"Crocifisso" (Museo dell’Opera di Santa Croce) di Cimabue

Cimabue

Cimabue: Crocifisso
Crocifisso, 448 x 390, Basilica di Santa Croce, Firenze (foto da Wikimedia Commons). (come era prima dell’alluvione del 1966)

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Sull’opera: “Crocifisso” è un dipinto autografo di Cimabue realizzato con tecnica a tempera su tavola nel 1287-88, misura 448 x 390 cm. ed è custodito nella Basilica di Santa Croce a Firenze. 

 Il pregiato dipinto fu distrutto quasi completamente dal famoso alluvione del 1966, quando fu violentemente travolto dalle acque, che rimossero irrimediabilmente gran parte della stesura pittorica. Tuttavia rimangono le riproduzioni fotografiche a testimoniare l’eccezionale valore dell’opera.

Il Crocifisso in quel brutto giorno fu trovato totalmente sommerso ma ancora sul suo supporto. Gli uomini addetti al salvataggio immediatamente lo adagiarono su una superficie piana premurandosi di lasciare la stesura pittorica rivolta verso l’alto, onde evitare ulteriori distacchi di pittura. Si pensò subito ad  una prima disinfestazione e, quindi, all’applicazione di prodotti protettivi. Dopo un mese circa, gli fu fatta un’altra disinfestazione e trasferito alla Limonaia nel giardino di Boboli, dove iniziarono i primi procedimenti preparatori per il vero e proprio restauro.

L’accurato lavoro avvenne presso il laboratorio restauri della Soprintendenza alle Gallerie di Firenze, sotto la supervisione di Umberto Baldini, che dichiarava: “fa veramente impressione, oggi, vedere la grande Croce lignea privata della sua superficie pittorica. Vederla, cioè, come la vide e la ebbe Cimabue prima di farvi incollare la tela, stendervi l’imprimitura e dare inizio alla pittura. La sua grandiosità si esalta in questa nudità materica, le sue misure, la sua eccezionale proporzione diventano elementi straordinari dì un’idea e di un disegno che dir perfetto è poco. Un’opera d’arte essa stessa..” (Firenze restaura, Catalogo della mostra, 1972).

La grande opera, già prima del rovinoso alluvione, si trovava in cattivo stato di conservazione nonostante avesse subìto, pochi decenni prima (1947-8), un parziale restauro. Da varie parti il colore si era staccato (spalla, mano destra e braccio dì sinistra, piedi e fianchi, aureola ed altre zone riguardanti le figure della Madonna (sinistra) e di san Giovanni (destra), mentre un velo, sovrappostosi nell’arco dei secoli alla stesura originale, ne sminuiva la lucentezza, lo sfumato cromatico, e – soprattutto – le trasparenze del grande perizoma.

Manca – oggi, come già prima del terribile evento – il clipeo sull’asta verticale con il Cristo benedicente. Il Crocifisso, già famoso ma divenuto ancor più noto dopo la semidistruzione del 1966, venne assegnato a Cimabue a partire dall’Albertini, Vasari, Borghini, Baldinucci, Bottari, e molti altri ancora, antichi e recenti. Tuttavia non mancavano i negazionisti, tra i quali si ricorda Morrona (Pisa illustrata, 1792), che avvicinava lo stile della “Croce” alla pittura pisana, e il Milanesi (“Vasari”, 1878) che non riusciva a collegarla con la “Madonna Rucellai” da egli stesso ritenuta di Cimabue (doppio errore se si pensa che tale “Madonna” è attribuita a Duccio). Tra questi citiamo anche il Cavalcaselle (poi pentito), il Thode ed Adolfo Venturi.

L’opera fu commissionata, molto probabilmente, per essere ubicata nella chiesa di Santa Croce (fonte: Albertini nel Memoriale edito nel 1510, ove la ritiene da sempre esistente nella basilica): alcuni studiosi pensano alla zona sinistra del transetto, altri invece, subito dietro l’ingresso. Nell’Ottocento, dopo vari spostamenti, fu trasferita nel Museo dell’Opera di S. Croce. Nel 1948 fu provvisoriamente trasferita nella Galleria degli Uffizi per poi ritornare  nel Museo, quando quest’ultimo venne totalmente ristrutturato.




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