L’Arte informale

Nel 1940 alcuni pittori surrealisti come André Masson, Juan Mirò, Yves Tanguy e Max Ernst si recano a New York per sfuggire alla guerra, che ormai si è diffusa a macchia d’olio, e proprio qui riescono a diffondere il loro linguaggio artistico. Costoro si fanno conoscere anche grazie ad un’opera di promozione di Peggy Guggenheim che apre, nel 1942, la Galleria “Art of this century”, nella quale saranno ospitate poco più tardi anche le opere di Jackson Pollock. Questa galleria  offre un grosso contributo alla diffusione della cultura europea, tuttavia non ha la forza necessaria a farla decollare in tutti gli Stati Uniti d’America. Nell’imminente dopoguerra, sia in America che in Europa, si diffonde un linguaggio artistico informale animato da una volontà di negazione completa della forma, cosa che non riuscì, tranne che all’astrattismo, a nessun altro movimento delle avanguardie del primo Novecento. In Italia in questo periodo assistiamo ad una sofferta indecisione sulle scelte da fare, cioè aderire a quei movimenti dediti allo studio dell’informale, oppure sviluppare un linguaggio verista più adatto alle esigenze politiche e sociali del momento.

L’Arte informale: L’Arte informale prende forza negli Stati Uniti ed in Europa tra il 1950 ed il 1960, soprattutto in Francia, con protagonisti come Jean Fautrier, Jean Dubuffet e Georges Mathieu. Questo è un movimento artistico di vaste proporzioni e naturalmente i linguaggi, pur avendo un comune denominatore che li accomuna, si differenziano tra loro per le diversità delle tradizioni culturali dalle quali i singoli artisti attingono.  L’arte informale rinuncia alla forma figurativa e geometrica ed assume, a seconda del caso, valenze di carattere viste “nel gesto”, “nel segno” e “nella materia”. “Nel gesto” c’è la rappresentazione dell’energia dei gesti compiuti per creare l’opera, “nel segno”    c’è la rappresentazione degli automatismi psichici della mente e “nella materia” c’è la valorizzazione del prodotto pittorico che non fa più da medium ma offre una propria espressività.

In Europa:  Dopo la seconda guerra mondiale l’Europa viene pervasa da una grave crisi morale, ideologica e politica, in conseguenza degli orrori venuti alla luce. Il mondo dell’Arte risente di questa crisi e consapevolmente reagisce dando una chiara  e precisa risposta, con un movimento che pone forte contrasto a tutto ciò che riconduce ad una qualsiasi forma reale figurativa ed anche astratta. Nasce in Europa, intorno alla seconda metà degli anni Cinquanta, l’arte informale che si svilupperà in modo continuo per un intero decennio. Vi è in essa la negazione assoluta della forma e di tutto ciò che può apparire razionale.

Dentro il movimento si possono individuare differenti sfaccettature che derivano da altrettante formazioni artistiche, tra le quali le più importanti sono sicuramente il Surrealismo, l’Espressionismo ed il Dada. Queste varie forme, che portano a tematiche diverse, oltre a rendere esplosiva la stabilità del movimento stesso fanno sì che scaturisca, nella generalità, un concetto dell’arte che porta alla provocazione ed all’ironia, rifiutando ogni forma filtrata dalla razionalità. Tutti i tormenti, le preoccupazioni e le difficoltà che l’uomo incontra nella vita debbono essere manifestati nel modo più spontaneo, più puro e più libero possibile, senza alcun filtro della ragione, anche quando questi tendono a mostrarsi con violenza: rifiuto quindi di schemi e regole precostituite. La creazione artistica, franca da tutti i valori formali, perde immediatamente i suoi effetti nel momento stesso in cui si raggiunge il messaggio più alto, cioè nel momento in cui l’opera viene portata a termine. In questo stato di cose assume importanza rilevante l’uso di materiali che vengono impiegati, non più come strumenti per la creazione ma, essi stessi, resi veri e propri protagonisti dell’opera. Anche il supporto per la pittura assume notevole importanza: una tela con superficie non uniforme e piena di nodi, rughe ed evidenti imperfezioni sta ad indicare conflitto, dispiacere, ed altre sensazioni sgradevoli, mentre una superficie ben omogenea induce a sentimenti positivi e gradevoli.

In entrambi i casi le due componenti principali dell’arte informale, più una terza che sta nel segno, si riscontrano nella materia e nel gesto. La prima è quella che si trova sempre evidenziata in primo piano: l’artista la sceglie singolarmente o insieme ad altre materie, combinandole tra loro, per manifestare la propria potenza creativa. Le combinazioni possono essere infinite e l’artista è quindi libero di esprimersi per mezzo di oggetti che provocano in lui delle sensazioni più o meno gradevoli od opposte. La materia impiegata può essere una vecchia lattina, un vetro frantumato, una scheggia di ferro rugginosa, la tela stessa tagliuzzata in più punti, un cucchiaio, ecc. Qualsiasi cosa può trasformarsi in arte. Il gesto, altro componente essenziale dell’arte informale, viene sempre enfatizzato al massimo, data la sua irripetibilità, in quanto in esso è presente l’unico momento di vera creatività, quello che carica di significato l’opera stessa. Il gesto può essere di qualsiasi natura, pittorico, non pittorico, sconclusionato, violento, calmo ecc… purché sia un gesto che crei arte. Non è arte la pittura apportata dal gesto ma il gesto stesso; il segno creato deve riportare al gesto che l’ha generato, il gesto è arte.

Alcuni grandi nomi dell’Arte informale Jackson Pollock , Jean Fautrier, Antoni Tapies, Rafael Canogar, Antonio Saura, Georg Meistermann, Emil Schumacher, Fritz Schmacher e scultori come Jorn, Corneille, Fontana e i fratelli Pomodoro.

Bibliografia:

  • Giulio Carlo Argan, Salvezza e caduta nell’arte moderna (1961), in Salvezza e caduta nell’arte moderna, Milano, Il Saggiatore di Alberto Mondadori, 1964.

  • L’Informale come opera aperta, in “Il Verri”, Umberto Eco, V (1961), n. 3, da pagina 98 a pagina 127; nuova edizione titolata “L’opera aperta nelle arti visive”, nel volume dal titolo “Opera aperta. Forma e indeterminazione nelle poetiche contemporanee”, Milano, Bompiani, 1962; III ed. ivi, pp. 153-209.

  • “L’informale e altri studi”, Renato Barilli, Scheiwiller, Milano, 1964.

  • “L’informale. Storia e poetica”, Enrico Crispolti, Carucci,  Roma, 1971.

  • “L’Informale. Stati Uniti, Europa, Italia”, Roberto Pasini, Clueb, Bologna, 1995.

  • “L’espressionismo astratto americano e L’informale europeo” di Angela Vettese in “Capire l’arte contemporanea dal 1945 ad oggi”, Umberto Allemandi & C., Torino, 2006 (edizione aggiornata), da pagina 19 a pag. 49 e da pagina 50 a pag. 78.




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *