Biografia di Giovanni Segantini

Vita artistica di Segantini

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Autoritratto
Autoritratto di Giovanni Segantini

Giovanni Segantini nasce ad Arco nei pressi di Trento il 15 gennaio del 1858.

La sua vita, tra il 1858 ed il 1865, non scorre in modo tranquillo, ed è minata da fatti drammatici e dalla cattiva condizione economica familiare.

Nel 1865, in seguito alla morte della madre, viene condotto da suo padre a Milano dove rimane in custodia della sorellastra Irene. In questo particolare periodo, le sue giornate sono molto tristi e piene di solitudine e, nel 1870, viene rinchiuso nel riformatorio “Marchiondi” a causa del suo vagabondare ed inserito nella sezione calzaturiera dell’Istituto.

Giovanni Segantini: Paesaggio con due figure
Paesaggio con due figure

Nel 1871 cerca di fuggire, ma viene subito ritrovato e riportato in riformatorio dove passerà altri due anni.

Nel 1873 è affidato al fratellastro Napoleone che vive a Borgo Valsugana e svolge l’attività di fotografo in  un laboratorio personale. Nei primi anni trascorsi con lui, Giovanni lo aiuta svolgendo lavori umili come garzone di bottega.

Tra il 1874 ed il 1875 ritorna a Milano e si iscrive all’Accademia delle Belle Arti di Brera che frequenta assiduamente fino al 1877. Durante questo periodo lavora presso la bottega del decoratore Luigi Tettamanzi e trova il tempo per insegnare disegno nell’Istituto “Marchiondi”.

Giovanni Segantini: La sorgente
La sorgente

Dal 1878 al 1879 frequenta regolarmente i corsi all’Accademia di Brera, apprende gli insegnamenti di Giuseppe Bertini e stringe una sincera amicizia con Emilio Longoni. Le sue prime opere sono influenzate dal linguaggio verista lombardo, dilagante in questo particolare periodo nell’ambito accademico.

Durante la mostra nazionale di Brera, nel 1879, viene finalmente apprezzato dalla maggior parte degli studiosi di storia dell’arte che ne riconoscono le capacità. Incontra in questa occasione Vittore Grubicy con il quale inizia una relazione d’amicizia e di attività artistica destinata a prolungarsi nel tempo.

Giovanni Segantini: La signora Gaetana Casiraghi Oriani
La signora Gaetana Casiraghi Oriani

Nel 1880 si sposa con Bice Bugatti che rimarrà per sempre al suo fianco, e con lei si trasferisce a Pusiano in Brianza, grazie all’aiuto finanziario dell’amico Grubicy. Nel 1882 si reca a  Carella, un altro paese brianzese. I suoi spostamenti, fino al 1884, sono seguiti da Emilio Longoni poiché anche lui è sostenuto economicamente da Grubicy. I lavori di Segantini del periodo trascorso in Brianza sono rivolti soprattutto a vincere l’impostazione accademica della sua formazione, che sarà superata felicemente negli anni seguenti.

Nel 1883 Segantini sottoscrive un contratto che lo lega in modo definitivo all’organizzazione di Grubicy.

Nel 1886 si reca a Savognino e, spronato da Grubicy, inizia il progressivo sviluppo della tecnica divisionista, prima con esperimenti e poi con un’adesione completa.

Dal 1886 al 1888 la sua fama aumenta e viene consolidata grazie anche all’attività propagandistica dei fratelli Grubicy che lo fanno conoscere all’Italian Exhibition di Londra nel 1888. L’artista si arricchisce anche culturalmente ed i suoi interessi entrano anche nel campo delle riviste d’arte con le quali entra in collaborazione.

Giovanni Segantini: Alpe di maggio
Alpe di maggio

Dal 1889 realizza le prime opere a tema simbolico e che svilupperà via via fino a raffigurare vere e proprie allegorie, sempre più ispirate agli esempi nordici.

Nel 1894 parte da Savognino per andare in Engandina. Le opere di questo periodo sono influenzate dalla precaria situazione di isolamento in cui si trova Segantini. Il luogo incontaminato aiuta a sviluppare ulteriormente il suo innato misticismo.

Il 28 settembre del 1899 muore improvvisamente per un attacco di peritonite acuta.

Due lettere che parlano di Segantini

G. Previati, lettera al fratello Giuseppe, 24 dicembre 1891: Che personalità strapotente Segantini! — che nitidezza di visione e quale efficacia di mezzi. L’esecuzione più minuta congiunta con la sintesi più espressiva del colore e della forma è il carattere della sua tecnica che esaminata da vicino pare il lavoro di un miniatore che adoperi colori di smalto e pennelli di ferro tanto il colore è brillante e il disegno è incisivo mentre l’insieme del quadro rappresenta un momento sfuggevole della natura percepibile appena ai più sensibili osservatori del vero ma fermato e reso con tanta intensità di forza da penetrare nell’animo e commuovere come le scene più tumultuose della vita. Questa impressione alla quale non isfuggono ne i profani ne gli artisti, perché la comprensione del quadro è così facile da essere accessibile ad un bambino nello stesso tempo che meraviglia l’artista per il mezzo col quale è resa è appunto lo scopo che si era prefisso l’autore ed è questa benedetta arte alla quale le gelosie di mestiere i sistemi degli scolastici le altalene dei gusti non impediranno il suo cammino trionfale da oggi sino al giorno in cui l’opera dell’uomo potrà farci palpitare dell’affetto che ci commuove al cospetto del vero. La potenza dell’arte del Segantini non proviene dall’entità o meno della cosa rappresentata e non è attribuibile alla bellezza più che all’originalità degli oggetti riprodotti ma viene esclusivamente dal sapere destare in noi l’impressione che egli ha provato davanti a quell’effetto di luce o quella linea di montagna costringendoci a sentire insieme a lui mentre noi per il nostro temperamento per le nostre attitudini forse saremmo passati indifferenti cento volte davanti effetti di luce consimili o linee di montagne analoghe o considerando la fugacità dell’apparizione li avremmo giudicati inafferrabili dall’arte e dai mezzi artistici in nostro individuale dominio. Il sentimento che per la sua arte inavvertitamente s’impossessa di noi costringendoci a guardare e commuoverci davanti alla sua opera trasforma così il ricordo di quegli aspetti della verità da farci chiedere perché non ci siamo fermati anche noi a ritrarli o che anche noi volevamo farlo, se chi guarda è artista — in tutti genera la persuasione che rivedendo nel vero quell’espressione momentanea godrà di nuovo del piacere che gli destano oggi i quadri del Segantini — quale illusione! e miracolosa virtù dell’arte.  G. previati, lettera al fratello Giuseppe, 24 dicembre 1891

A. Morbilli, lettera a Giuseppe Pellizza, 9 ottobre 1899: Io credo, che la immatura e improvvisa morte del Segantini ti abbia percosso come da folgore, lo stesso fece a me sebbene in grado minore, non avendo mai avuta relazione con lui, se non quando venne appositamente per la transazione epoca lite dell’imbroglione Alberto G. Parea anzi non mi vedesse volentieri stando a quanto diceva Vittore nei primi mielosi tempi, o quanto meno affettasse disprezzo, ma ciò non importa, forse sono supposizioni mie infondatissime, quello che è certo, è che robustissimo, vivente in montagna pareva dovesse sfidare l’ira dei secoli e invece!!?? […] Tornando a Segantini come uomo è da compiangerlo come artista forse è morto a tempo e sul colmo della gloria, dico a tempo perché tecnicamente non avvantaggiava, forse rimaneva stazionario, se non indietreggiava, ad ogni modo (sempre forse) non assistette al naturale deperire dell’arte sua e non provò le amare gelosie dei nuovi provenienti (come Carcano al suo apparire) o l’instabile volgere del volgo. Fortunato Segantini fin nella morte, morì senza sapere di dover morire! Così mi auguro succedesse la mia fine. A. morbilli, lettera a Giuseppe Pellizza, 9 ottobre 1899.




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