Biografia e pittura di Rosso Fiorentino (1495 – 1540)

Intorno al periodo a cavallo tra il 1523 ed il 1524 il Rosso si recò a Roma accompagnato dall’immancabile assistente Battistino (conosciuto anche come “Battista di maestro Rosso Fiorentino”) e dalla sua scimmia, il “Bertuccione”.

Rosso fiorentino: Cappella Cesi - la creazione di Eva
Cappella Cesi – la creazione di Eva

Si pensa che il pittore avesse, per ragioni non verificabili, soggiornato nella capitale già intorno al 1511. Questa partenza è suffragata invece da una serie di ragioni, tra le quali ricordiamo la fresca elezione di un papa fiorentino, Giulio di Giuliano de’ Medici (Firenze, 1478 – Roma, 1534), al soglio come Clemente VII, ed alla paura dei fiorentini di essere contagiati da una peste endemica che in quel periodo si era fatta particolarmente insidiosa. Quest’ultima fece fuggire dal capoluogo toscano anche Andrea del Sarto, che trovò rifugio nella campagna mugellese, e Pontormo che si chiuse nella Certosa del Galluzzo, vivendo da vero eremita mentre vi realizzava le “Storie della Passione”. Inoltre incominciarono a diffondersi le notizie portate a Firenze da Perin del Vaga, tornato poco prima da Roma, riguardo l’aggiornatissima cultura figurativa (a detta dal Vasari, grandiosa “maniera moderna”) proposta alla corte papale da Michelangelo Buonarroti, da Raffaello Sanzio e altri grandi artisti. Inoltre si parlava provocatoriamente di come i pittori dell’ambiente fiorentino fossero attaccati ai canoni del passato.

Rosso Fiorentino: La cacciata o Il peccato originale.
La cacciata, o Il peccato originale.

In relazione a ciò l’interessamento del Rosso dovette essere abbastanza solleticato, poiché esso andò di persona a conoscere quei grandiosi talenti [Natali, cit., p. 147]. Al suo arrivo a Roma fu bene accolto dagli ambienti artistici per via del successo di alcuni suoi disegni laggiù precedentemente inviati: tutto appariva quindi sotto ottimi auspici.

La prima committenza riguardava la decorazione della Cappella Cesi nella chiesa di Santa Maria della Pace, dove affrescò una “Creazione di Eva” e un “Peccato originale” (1524), a cui seguì la pala col “Cristo morto compianto da quattro angeli” (1525-26), attualmente nel Museum of Fine Arts a Boston.

Cristo morto compianto da quattro angeli, anni 1525-1526, tecnica ad olio su tavola, 133,5 x 104 cm., Museum of Fine Arts, Boston.
Rosso Fiorentino: Cristo morto compianto da quattro angeli, anni 1525-1526, tecnica ad olio su tavola, 133,5 x 104 cm., Museum of Fine Arts, Boston.

Tali opere furono certamente influenzate dalla pittura di Raffaello e di Michelangelo (Storie della Genesi), ispirate però ad un gusto prettamente profano. Pare che tali lavori non fossero stati sufficientemente apprezzati dalla critica contemporanea che criticaò duramente gli affreschi. Il giudizio del Vasari, che parlava di opere spaesate, appare attualmente esagerato nonostante quella decorazione non sia annoverata tra le più belle opere dell’artista; Il “Cristo morto compianto …” invece viene certamente considerato uno fra i suoi più bei capolavori, in una trasfigurazione tematica tra il religioso ed il profano, indubbiamente sensuale, nel costato ferito di Cristo, colmo di riferimenti michelangeleschi e richiami all’antica statuaria [Natali, cit., p. 147].

Ritratto d’uomo con elmo, intorno all’anno 1520, tecnica ad olio su tavola, 86 x 72 cm., Walker Art Gallery, Liverpool.
Ritratto d’uomo con elmo, intorno all’anno 1520, tecnica ad olio su tavola, 86 x 72 cm., Walker Art Gallery, Liverpool.

Un’altra opera, citata nelle Vite, appartenente al soggiorno romano dell’artista, riguarda un abbozzo per una Decollazione di san Giovanni Battista in San Giacomo a Scossacavalli (chiesa abbattuta nel 1934 per la costruzione della via della Conciliazione), opera che probabilmente fu portata a compimento da un altro pittore, dato che si trovava su un altare all’epoca del Vasari, ma della quale si persero le tracce [Natali, cit., p. 184]. Inoltre, Cellini nei suoi scritti riporta di aver visto di persona l’artista nel castello di Cerveteri, forse nell’estate del 1524, come ospite del conte dell’Anguillara [Vita, I 26]. Alcuni studiosi hanno identificato la probabile figura del conte Orsini nel “Ritratto d’uomo con elmo” attualmente custodito alla Walker Art Gallery di Liverpool. Comunque, si pensa che il viaggio del Rosso nella capitale, in relazione al fatto che egli dedicò gran parte del suo tempo a varie serie di disegni per le incisioni di Jacopo Caraglio, non non abbia destato grandi interessi in ambito romano [Marchetti Letta, cit., p. 7]. Per quanto riguarda quei lavori grafici, si ricordano le “Dodici fatiche di Ercole”, i “Trentuno Dei” nelle nicchie, la “Furia”, gli “Amori degli Dei”, la “Sfida delle Pieridi” (da cui fu realizzata anche una pittura, assegnata al maestro, attualmente al Louvre) e la “Battaglia dei Romani coi Sabini”. Trattasi di disegni in cui il Rosso mise a frutto le sue ricerche sulla statuaria classica – soprattutto quella ellenistica – integrandole con una violenta espressività [Natali, cit., p. 200].

Nel 1527, col Sacco di Roma (invasione dei lanzichenecchi al soldo dell’Imperatore Carlo V d’Asburgo), il Rosso, come molti altri artisti di grande talento, dovette fuggire prendendo parte a quella diaspora che tanta linfa vitale portò agli ambienti artistici periferici della penisola e fuori di essa. Prima della fuga il Rosso fu catturato dai Lanzichenecchi, che lo vessarono umiliandolo e costringendolo a lavori pesanti (si impossessarono anche dei suoi abiti). Poi lo lasciarono andare [Natali, cit., p. 208].

I soggiorni del Rosso a Perugia e Sansepolcro

Dalle Vite del Vasari si ricava che l’artista dopo la fuga da Roma fece tappa a Perugia. In quella città venne ospitato dal pittore Domenico Alfani a cui lasciò per riconoscenza un cartone per un’Adorazione dei Magi, andato perduto. Di tale opera rimangono una versione stampa di Cherubino Alberti e la pala come dipinto finale dell’Alfani per la chiesa di Santa Maria dei Miracoli a Castel Rigone, attualmente ubicata in luogo sconosciuto [Natali, cit., p. 208]. Poco più tardi il pittore si trovava a Sansepolcro sotto la protezione del vescovo Leonardo Tornabuoni, per il quale aveva già lavorato realizzando nel soggiorno romano il Cristo morto. Il prelato, come il suo protetto, era fiorentino, aveva pressappoco la stessa età ed era fuggito da Roma in seguito al sacco. Il 23 settembre 1527, su interessamento dello stesso vescovo gli fu affidato un importante incarico da parte della locale Compagnia di Santa Croce, per la realizzazione di una pala d’altare con raffigurato un Cristo deposto, un tema che l’artista aveva già affrontato nella capitale. La pala l’avrebbe dovuta eseguire Raffaellino del Colle (1490–1566) ma lo stesso pittore, contro la volontà dei confratelli, cercò in ogni modo di passarla a Rosso Fiorentino affinché, come riportato nelle Vite del Vasari, “rimanesse qualcosa di suo”. Si pensa che per riconoscenza verso l’artista locale il Rosso avesse realizzato una serie di disegni, proprio come era successo a Perugia con l’Alfani. L’apprezzamento di Raffaellino verso la pittura del Rosso è testimoniata dalla pala con l’ “Incoronazione della Vergine” che il pittore umbro realizzò tra il 1526 ed il 1527 (attualmente nel Museo Civico), nella quale appaiono figure “alla romana”.

Intorno al biennio 1527-1528 eseguì lo sconvolgente “Compianto sul Cristo deposto” , attualmente custodito nella chiesa di San Lorenzo a Sansepolcro.

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