Biografia e vita artistica del Pinturicchio

(Perugia, 1452 circa – Siena, 11 dicembre 1513)

Biografia e vita artistica

Bernardino di Betto Betti, meglio conosciuto come Pinturicchio (altri lo chiamano Pintoricchio ma sono validi entrambi i nomi, derivati da “piccolo pintor” per via della minuta statura del personaggio), nacque a Perugia intorno al 1452. Allo stesso artista piacque tale appellativo, tanto che lo impiegò anche per firmare alcune sue opere [Acidini, cit., pag. 167].

Preparato sia nell’arte della pittura su tavola che in quella a fresco, nonché in quella miniata, il Pinturicchio è considerato un artista completo. Queste importanti peculiarità gli consentirono di lavorare negli ambienti di alcuni dei più prestigiosi personaggi dell’epoca [Acidini, cit., pag. 167]. Insieme a Pietro Perugino (1448) ed al giovanissimo Raffaello Sanzio (1483) egli fu uno dei massimi esponenti della scuola umbra del tardo Quattrocento. Il Vasari nella seconda edizione di “Le Vite” (1568) descrisse ampiamente la sua vita artistica, indicandolo come Bernardino Pinturicchio. Nella parte finale della biografia lo storico accennava anche a Nicolò Alunno: “faceva alle sue figure teste ritratte dal naturale e che parevano vive”. Questi, insieme a Perugino e Pinturicchio fu l’unico artista umbro ad essere ricordato dal Vasari.

I dubbi sulla sua formazione artistica

Il nome “Bernardino Betto di Betti” è deriva da quello del padre Benedetto (Betto) e del nonno paterno Biagio, detto Betti. Nel 1481, non ancora trentenne, si iscrisse all’Arte dei Pittori di Perugia. Secondo il Vasari il Pinturicchio avrebbe forgiato la sua prima formazione presso Pietro Perugino, ma per la piccolissima differenza di età tra due personaggi (1448 a confronto del 1452) la cosa potrebbe risultare poco verosimile a meno che, tale rapporto, non venga considerato soltanto come un vincolo di collaborazione tra più pittori, tra cui quello più anziano – per l’appunto, il Perugino – assumeva anche il ruolo di capogruppo.

Il Vasari, tra l’altro, riporta anche un patto economico tra i due artisti che lascia meglio intendere un rapporto tra soci di bottega che quello tra maestro e discepolo [Acidini, cit., pag. 170]. Il rapporto maestro/discepolo va quindi ricercato tra pittori, certamente umbri, ma di generazione precedente, come Bartolomeo Caporali o Fiorenzo di Lorenzo. Si pensa che il Pinturicchio abbia anche subito gli influssi di artisti provenienti da altre zone ed attivi in Umbria, quali Benozzo Gozzoli, Beato Angelico, Fra’ Diamante e Filippo Lippi. Rilevante fu anche l’influenza della pittura di Piero della Francesca, in soggiorno a Urbino, con le sue grandiose spazialità, dominate da una perfetta prospettiva e da una monumentale struttura compositiva [Acidini, cit., pag. 170].

Gli esordi e il primo ciclo pittorico

Storie di san Bernardino, anno 1473, tecnica a tempera su tavola, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia.
Storie di san Bernardino – S. Bernardino libera un prigioniero, anno 1473, tecnica a tempera su tavola, Galleria Nazionale dell’Umbria, Perugia.

Gli inizi dell’attività artistica di Pinturicchio si rintracciano generalmente nei lavori all’oratorio di San Bernardino, dove si pensa esistesse una nicchia con il santo, decorata da otto tavolette con le “Storie di san Bernardino” (1473) realizzate da un gruppo di pittori influenzati da Piero della Francesca e dalla pittura urbinate.

All’artista vengono generalmente assegnate le figure di tre episodi: “San Bernardino richiama alla vita un uomo trovato morto sotto un albero” la Guarigione del cieco e la Liberazione del prigioniero. La mano di Pinturicchio risalta nei dettagli della paesistica e delle figure (soprattutto nei costumi), due forti peculiarità dell’artista che si ritrovano nella sua successiva produzione. Le figure, che richiamano la cultura umbra e verrocchesca di Pietro Perugino, hanno atteggiamenti eleganti e panneggi spigolosi assai articolati [Acidini, cit., pag. 171].

Crocifisso tra i santi Girolamo e Cristoforo, anno 1475 circa, tecnica ad olio su tavola, 59 x 40 cm., Galleria Borghese, Roma.
Crocifisso tra i santi Girolamo e Cristoforo, anno 1475 circa, tecnica ad olio su tavola, 59 x 40 cm., Galleria Borghese, Roma.

Pochissimo o nulla si sa dell’artista nei successivi anni (poco meno di dieci) fino a quando non fu chiamato per i lavori alla Cappella Sistina in Vaticano a fianco di Perugino. Lo studioso di Storia dell’arte Strinati, nel 1995, ipotizzava che Pinturicchio in quei dieci anni avvolti dal mistero si trovasse già nella capitale al servizio del cardinale Domenico della Rovere per i lavori nella chiesa di Santa Maria del Popolo. Tale ipotesi colmerebbe il vuoto temporale della sua attività artistica, in cui il numero delle opere assegnate risultano certamente carenti per un pittore tra i venti e trent’anni che di colpo si sarebbe rivelato all’altezza di dirigere grandiosi cantieri, costituiti da numerosi e validi aiutanti [Acidini, cit., pag. 171]. Tra i dipinti assegnati in tale periodo si ricordano il “Crocifisso tra i santi Girolamo e Cristoforo” (intorno al 1475) e il “San Girolamo nel deserto” (tra il 1475 ed il 1480), in cui emergono le attenzioni verso la definizione del particolare nei modi fiamminghi e la ricchezza cromatica, lumeggiante, dorata e smaltata. Altre opere dello stesso periodo sono la “Madonna col Bambino benedicente” (1480) e la “Madonna col Bambino scrivente e san Girolamo” (1481) [Acidini, cit., pag. 173].

I lavori alla Cappella Sistina in Vaticano

Il battesimo di Cristo, cm. 335 x 540.
Perugino: Dipinti nella Cappella Sistina – Il battesimo di Cristo, cm. 335 x 540.

Il fatto che l’artista si trovasse al Vaticano per la decorazione della Cappella Sistina è certificato su “Le Vite” in un rapido accenno nella sua biografia ove, tra l’altro, egli viene ricordato come collaboratore del Perugino. Non è noto se quest’ultimo si trovasse già nella capitale e se avesse preso parte anche ai lavori per gli affreschi – 1479, purtroppo andati perduti – della Cappella della Concezione nella vecchia basilica di San Pietro in Vaticano [Acidini, cit., pag. 173]. Gli studiosi della Storia dell’arte di ogni tempo riconoscono lo stile di Pinturicchio negli astanti del “Battesimo di Cristo” e dei riquadri relativi al “Viaggio di Mosè in Egitto”, mentre alcuni, tra i quali Todini [1989], hanno sostanzialmente ridimensionato il suo intervento, soprattutto paragonando la solidità dell’impianto volumetrico di quelle figure con il ciclo di Madonne realizzate in gioventù e con le decorazioni successive.

Dipinti della Cappella Sistina – Viaggio di Mosè in Egitto, Città del Vaticano.
Perugino: Dipinti della Cappella Sistina – Viaggio di Mosè in Egitto, Città del Vaticano.

Tali interventi, sempre secondo questi studiosi, sarebbero invece da riferire a Giovan Maria di Bartolomeo, meglio conosciuto come Rocco Zoppo (1450-1510), ad Andrea d’Assisi soprannominato l’Ingegno (Assisi, 1480 – 1521) e, con più riserve, a Bartolomeo della Gatta (Firenze, 1448 – Arezzo, 1502), allo Spagna e ad altri assistenti di Pietro di Perugino citati dal Vasari. Seguendo la razionalità che ha portato a tali ipotesi sarebbe da togliere all’artista anche la paternità di una serie di ritratti e Madonne (custodita tra Dresda, Washington e Denver) ed attribuirla, invece, ai maestri della Sistina. Tutto questo non deve però far pensare che Pinturicchio non avesse dato un contributo più sostanziale nella raffigurazione delle tre storie (la “Nascita di Mosè” la “Natività di Cristo” e l’ “Assunta”, poi distrutte per dare spazio al Giudizio Universale di Michelangelo) del ciclo di affreschi di Perugino [Acidini, cit., pag. 174].

In ogni modo è comprovato che vari schemi della Cappella Sistina furono ripresi e sviluppati dall’artista in lavori successivi, da cui viene chiaramente manifestata la sua personale conoscenza del ciclo. Fu proprio nel cantiere vaticano che Pinturicchio scelse l’eterogeneo gruppo di assistenti per la sua nuova bottega romana, agevolato dai rientri altri maestri come lo stesso Perugino, Sandro Botticelli, Luca Signorelli e Cosimo Rosselli, che lasciarono – a opera portata a termine – un vuoto incolmabile nell’ambiente romano di figure carismatiche della pittura [Acidini, cit., pag. 174].

(continua nella pagina successiva)




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