Biografia e vita artistica di Guido Reni

Pagine correlate all’artista: Le opere di Guido Reni –  Citazioni e critica – Bibliografia.

Guido Reni, considerato dagli studiosi di Storia dell’arte come uno fra i maggiori pittori del Seicento, nasce il 14 Novembre 1575 a Bologna.

La sua prima formazione avvenne nello studio di Calvaert, un pittore manierista fiammingo, e quindi, intorno ai vent’anni, presso l’Accademia degli Incamminati, che i Carracci avevano istituito da pochissimo tempo.

Dopo lunghe e faticose esercitazioni, che comprendevano anche su riproduzioni di opere note, tra cui quelle di Annibale Carracci, il Reni incominciò a scostarsi dalla pittura manierista e dagli influssi del gruppo legato a quell’Accademia.

Nel 1602, all’età di ventisette anni, il pittore, che già lavorava in proprio, volle arricchire il proprio bagaglio artistico recandosi a Roma ed entrare così a diretto contatto con la pittura che in quel periodo andava per la maggiore, la lezione caravaggesca.

Nelle prime opere di Guido Reni risaltano riferimenti ai canoni accademici ma, a distanza di pochissimo tempo, intorno al biennio 1604-1605 nella capitale, realizzò la Crocefissione di San Pietro per la Chiesa di San Paolo alle Tre Fontane, dove già si evidenzia la peculiarità del suo linguaggio pittorico e di una propria ricerca estetica.

Autoritratto, olio su tela, intorno al 1632, 48,5 x 37 cm., Galleria degli Uffizi a Firenze.
Guido Reni: Autoritratto, olio su tela, intorno al 1632, 48,5 x 37 cm., Galleria degli Uffizi a Firenze.

L’artista nei suoi ripetuti esperimenti – tra cui quello, non meno importante, di superare la spettacolarizzazione e l’artificiosità barocca – mirava ad una rappresentazione più credibile della realtà, cercando di controllarla e disciplinarla con integrazioni classiciste. In breve tempo Guido Reni divenne celebre negli ambienti romani, diventando l’interprete del gusto dell’alta aristocrazia.

Data la sua fama, ormai già abbastanza consolidata, non gli mancò la protezione di grandi personaggi come papa Paolo V e Scipione Borghese.

La sua attività il Reni la divideva tra Roma e Bologna ma alla fine scelse quest’ultima dove, dal 1620, vi si stabilì in modo definitivo.

Ritratto della madre, cm. 64 x 55, Pinacoteca Nazionale di Bologna.
Ritratto della madre, cm. 64 x 55, Pinacoteca Nazionale di Bologna.

Nel periodo del soggiorno romano, nonostante la gioia per i positivi riscontri sui lavori realizzati al papa e all’alta nobiltà, il pittore si accorse di provare una certa voglia di affrancamento da tale ambiente e sentire il bisogno di una più libera espressione di linguaggio, rifiutandosi di soddisfare i singoli gusti.

Il Reni, infatti, non sopportava la mancanza di riguardo della committenza verso la propria creatività, nonché i continui solleciti per accelerare i tempi di realizzazione delle opere ancora in fase di sviluppo. Per trattenerlo negli ambienti romani gli proposero il titolo di Cavaliere che l’artista prontamente rifiutò.

Dipinti nel palazzo del Quirinale: La nascita della Vergine
Dipinti nel palazzo del Quirinale: La nascita della Vergine

Tra le grandi opere realizzate a Roma possiamo ricordare i dipinti della “Sala delle Nozze Aldobrandine”, i dipinti della “Sala delle Dame” in Vaticano, le decorazioni del Palazzo del Quirinale, quelle della Cappelle Paolina e dell'”Annunciata” in Santa Maria Maggiore, l'”Aurora” del Palazzo Rospigliosi Pallavicini.

Ritornato nella città natale l’artista realizzò la “Strage degli Innocenti” e il “Sansone vittorioso” (1611-1612), riprendendo quindi a lavorare a pieno ritmo per una clientela di alta aristocrazia – anche fuori della nostra penisola – per la quale riuscì pienamente a soddisfarne le richieste, non solo quelle a tematica religiosa ma anche altre a sfondo mitologico, impiegando uno stile atto a teorizzare la bellezza nell’accezione di morale.

Ercole e Deianira, cm. 259 x 193 Louvre Parigi
Guido Reni: Ercole e Deianira, cm. 259 x 193 Louvre Parigi

Sempre a Bologna il Reni realizzò, su commissione del duca di Mantova, “Le fatiche di Ercole” attualmente custodita al Louvre, “Lucrezia” e “Cristo al Calvario”.

Lo splendido capolavoro della “Pala del voto” (382 x 242 su supporto di seta), custodito nella Pinacoteca Nazionale di Bologna, dà inizio all’ultimo periodo della carriera artistica di Guido Reni, del quale si segnalano l’“Adorazione dei pastori” (1640-42), attualmente alla National Gallery di Londra, l’altra “Adorazione dei pastori” (1640-42; 485 x 330 cm.) della Certosa di San Martino a Napoli, la “Fanciulla con corona” (1640-42; 91 x 73 cm.) e “Cleopatra” (1640-42) entrambe custodite nella Pinacoteca Capitolina di Roma).

Il pittore si spense il 18 agosto 1642, all’età di sessantasette anni, dopo due giorni di agonia. Il suo corpo rimase esposto per due giorni nella basilica di San Domenico a Bologna.




Biografia di Pietro Cavallini

Pagine correlate all’artista: Opere di Pietro Cavallini – Il periodo artistico – La scuola romana 1 – La scuola romana 2 – Bibliografia.

Cavallini: Natività della Vergine
Cavallini: Natività della Vergine

Pietro Cavallini (Petrus Caballinus de Cerronibus) (Roma, intorno al 1240 – intorno al 1330).

Pittore romano divenuto celebre per i suoi mosaici (Storie della Vergine in Santa Maria in Trastevere) e gli affreschi in Santa Cecilia a Roma (si veda la descrizione del Giudizio universale).

Lavora anche a Napoli per Carlo I e viene considerato dagli studiosi di storia dell’arte come uno dei più influenti maestri attivi nel rinnovamento artistico della Roma del suo periodo.

Cavallini: Il Giudizio Universale, Santa Cecilia a Roma
Cavallini: Il Giudizio Universale, chiesa di Santa Cecilia a Roma

Le sue figure sono solide ed il suo trattamento sciolto della superficie superano di molto gli schemi della cultura pittorica tradizionale.

Notizie relative al Cavallini, poche e frammentate, si limitano fatti ad esso relativi avvenuti nel periodo 1273-1321, ma la data di nascita, secondo alcuni studiosi della Storia dell’arte, dovrebbe oscillare intorno al 1240 o 1250.

Cavallini: un particolare del Giudizio Universale
Cavallini: un particolare del Giudizio Universale

Quello che si sa di certo, perché documentata (definito pictor romanus), riguarda la provenienza romana dell’artista. Anche sulla morte (luogo e data) ci sono molte incertezze, nonostante venga generalmente riferita dalla critica intorno al 1325-1330, cioè dopo il suo rientro a Roma dal soggiorno presso la corte angioina napoletana.

Lo scrittore papale Giovanni Cavallini, un discendente del pittore, lo definisce una persona dalla lunga vita (“persona centenaria”): Huic commemoro Petrum de Cerronibus qui centum annorum numero vitam egit [Tomei, 2000, pagina 12]. Tale testimonianza chiarisce in modo definitivo l’identità dell’artista in esame coincidente con quella di Pietro de Cerronibus riportato in più documenti, la cui diversa longevità (apparentemente tale perché di Cavallini sono ancora dubbie le date di nascita e morte) aveva in passato tratto in inganno e considerare non correlati tali documenti, cioè notizie riferite a persone diverse [Bellosi, La pecora di Giotto, pagina 11].

Particolare dell giudizio Universale di Cavallini
Particolare dell giudizio Universale di Cavallini

Ghiberti nei suoi scritti (i Commentarii) cita il pittore romano “Pietro Cauallini, … dottissimo infra tutti gli altri maestri”.

Il Vasari, invece, ridimensiona il Cavallini a “discepolo di Giotto” (si veda il documento in pdf della vita secondo l’autorevole storico), impegnato com’era nella valorizzazione della pittura toscana, soprattutto quella fiorentina, stabilendo un assurdo anacronismo anagrafico, costruendo un pregiudizio storico-artistico durato fino a poco tempo fa: « si sforzò sempre di farsi conoscere per ottimo discepolo di Giotto»




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Biografia di Jean Frédéric Bazille

Pagine correlate all’articolo: Impressionismo francese – Neoimpressionismo – le opere di Monet – le opere di Cézanne – le opere di Van Gogh – il Post-Impressionismo – tra l’Impressionismo ed il Post-Impressionismo

Biografia e vita artistica di Bazille

Bazille: Riunione di famiglia
Bazille: Riunione di famiglia

Jean Frédéric Bazille nasce a Montpellier il 6 dicemre 1841 e proviene da una agiata famiglia protestante.

Si reca a Parigi per frequentare la facoltà di medicina ma ben presto si accorge che le sue aspirazioni son ben altre. Infatti, senza il consenso dei genitori, attratto dall’opera di Delacroix, abbandona gli studi per dedicarsi alla pittura rimanendo nella capitale.

Nel 1862, frequentando l’atelier del pittore svizzero Charles Gleyre (Chevilly, 1806 – Parigi, 1874), in rue de Notre-Dames-des-champs, entra in contatto con altri allievi tra cui Renoir, Monet e Sisley, con i quali stringe una sincera amicizia.

Bazille: Ritratto di Renoir
Bazille: Ritratto di Renoir

Lo studio di Bazille, che si trova presso le Batignolles, viene ben presto usato come punto di riferimento, dove questi artisti si riuniscono ed incominciano a discutere sulla pittura. Il sodalizio si svilupperà poco più tardi nel rivoluzionario movimento impressionista.

Bazille forgia il proprio linguaggio pittorico nei soggiorni annuali, sulle rive del Lez, presso il lussuoso appartamento di famiglia a Meric, dove realizza “La robe Rose” (1864), un’opera da cui traspare la volontà dell’artista di conciliare le nuove ricerche con le regole accademiche della pittura.

Bazille: Paesaggio sulla riva del Lez
Bazille: Paesaggio sulla riva del Lez (1870), olio su tela, Minneapolis Institute of Arts

Sempre nella villa di Meric, qualche anno più tardi, nel 1868, realizza “La vue de village: Castelnau”. Quest’ultima si presenta con una struttura compositiva più o meno uguale a quella di “La robe Rose”.

La più grande conquista a livello pittorico l’ottiene con un’abile integrazione della figura umana nel paesaggio, fondendo il tutto in un’unica immagine.

I preparativi per la prima manifestazione degli Impressionisti indipendenti vengono interrotti (1870-71) quando Bazille si arruola nell’esercito francese come volontario per combattere contro la Prussia, nonostante i tentativi di dissuasione dei colleghi pittori.

Purtroppo, nel corso della prima battaglia (28 novembre 1870), all’età di soli 29 anni, Bazille viene ucciso al fronte a Beaune-la-Rolande.

La Robe rose - 1864, Parigi.
La Robe rose – 1864 – Musée d’Orsay, Parigi.

Alcune fra le opere più importanti dell’artista:

  • La Robe rose – 1864 – Musée d’Orsay, Parigi.
  • Autoportrait – 1865 – The Art Institute, Chicago.
  • Porte de la Reine à Aigues-Mortes – 1867 – Esposto al Metropolitan Museum of Art.
  • Réunion de Famille – 1867 – Musée d’Orsay, Parigi.
  • Vue de village – 1868 – Musée Fabre, Montpellier.
  • Le Pécheur à l’épervier – 1868 – Fondation Rau per il terzo mondo, Zurigo.
  • Scène d’été – 1869 – Cambridge, Harvard University.
  • La Toilette – 1870 – Musée Fabre, Montpellier.
  • Paysage au bord du Lez – 1870 – The Minneapolis institute of Art, Minneapolis.
  • L’Atelier de la rue La Condamine – 1870 – Musée d’Orsay, Parigi.
  • Lo studio dell’artista, 1870 – Rue de la Condamine.
  • Atelier de la rue Furstenberg (data sconosciuta), Montpellier, Musée Fabre.
  • Aigues-Mortes, Montpellier (data sconosciuta), Musée Fabre.

Mostre dal 1992 ad oggi (2016)

Tra luglio 1992 e gennaio 1993 a Montpellier: Frédéric Bazille et ses amis impressionnistes, Musée Fabre et Brooklyn (USA), Museum of Art.

Tra il 23 febbraio ed il 16 maggio 1999 ad Atlanta (USA): Monet & Bazille A Collaboration, High Museum of Art.

Tra ottobre 2003 e gennaio 2004 a parigi: Bazille, Musée Marmottan.


Differenza tra impressionismo e Post-Impressionismo

Pagine correlate all’articolo: Impressionismo francese – Neoimpressionismo – le opere di Monet – le opere di Cézanne – le opere di Van Gogh – il Post-Impressionismo – tra l’Impressionismo ed il Post-Impressionismo

Mentre l’Impressionismo è un vero e proprio movimento artistico, il Post-Impressionismo non appare come tale. Il suo termine, infatti, viene usato spesso per indicare le più svariate correnti pittoriche sviluppatesi subito dopo l’avvento dell’Impressionismo.

La montagna di Sainte Victoire
Cezanne: La montagna di Sainte Victoire, cm. 65 x 81, Zurigo, Kunsthaus.

La parola Post-Impressionismo venne coniata dal critico d’arte Roger Eliot Fry (Londra, 14 dicembre 1866 – 9 settembre 1934) in occasione di una mostra pittorica svoltasi nel 1910 a Londra, ove furono esposte tele di van Gogh, Gauguin e Cézanne.

Tutte le correnti che il Post-Impressionismo ha in esso incorporate, generalmente del tipo figurativo, hanno un comune denominatore: l’eredità, più o meno grande, dell’Impressionismo. Tuttavia il Post-Impressionismo non può essere definito come un vero e proprio movimento artistico, in quanto i caratteri stilistici che accorpa, sono molto variegati.

La pittura impressionista, come già sopra riportato, è realizzata ‘en plein air’ (all’aria aperta) con una tecnica rapida e spontanea, catturando le percezioni visive che la paesaggistica, o qualsiasi altra scena comunica al pittore, con rappresentazioni più o meno evanescenti invece che la descrizione della realtà con l’impiego del disegno, della prospettiva e con lo studio dettagliato di ogni elemento da rappresentare.

Le opere degli impressionisti sono generalmente di piccole e medie dimensioni, ove i paesaggi, le persone e gli oggetti vengono riportati sul supporto pittorico con tratti veloci e senza sfumature. Queste ultime vengono sostituite dall’accostamento di colori integri ed appena usciti dal tubetto.

Vegetazione tropicale
Paul Gauguin: Vegetazione tropicale, cm. 116 x 89 Edimburgo National Gallery of Scotland.

I pittori appartenenti al Post-Impressionismo, invece, rispettano il concetto del disegno e ritornano a lavorare negli atelier, dipingendo su tele più grandi. Inoltre per essi tutto è degno di essere riportato sul supporto pittorico e alla pittura spetta non solo la pura rappresentazione dell’attimo: deve poter anche esprimere gli stati d’animo del pittore.

Possiamo affermare che Il Post-Impressionismo è soltanto la semplice definizione per l’individuazione di un certo periodo cronologico, a cavallo degli ultimi due decenni dell’Ottocento ed i primi anni del Novecento.

I pittori post-impressionisti non sono più stimolati nella riflessione sulla reale consistenza della natura impiegando gradevoli e luminosi giochi di colore ma sono diretti verso una rappresentazione sempre più soggettiva.


L’Impressionismo e i pittori impressionisti

Riflessione sulla pittura fra Impressionismo e Post-Impressionismo

Pagine correlate all’articolo: Impressionismo francese – Neoimpressionismo – le opere di Monet – le opere di Cézanne – le opere di Van Gogh.

Lungo la Senna di Claude Monet
Monet: Lungo la Senna – Il battello studio di Monet, cm 50 x 64, Otterlo Rijksmuseum Kroller Muller.

Molte volte nel corso dei secoli gli artisti hanno sentito il bisogno di staccarsi dalle regole accademiche per percorrere strade completamente diverse, talvolta con successo e altre volte con forti delusioni.

Questo bisogno, per troppo tempo represso nella pittura, di creare – in completa libertà ed al di là di ogni canonica convenzione – freschezza ed immediatezza solo con la semplice sensibilità dell’animo, doveva prima o poi manifestarsi con forza. Questo avvenne proprio in concomitanza con i primi successi democratici dell’Ottocento.

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Pissarro: Pont Royal e il Pavillon de Flore, 1903 tela cm. 54 x 65 Musée du Petit Palais Parigi.

Le rivoluzioni politiche e sociali, che iniziarono alla fine degli anni Quaranta di quel secolo, continuando per oltre un ventennio, furono anche per l’arte assai determinanti: i contrasti tra sostenitori del Romanticismo alla pittura impressionista innescarono accesi dibattiti e forti polemiche fra il grande pubblico, talvolta portati all’esasperazione.

I grandi cambiamenti sociali, che interferirono con forza sull’arte, si fecero sentire anche sulla pittura, sconvolgendone la concezione nel movimento, nell’immediatezza e nella potenza espressiva nonché, e soprattutto, in una inedita vitalità, capace di smuovere la sensibilità umana portando il fruitore dell’opera alla gioia di sentirsi vivo, immerso nei colori della natura, ricchi di variazioni ma privi di ogni forma di elaborazione accademica.

Con il termine “Impressionismo”, come già riportato in altre pagine (si veda l’articolo relativo all’Impressionismo francese) si definisce quel fenomeno legato alla pittura che si sviluppò in Francia in un brevissimo periodo, generalmente indicato tra il 1867 ed il 1880.

Renoir: Junes al Piano
Renoir: “Jeunes Filles au piano”, 1892 olio su tela cm. 116 x 90, Museo d’Orsay Parigi.

Nato da un un ristrettissimo gruppo di pittori – Monet, Renoir, Sisley e Pissarro, a cui subito si aggiunsero Manet, Bazille, Degas, la Morisot e Cézanne – avrebbe conquistato in brevissimo tempo – ma con un faticosissimo percorso, tutto in salita – un consenso mondiale, coinvolgendo nella propria poetica il mondo della letteratura e della musica.

Il Movimento impressionista nella sua globalità fu un’avventura artistica del tutto nuova che mise fine alle ricerche dell’Ottocento, comprese quelle naturalistiche ancora ben legate al Romanticismo.

L’impressionismo riveste una funzione di rifiuto del linguaggio figurativo convenzionale proprio nel momento in cui l’invenzione della fotografia contribuisce a mettere in crisi la rappresentazione percettiva. Tuttavia il movimento non possiede riflessioni teoriche accentratrici o trattati di varia natura né, tanto meno, vi si riscontrano personaggi con assoluto ruolo di guida carismatica.

Il ponte e i mulini di Moret d’Estate, 1888 olio su tela cm. 54 x 73 proprietà di Grégoire Salmanowitz.
Sisley: Il ponte e i mulini di Moret d’Estate, 1888 olio su tela cm. 54 x 73 proprietà di Grégoire Salmanowitz.

L’avventura impressionista, quindi, ben si presta – nel suo affascinante e romanzesco andamento, talvolta anche assai frammentato – a descrivere, nel campo pittorico, la crisi di valori che ormai stava coinvolgendo, insieme alle grandi ideologie, anche il Romanticismo e i caratteristici racconti che da esso derivavano. Inoltre, con il nuovo movimento, si fece strada prepotentemente quel concetto di modernità tanto decantato da Charles Baudelaire. Secondo il poeta, l’artista moderno si immerge nel vortice creato dalla folla che pulsa in ogni luogo, diventando un immenso specchio che mette assieme la grazia mutevole di tutti gli elementi della natura, in modo da conferire alle immagini riportate sulla tela una vitalità superiore alla vita stessa.

Manet: Colazione sull'erba, 1863, olio su tela, 208 x 264, Museo d'Orsay, Parigi
Manet: Colazione sull’erba, 1863, olio su tela, 208 x 264, Museo d’Orsay, Parigi

In questo insaziabile e vorticoso fluire – ogni volta diverso, talvolta anche con minime differenze – l’artista moderno trae la sua poesia anche dalle cose più effimere della vita quotidiana e dagli infiniti attimi del giorno, rendendola pura nell’immutabilità dei caratteri della pittura. Detto questo, gli insegnamenti accademici risulteranno sempre più chiusi, fino all’incapacità di comunicare il vero significato di questo costante e vertiginoso fluire, tanto che la ricerca eviterà poi di legarsi alle certezze di una filosofia assoluta e persistente, percorrendo strade più creative e spontanee, ove l’immaginazione sovrasta la visione accademica della realtà.

La generazione dei primi componenti il gruppo degli Impressionisti parte dal 1830, anno di nascita di Pissarro (Sisley nacque nel 1839, Monet nel 1840, Renoir nel 1841) e termina nel 1853.

Tramonto sul lago Leman (1874)
Gustave Courbet: Tramonto sul lago Leman (1874)

Un precedente che possiamo prendere in considerazione nella ricerca dell’ispirazione formale è quello che avvenne all’Esposizione Universale del Padiglione del Realismo, dove apparivano le opere di Courbet, il quale indicava in modo del tutto rinnovato, la strada che pittura avrebbe dovuto percorrere: il pennello dell’artista doveva trarre dalla natura soltanto la realtà, senza mescolarvi programmi precostituiti, poetici o ideologici. La sensazione visiva che ne derivava, quindi, doveva essere libera da tutto ciò che era legato al soggetto della composizione e non confondersi con esso: doveva invece proporre sul piano visivo il puro “realismo“, cioè quello che la stessa visione comunica senza nessuna aggiunta, respingendo la tentazione di renderla più bella, graziosa e sentimentale.

La torre Eiffel
La torre Eiffel, costruita tra il 1886 ed il 1889

Si può cercare di giustificare tale teoria, come pure quella del nuovo e rivoluzionario movimento, prendendo in considerazione l’evoluzione delle forme estetiche in generale, ma anche quella legata all’ingegneria: basti pensare all’invenzione della fotografia, o al salone della Biblioteca Nazionale di Parigi, o alla Torre Eiffel.

Con l’introduzione della camera oscura, che si sviluppò poco più tardi anche nelle dinamiche immagini cinematografiche, furono mutati lo sguardo e la percezione, tanto che l’operatore fotografico si volle “sostituire” al pittore in ogni tipo di rappresentazione, invadendo così il mondo della ritrattistica e della paesaggistica, entrando quindi in competizione con l’arte anche nei vari reportage, soprattutto quelli riguardanti la vita quotidiana.

Tsunami di Kanagawa
Hokusai: La grande onda di Kanagawa (Tsunami), dalla serie di Trentasei immagini con le vedute del Monte Fuji, intorno al 1830

Cosa rimaneva, quindi, al pittore? Ancora il compito di rappresentare il vero? Esso avrebbe dovuto certamente competere con questo nuovo e rivoluzionario ritrovato, alla portata di tutti, ed essere costretto ad affinare la propria tecnica nonché effettuare inedite ricerche sulla coloristica, su come proporre nuove rappresentazioni di immagine, sulla struttura compositiva, sul tratto …

In questa coatta e frenetica ricerca, i nuovi artisti trassero ispirazione a trecentosessanta gradi, interessandosi anche alle stampe in stile Ukiyo-e (pittura del mondo mutevole) provenienti dal Giappone.

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Utagawa Hiroshige: Scroscio serale ad Atake e il Grande Ponte (lato sinistro) – Vincent van Gogh: Japonaiserie: pont sous la pluie (lato destro).

La prima grande esposizione delle stampe orientali, che avvenne in occasione della ‘Esposizione Universale’ del 1867, riuscì subito a destare grande attenzione degli artisti per la pittura giapponese: “Si scoprì allora” come riferiva Blunden “la semplice e forte bellezza delle xilografìe dell’Estremo Oriente, se ne ammirò… la qualità sintetica e sobria della forma, la ricchezza e la purezza dei toni, il fulgore della luce”.

Queste stampe – soprattutto le creazioni di Utamaro, Hokusai e Hiroshige – riuscirono a conquistare anche personaggi come Monet, Degas, Manet e van Gogh … che trovarono l’esplicazione un nuovo sintetismo in una rinnovata eleganza formale.


Les demoiselles di Avignon di Pablo Picasso

Pablo Picasso

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Picasso: Les demoiselles di Avignon, olio su tela, 243,9 x 233,7, Museo MoMA, New York. La foto è a bassa risoluzione e, quindi, inserita a solo scopo didattico.

“Les demoiselles di Avignon” è un dipinto autografo di Pablo Picasso realizzato nel 1907 con tecnica a olio su tela, misura 243,9 x 233,7 cm. ed è custodito nel Museo MoMA a New York.

Nella presente composizione appaiono cinque prostitute di un postribolo di Barcellona, sito in calle Avignon.

L’artista per quest’opera creò moltissimi studi preparatori e schizzi (si parla addirittura di un centinaio in tutto) che, secondo alcuni studiosi di storia dell’arte, corrispondono ad una fra le ricerche più significative di Picasso verso un iniziale sviluppo del Cubismo.

Cezanne: Le grandi bagnanti
Cezanne: Le grandi bagnanti

Quando il quadro fece il suo esordio, nel 1961, si scatenarono accese discussioni sul fatto della moralità e molti studiosi vi trovarono anche forti richiami a Les Grandes Baigneuses di Cézanne, poi però messi in discussione dai critici successivi. Osservando bene il dipinto, però, si evidenzia chiaramente la differenza di rappresentazione e di disposizione di ogni figura, nonché il carattere cubista dei personaggi.

I dibattiti, poi, incominciarono a ruotare generalmente sull’identificazione dei numerosi linguaggi pittorici all’interno della composizione. L’opinione dominante per tutta la seconda parte del secolo scorso, protrattasi anche nei primi anni del Duemila, è stata quella che l’opera si potesse interpretare come una testimonianza dell’inaugurazione del periodo cubista di Picasso, una volontà di collegare i propri lavori al nuovo stile. Tale supposizione fu inizializzata dal primo direttore del Museum of Modern Art di New York, Alfred Barr, organizzatore di numerosissime retrospettive sul pittore.

Tuttavia c’era anche chi la controbatteva questa teoria. Il critico Leo Steinberg, infatti, propose una diversa spiegazione (saggio The Philosophical Brothel), basandosi soprattutto su studi preparatori di precedenti opere, ignorati del tutto dagli studiosi della Storia dell’arte: la vasta varietà di linguaggi nel quadro in esame, secondo lo studioso, non è altro che una fine pianificazione di un deliberato tentativo di catturare lo sguardo del fruitore dell’opera. Si accorse per primo che tutte e cinque le donne sembrano ignorarsi a vicenda e che focalizzano il loro sguardo sull’osservatore, mentre lo stile differenziato contribuisce a renderle quanto mai notabili.


Ragazzo che conduce un cavallo di Pablo Picasso

Pablo Picasso

Picasso: Ragazzo che conduce un cavallo
Picasso: Ragazzo che conduce un cavallo, anno 1906, 220,3 x 130,6 cm., Museum of Modern Art, New York. La foto è a bassa risoluzione e, quindi, inserita a solo scopo didattico.

“Ragazzo che conduce un cavallo” è un dipinto autografo di Pablo Picasso realizzato nel 1906 con tecnica a olio su tela, misura 220,3 x 130,6 cm. ed è custodito nel Museo di Arte Moderna a New York (Museum of Modern Art of New York).

Della presente composizione, appartenente al periodo classico dell’artista, ne scrisse Alfred Barr: “…una semplicità semplice e naturale di ordine e di atteggiamento, che fa apparire grossolani e sbiaditi i custodi ufficiali della tradizione greca come Ingres e Puvis de Chavannes”.

Dal dipinto non traspare alcuna volontà narrativa dell’autore, né un minimo dettaglio che potrebbe portarci a pensare diversamente. A questo si deve aggiungere il fatto della totale mancanza di animazione sul fondo. Tutto questo parrebbe strano sull’opera di un grandissimo pittore come Picasso, ma l’evocazione della semplicità allo stato puro è sicuramente una scelta mirata: la rappresentazione archetipo di un ragazzo in piena armonia con il cavallo, entrambi privi di vesti e/o accessori in un paesaggio scarno, primitivo e senza tempo dove non si susseguono le stagioni.

Il grigio cromatismo di questo dipinto, tendente alle ocre rossastre e verdi, che fortemente si distacca dai colori violenti delle tele dei fauves – affiancate nello stesso anno al Salon des Indèpendants – indicano quanto Picasso avesse prontamente rifiutato quel forte linguaggio espressivo da essi propostogli.

L’artista preferisce, in questa fase – e come vedremo, anche in altri periodi futuri – la tonalità monocromatica alle ricche variazioni tonali.


Ragazzo con pipa di Pablo Picasso

Pablo Picasso

Picasso: Ragazzo con Pipa
Picasso: Ragazzo con Pipa, 1905, olio su tela, 100 × 81 cm., collezione privata, Parigi. La foto è a bassa risoluzione e, quindi, inserita a solo scopo didattico.

“Ragazzo con Pipa” è un dipinto autografo di Pablo Picasso realizzato nel 1905 con tecnica a olio su tela, misura 100 x 81 cm. ed appartiene ad una collezione privata di Parigi.

Descrizione

La composizione in esame (in francese il titolo diventa “Garçon à la pipe“) fu realizzata nel periodo in cui l’artista si sistemò nella sua residenza a Montmartre. L’effigiato è un adolescente (Petit Louis) che frequentava l’atelier di Picasso.

La tonalità del volto e della mano sinistra, derivata da pochissime variazioni cromatiche e tutte tendenti al grigio, fanno apparire malaticcio il ragazzino contribuendo, altresì, a conferire all’ambiente una squallida atmosfera.

Il rosso acceso delle rose che gli coronano il capo contrastano sfacciatamente non solo con il volto ma anche con lo sfondo, alquanto smorzato.

Storia del quadro

L’opera appartenne alla famiglia dei Whitney, celebri collezionisti d’arte che la acquistarono nel 1950 ad un prezzo allora paragonabile a trentamila dollari.

Gli stessi Whitney nel corso dei decenni riuscirono a rendere prestigiosa la loro collezione riuscendo ad accumulare numerosissimi dipinti di grandi artisti, tra i quali ricordiamo – oltre che Picasso – Sargent, Manet e Braque. Attualmente molte di queste opere si possono ammirare in alcuni fra i più rinomati musei statunitensi.

La tela in esame fu venduta all’asta nel 2004 da Sotheby’s a New York, aggiudicata con 104,1 milioni di dollari. Fu un record a livello planetario sul prezzo di vendita di opere d’arte, fino a quando, nel 2010, fu superato di poche migliaia di dollari dall’Homme Qui Marche I, una scultura di Alberto Giacometti, aggiudicata a Londra per 104,3 milioni di dollari.


Famiglia di acrobati con scimmia di Pablo Picasso

Pablo Picasso

Famiglia di acrobati con scimmia
Famiglia di acrobati con scimmia, 1905, tecnica mista su cartoncino (Gouache e acquerello, inchiostro di china e pastello), 104 X 75 cm., Kunstmuseum, Goteborg. La foto è a bassa risoluzione e, quindi, inserita a solo scopo didattico.

La “Famiglia di acrobati con scimmia” è un dipinto autografo di Pablo Picasso realizzato nel 1905 con tecnica mista (Gouache e acquerello, inchiostro di china e pastello) su cartoncino, misura 104 x 75 cm. ed è custodito nel Konstmuseum di Goteborg.

L’anno in cui Picasso realizzò la presente composizione, che come già sopra accennato corrisponde al 1905, fu il periodo in cui l’artista incominciò ad inserire strati di colore rosa nei propri lavori.

Picasso si trovava a Parigi, ormai in modo continuativo, già dall’inverno del 1904 sulla collina di Montmartre alloggiato presso il Bateau Lavour.

Il “periodo rosa” seguì a quello blu ma, a differenza di quest’ultimo –rappresentante tristezza, solitudine, dolore … – l’artista vi associò tematiche più vitali, come ad esempio personaggi da circo. Tuttavia anche questi acrobati, clown ed arlecchini, che con la loro dinamica vitalità portano allegria a chi li osserva, tradiscono dai loro volti ed atteggiamenti un’espressione di evidente malinconia che, per un certo aspetto, li accosta ai soggetti del periodo precedente.

Numerose opere appartenenti a questo periodo furono realizzate con tecniche miste (gouache, acquerello, pastello e inchiostro) che, secondo gli studiosi, il pittore praticava a causa delle forti difficoltà economiche. Probabilmente Picasso in quel periodo non poteva permettersi l’acquisto di materiale più costoso come colori a olio e tele. Tuttavia questa non era l’unica ragione, poiché era volontà dell’artista riprendere uno stile più classico, che per ottenerlo doveva utilizzare le tecniche che gli insegnarono all’Accademia.

Nell’opera in esame il nuovo stile, assai più classicheggiante di quello del precedente periodo, Picasso lo raggiunse attraverso un ordine geometrico compositivo, con il corretto utilizzo delle zone vuote e quelle piene, un tratto armonico ed elegante e meno tristezza, anche se talvolta – come nella Famiglia di acrobati con scimmia – questa traspare dalle figure facendoci percepire un senso di malinconia.