Biografia e pittura di Rosso Fiorentino (periodo francese )

Rosso Fiorentino

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Il periodo francese del Rosso: Parigi e Fontainebleau

Mosè difende le figlie di Jetro, anni 1523-1524, tecnica ad olio su tela, 160 x 117 cm.,, Galleria degli Uffizi, Firenze.
Rosso fiorentino: Mosè difende le figlie di Jetro, anni 1523-1524, tecnica ad olio su tela, 160 x 117 cm.,, Galleria degli Uffizi, Firenze.

Ancora dalle Vite vasariane si ricava che Francesco I accolse molto bene il Rosso, sia per le sue doti artistiche, sia per le qualità personali e il modo di comportarsi. Sin dal primo momento l’artista fu nominato capo generale di tutte le “fabbriche” reali del settore pitture ed ornamenti con una provvigione di 400 scudi e una casa a Parigi, che frequentava assai poco dal momento che passava molto del suo tempo nel castello di Fontainebleau. Tale accoglienza lascia presupporre che la fama del Rosso presso la corte reale, sia come pittore che come architetto, fosse già ad un livello abbastanza elevato, grazie probabilmente alle informazioni degli aretini e fiorentini già presenti in quegli ambienti [Natali, cit., p. 230]. Tra l’altro il re possedeva da tempo il “Mosè che difende le figlie di Ietro” (databile 1523-24, realizzato dal Rosso per Giovanni Bandini, attualmente agli Uffizi) e altre opere poi andate perdute o di cui si è perduta l’identificazione. Tra queste una “Giuditta con la testa di Oloferne”, della quale rimane una versione stampata di René Boyvin, una “Contesa delle Pieridi” che alcuni studiosi la indicano presente al Louvre, la “Leda col cigno” disegnata da Michelangelo (probabilmente alla National Gallery di Londra), e il piccolo dipinto con “Marte e Venere” del quale rimane un disegno custodito al Louvre [Natali, cit., p. 231-232].

Tra le prime opere realizzate per il re viene annoverato il progetto per un rilievo scultoreo, conosciuto solo per via delle incisioni a noi pervenute, probabilmente avente come tema i Santi Pietro e Paolo. Del successo del Rosso alla corte di Francesco I, oltre alla biografia delle Vite del Vasari, rimangono alcuni scritti presenti nel carteggio michelangiolesco, come ad esempio la missiva inviata al Buonarroti da Antonio Mini, datata 1531, in cui si parla di alcuni fiorentini ritornati dalla corte di Francia che avessero trovato Rosso Fiorentino “gra’ maestro di danari e d’altre provvisioni”. Altre testimonianze – ancora facenti parte dell’epistolario michelangiolesco – sono una lettera inviata da Lione dove si evidenzia la “gra[n]dissima provisione” e quella datata 2 gennaio 1532, ancora da Lione, che parla del Rosso visto andare a cavallo con selle ricoperte da ricchi panni, accompagnato da molti servitori [Natali, cit., p. 232-233]. Nonostante l’abbondanza di documentazioni, relative ai circa dieci anni del Rosso presso la corte francese, le opere di quel periodo rimangono in gran parte sconosciute [Natali, cit., p. 233]. Tra esse, due dipinti furono dettagliatamente descritti da Vasari come realizzati a ridosso dell’arrivo in Francia dell’artista, già prima di quello di Francesco Primaticcio (Bologna, 1504 – Parigi, 1570) dell’anno 1532.

I primi lavori dell’artista al castello di Fontainebleau riguardarono la decorazione nel Padiglione di Pomona (1532-1535, andata poi perduta), probabilmente disegnata da lui anche nell’architettura. Gli affreschi, realizzati in collaborazione del Primaticcio, raffiguravano le Storie di Vertumno e Pomona. Altri aiuti presero parte a quell’impresa e ad altre del Rosso in Francia, tra i quali si ricordano: Lorenzo Naldini, Lionardo Fiammingo, Domenico del Barbiere, Giovan Battista Bagnacavallo, Francesco Caccianemici e Luca Penni [Natali, cit., p. 234]. Assai più articolato fu il lavoro per la decorazione della Galleria di Francesco I, iniziato intorno agli anni 1533-35 con stucchi, affreschi e un complesso sistema di allegorie trionfalistiche (la parte architettonica fu portata a compimento già nel 1530). Attualmente l’opera, allora la prima del genere in Francia, è attualmente di difficile lettura a causa delle molteplici ridipinture e delle modifiche in ampie zone, eseguite nei secoli. In Francia la pittura del Rosso perde gran parte della sua originalità e si fa più stemperata sia nella coloristica che nel tratto, diventando più elegante, snella ed armoniosa.

Rosso Fiorentino: La Pietà
Rosso Fiorentino:Pietà, anni 1537-1540, tecnica ad olio su tavola trasferito su tela, 127 x 163 cm., Museo del Louvre, Parigi.

Del lungo soggiorno francese del Rosso rimane purtroppo una sola opera che si possa considerare certamente autografa: la “Pietà” del Louvre, realizzata per il connestabile (capo delle armate del re) Anne de Montmorency, di cui compare l’arme [Natali, cit., p. 251].

Riguardo la morte dell’artista non vi è alcuna certezza e le fonti francesi non ne parlano, mentre il Vasari descrive un repentino ribaltamento delle sue fortune, che in poco tempo lo portò al suicidio. Tale notizia non è suffragata da alcuna documentazione e molti studiosi hanno espresso alcune perplessità, tuttavia l’informazione dello storico aretino non non è nemmeno confutabile [Natali, cit., p. 252]. Si parla di un’ingiusta accusa di furto del Rosso a danno dell’amico pittore Francesco di Pellegrino, per cui a causa della denuncia esso sarebbe stato sottoposto anche a tortura. In seguito a tali sviluppi l’artista venne poi assalito da grandi sensi di colpa e, dopo essersi procurato un potente veleno, si tolse la vita il 14 novembre 1540.

Tutte le opere che a corte erano in corso di realizzazione, assieme alle nuove commissioni, furono affidate al Primaticcio, il quale proseguì nell’opera del Rosso e più tardi fondò la Scuola di Fontainebleau [Natali, cit., p. 252].




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