"Maestà" di Cimabue

(Madonna col Bambino)

Cimabue: Maestà (Madonna col Bambino)
Maestà, 424 x 276 cm. Louvre, Parigi. (foto tratta da Wikimedia Commons).

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Sull’opera: “Maestà” è un dipinto attribuito a Cimabue realizzato con tecnica a tempera su tavola in data imprecisata (i critici, discordi fra loro, indicano date che vanno dal 1280 al tardo periodo), misura 424 x 276 cm. ed è custodito nel Museo del Louvre a Parigi. 

 In precedenza la presente composizione si trovava nella chiesa di San Francesco a Pisa, come testimoniano due antiche autorevoli fonti (Billi e Vasari), da dove fu prelevata, insieme a moltissime altre opere d’arte, dalle truppe napoleoniche come bottino di guerra e trasferita a Parigi nel 1811.

La tavola, che fu sottoposta a restauro negli anni 1937-38, ha una cornice lungo la quale sono raffigurati ventisei tondi intervallati da decorazioni gotiche. Prima del restauro il Sirén fece un’analisi ben dettagliata della pala (fonte: “REA” 1926), dalla quale si evidenziò il pessimo stato di conservazione: la stesura pittorica, soprattutto quella relativa alle figure principali (Madonna e Bambino, comprese le aureole), erano totalmente ridipinte come pure lo sfondo aureo, insieme a tutto il bordo che corre ai lati, compresi i tondi e le decorazioni gotiche che li delimitano.

Per quanto riguarda la struttura compositiva lo stesso Sirén mise in evidenza il conflitto prospettico tra le fiancate del trono, riprese di scorcio, e gli scalini:  “i gradini sono raffigurati frontalmente secondo una ‘prospettiva inversa’ che suscita un senso di instabilità. Per questo diletto di disegno, la costruzione non si regge, e perciò tutta la parte centrale da una impressione di piattezza. È solo con il situare tre angeli uno dietro l’altro ai due lati del trono che l’artista riesce ad ottenere un certo senso di profondità”.  Tuttavia lo studioso non si astenne nell’attribuire l’opera a Cimabue, pur riservandosi di non escludere la collaborazione della sua scuola.

Molti, però, sono i contrasti tra gli studiosi: Da Morrona, in  “Pisa illustrata” (1787-92), vi riscontrava grandi diversità con tutte le altre Madonne cimabuesche, ponendola quindi in verosimili rapporti con la Madonna Rucellai di Duccio di Buoninsegna, mentre Langton Douglas (ed. Cavalcaselle-Crowe, 1903) l’assegnava alla scuola senese. Secondo il Suida (“PJ” 1905), poteva sì legarsi alla celebre Madonna di Duccio ma non tanto da essere a lui riferita, se non a un ignoto maestro del quale approfittò, per l’appunto, a nominarlo “Maestro Rucellai”. L’Aubert (1907) e il Van Marle (1923) la avvicinavano alla pittura fiorentina, sempre negandone l’attribuzione a Cimabue, mentre il Soulier, dopo un accurato esame (1929) che prendeva in considerazione soprattutto la tecnica di tale periodo nell’Italia centrale, l’assegnava a Duccio, ma come ”libera copia da Cimabue”, evidenziando le forti similitudini della zona centrale.

Ritornando agli esperti che sono a favore dell’autografia a Cimabue, oltre alle antiche fonti già sopra citate, si possono ricordare, tra i molti, il Thode (“RFK” 1891), il Frey (1911), Adolfo Venturi (1907, questi, addirittura, la definì “simile” alla Madonna della Galleria degli Uffizi), Berenson (“AA” 1920), Toesca (1927) che ne evidenziava gli influssi di Nicola Pisano (1215/1220 – 1278/1284), Sinibaldi (1943), Ragghianti (in “Miscellanea minore di critica d’arte”, anno 1946) e Samek Ludovici (1955). Nell’attribuzione del dipinto all’artista, gli studiosi appena citati inseriscono la tavola nel suo più tardo periodo. Il Longhi (1948), pensando ad un soggiorno a Pisa di Cimabue, prima del viaggio per Roma, la colloca invece in un periodo giovanile, evidenziandoci (come già detto per il Toesca) influssi della maniera di Nicola Pisano. L’ipotesi del Longhi verrà accettata dal Volpe (“PA” 1954), dalla Marcucci (“PA” 1956) e dal Bologna (1982).




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