La facciata del Duomo di Orbetello: segue saggio critico

La facciata del Duomo di Orbetello: segue saggio critico

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Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)
Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)

Un particolare degno di nota, non osservato da nessuno degli storici che hanno esaminato questo monumento, è dato dal fatto che, mentre il pilastro sinistro della facciata è internamente rifinito ed è rivestito nei tre lati dalla stessa decorazione della facciata, con il fregio a formelle quadrilobi, decorazione che prosegue lungo il muro perimetrale sinistro, fino ad interrompersi nella costruzione, il pilastro destro è rifinito soltanto nella parte anteriore, mentre in quella laterale ha dei massi che sporgono fuori.

Facciata del duomo (foto Vinattieri Matteo)

Le ipotesi che si affacciano da questo fatto sono due: o che e’era una costruzione (un campanile, per esempio) che fu poi abbattuta, oppure  che, nell’intenzione dell’architetto, avrebbe dovuto esserci ma non fu fatta.

Per conto mio propendo per questa seconda ipotesi. Infatti non trovo logico che gli. Spagnoli abbiano abbattuto il campanile laterale della facciata (che avrebbe dovuto essere dello stesso stile di essa) e non anche la facciata, per costruirne uno accanto alla cappella del sacramento (adesso abbattuto). Ma ciò che è significativo è il fatto che ci siano ancora dei massi sporgenti, che avrebbero dovuto essere segati e squadrati, mentre si procedeva all’abbattimento della costruzione, onde dare un effetto di maggiore completezza alla facciata. Invece 1’esistenza di questi massi è giustificata solo dal fatto che questa costruzione, con tutta probabilità il campanile, avrebbe dovuto essere fatta dopo l’erezione della facciata, e che poi, per ragioni che non sappiamo non fu fatta. E che questa costruzione doveva essere necessariamente il campanile è ovvio pensarlo, dal fatto che esso fu costruito soltanto nel Seicento a ridosso della cappella del Sacramento (e che fu poi abbattuto quando è stato costruito l’attuale, alla fine dell’Ottocento).

Un esempio di costruzione consimile l’abbiamo nella chiesa di S. Maria Maggiore ad Alatri, di questo stesso periodo (vedere le citazioni seguenti: P. Raveggi: “Orbetello antica e moderna”, pagina 27 e suo seguito della rivista “Maremma”, Anno VIII, 1933 – fascicoli I e II  – Ramerici:  “Lavori eseguiti dalla R. Soprintendenza ai monumenti per le province di Siena e Grosseto” anno 1932, Roma).

Prima di procedere ad esaminare, pezzo per pezzo, i particolari che formano la facciata, ritengo opportuno citare quanto ho trovato sulla storia della fabbrica del Duomo di Orvieto, che possa interessare il mio argomento:

 “Chiusa tra Siena, Perugia, Todi, Viterbo, posta quasi al confine nord est dove termina la diretta padronanza della Chiesa sulle terre dell’antica Tuscia longobarda, Orvieto dal secolo XI al XIII contende coi suoi vicini valorosamente il territorio, e vittoriosamente, per volontarie o forzate sottomissioni di signorotti e di Comuni più deboli, si allarga intorno e giunge più volte fino al mare, ad Orbetello. Nel 1293 la giurisdizione del Comune aveva per confini a, Nord il Monte Amiata, S. Fiora, L’abbazia di S. San Salvatore, con la montagna ci Cetona, oltre la quale aveva allora dipendenza, Chiusi Sarteano, Chiandiano toccando verso Montepulciano e Piancastagnaio la Rep. senese; ad est il Tevere verso Perugia e Todi, ma nel territorio detto Teverina aveva dominio anche al di là del fiume (Guardea, Alviano, Lugnano); a sud Civitella d’Agliano, castello comunale e feudale, e Subriano e più tardi Bagnorea; ad ovest direttamente possedeva la val di Lago, da Bolsena ad Acquapendente (disputata dal 1230 al 1290 con la sede apostolica) e più là fino a Sovana, a Saturnia, a Montemerano, a Manciano, a Talamone, ad Orbetello sul mare.”. ( P. PERALI: “Orvieto” – Orvieto 1919).

Luigi Fumi, facendo la storia della città, dice:

“Alla prosperità del nuovo popolo non poteva bastare questo geografico spazio; e perché gli sforzi degli Orvietani si dirigevano alla conquista della spiaggia marittima, da Talamone a Porto Ercole a Montalto e là cercava il punto di partenza ai numerosi mercanti, specialmente di panni di lana, stimati e ricercati che passavano oltre il mare, così le loro aspirazioni potrebbero sintetizzarsi nel motto storico ‘dalla rupe al mare’. Era un obbiettivo in contrasto, prima con Corneto, 1’antica Tarquinia, poi con altri due grandi rivali vicini, Siena e Viterbo. Di qui guerre continue tara Orvieto e Siena, fra Orvieto e Viterbo; alleanza con Roma, nemica di Viterbo, alleanze con Firenze, nemica di Siena. Non meno brutta la vista dei nobili feudatari del contado orvietano, Tutto infestato da ladroni, per modo che quel fortissimo conte di S. Fiora, Signore della Maremma, era costretto a cercare l’appoggio di Firenze e Siena, più gagliarde di Orvieto.”. (L. FUMI: “Orvieto” Bergamo 1919 pagg. 35 e segg.

Portale e rosone della facciata (foto N. Musmeci))
Portale e rosone della facciata (foto N. Musmeci))

Per quanto, poi, riguarda più specificatamente la storia della fabbrica, Luigi Fumi dice:

“L. Maitani nacque nel 1275. Aveva casa in Paganico. Nel 1310 va ad Orvieto par sostenere il carico di capomastro dei lavori del Duomo. Squadre di artefici teneva non solo a Siena, ma a Corneto, ad Amelia, Albano, e Roma; a Roma soprattutto, donde i marmi lavorati venivano per la via del Tevere fino ad Orte.

Ambasciatori di Perugia si recarono a richiederlo il 13 Luglio 1319. Esaminò la Rocca di Castel della Pieve. Si recò poi a Todi, dove una lunga e costante tradizione gli attribuisce la bellissima porta di S. Fortunato.

Andò a vedere il Duomo di Siena. L’ultimo ricordo del Maitani è del 2 Giugno 1330.” (L: FUMI

: “La facciata del Duomo di Orvieto” Archivio Storico dell’Arte Vol. II – fasc. 5 – 6; pag, 185-303; fasc. 8 – 9, pag. 327-338).

 

Per costruire il Duomo di Orvieto si andarono a cercare i marmi dei ruderi romani di Orvieto e dintorni, specialmente di Bolsena, e i marmi bianchi a oriente fino ad Amelia, ad occidente fino a Tarquinia e al litorale tirrenico, a ponente fino a Roma, ad Albano. Contemporaneamente a settentrione si cercavano marmi bianchi ed alabastri a Montepisi, fino a Carrara. Da Montespecchio, nel senese, vennero i marmi neri o verdastri.   Pagina successiva

Prof. Ettore Zolesi




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