"La lapidazione di Santo Stefano" di Carpaccio

Carpaccio

Carpaccio: La lapidazione di Santo Stefano
La lapidazione di Santo Stefano, 149 x 170, anno 1520, Staatsgalerie, Stoccarda. (foto da Wikimedia Commons).

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Sull’opera: “La lapidazione di Santo Stefano” è un dipinto di Carpaccio, di dubbia completa autografia, appartenente al “Ciclo di S. Stefano”, realizzato con tecnica a olio su tela nel 1520, misura 149 x 170 cm. ed è custodito nella Staatsgalerie a Stoccarda. 

Nel cartellino, in basso al centro, davanti al panno bianco, si legge a fatica (a causa di danneggiamenti e improprie riverniciature)la scritta “VICTOR / CARPA[thius| / MDXX”. Tutte le lettere della firma, pur essendo rovinate, portano certamente al nominativo di Carpaccio, mentre la data crea alcuni dubbi. Secondo il van Marle, la cronologia dovrebbe riferirsi al 1515, ma la datazione più ipotizzata è quella relativa al 1520, confermata dallo Zanetti nel 1771, il quale però ricordò che la cornice originaria riportava l’anno 1521.

 Secondo Ludwig e Molmenti, con l’approvazione di altri importanti studiosi, la paesaggistica della composizione in esame è stata tratta da un’incisione del Reeuwicn, esattamente quella riguardante la pianta della città di Gerusalemme, ove viene indicata la zona del martirio del diacono. Ipotesi che 1942 venne categoricamente scartata dal Fiocco, dichiarando che l’artista impiegò la sola memoria visiva. In ogni caso, per quanto riguarda le figure, il Carpaccio impiegò disegni preparatori di precedenti dipinti.

Dopo la confisca ad opera delle truppe napoleoniche, il telero passò per le mani del pittore milanese G. Bossi e dei suoi eredi, i quali lo cedettero ad A. Barbini di Breganze, che nel 1852 lo vendette all’elettore del Württemberg. Tramite quest’ultimo l’opera pervenne alla Staatsgalerie di Stoccarda, l’attuale sede.

Per quanto riguarda l’autografia del Carpaccio, la critica ammette interventi collaborativi (il Perocco nel 1960 asseriva che alcuni studiosi ipotizzarono che si trattasse d’una antica riproduzione), ma secondo il Pignatti (1955) e lo Zampetti (1966) l’opera fu interamente realizzata dal pittore.




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