi coi leoni delle due esterne.

Porta e rosone della facciata (foto N. Musmeci)

Dove finisce l’inquadratura del portale, più alto e perciò più massiccio, un altro fregio, a finestrelle da cui sporgono dei piccoli visi umani, corre a parallelo al primo e finisce ancor esso girando intorno ai pilastri. Questi invece proseguo nella loro ascensione fino a sorpassare la linea d’incrocio col tetto terminando in due cuspidi, mentre a riempire il triangolo formato dai due spioventi s’apre il rosone, oggi otturato, ed una nicchia, del cui tabernacolo rimangono solo tre piccole guglie, ripara il busto di S. Benedetto, protettore dell’Abbazia delle Tre Fontane.”(C.A.  NICOLOSI:  “Il Litorale maremmano”, Bergamo 1910).    Pagina successiva

Prof. Ettore Zolesi




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