Biografia di Filippino Lippi (prima parte)

(1457 – 1504)

Autoritratto di Filippino Lippi
Autoritratto di Filippino Lippi

Con il nome di Filippo, ma meglio conosciuto come Filippino, l’artista in esame nacque a Prato nel 1457 da Filippo Lippi e da Lucrezia Buti, entrambi monaci.

Suo padre, noto esponente del Rinascimento, morì quando egli aveva soltanto dodici anni, per cui non partecipò alla sua formazione artistica, che ebbe iniziò nella bottega del Botticelli da cui ne trasse il caratteristico stile lineare, che più tardi impiegò per conferire alle scene dei suoi dipinti un senso d’irreale, con particolari fantasiosi e figure allungate.

Nel 1488 si recò a Roma, ove soggiornò fino al 1492, per arricchire la propria cultura artistica con lo studio dei monumenti antichi e della pittura coeva, in particolare quella di Pinturicchio (Perugia, 1452 circa – Siena, 1513).

San Filippo Apostolo evoca il mostro dal tempio di Marte di Hierapolis, affresco, 1486-1502, cappella di Filippo Strozzi
San Filippo Apostolo evoca il mostro dal tempio di Marte di Hierapolis, affresco, 1486-1502, cappella di Filippo Strozzi, chiesa di Santa Maria Novella, Firenze.

Quattro anni dopo, al suo ritorno a Firenze, Filippino portò nell’ambiente toscano il gusto per la decorazione a grottesche. Queste, che furono motivo di disprezzo per molti studiosi di Storia dell’arte, tra i quali si ricorda il Vasari che le presentò come “pitture licenziose e ridicole molto”, rendevano assai suggestive le scene dei suoi dipinti, che venivano animati da una fantastica e spesso inquietante forza emotiva, in linea con la crisi culturale e politica di quegli ambienti al tempo del Savonarola  (Ferrara 1452 – Firenze 1498).

Le opere di Filippino sono tra le più rappresentative di quella trasformazione avvenuta a Firenze intorno alla fine del Quattrocento: da esse si evidenzia come l’equilibrio e l’eleganza della pittura vennero portati all’esasperata espressività, che sfociò poi nel manierismo [Zuffi, cit., pag. 304]. Egli fu il primo pittore in assoluto ad impiegare, anche se relativamente ad elementi secondari, un tocco ben visibile e pastoso, paragonabile a quello dei pittori “Impressionisti“.

La corposa sua pennellata, che venne ripresa e sviluppata da altri pittori attivi a Firenze, tra i quali si ricorda Rosso Fiorentino (Firenze, 1495 – Fontainebleau, 1540), fu certamente il punto di inizio di quella linea ideale che lega l’articolato sviluppo di questa maniera di dipingere, attraverso il Parmigianino (Parma, 1503 – Casalmaggiore, 1540) , il Tiziano (del tardo periodo), Rubens, Rembrandt, Fragonard, fino ad arrivare a Monet.

Le origini dell’artista sono abbastanza singolari: il padre, il celebre pittore Filippo Lippi, era un monaco carmelitano e sua madre, Lucrezia Buti, una monaca del monastero di Santa Margherita a Prato dove Fra’ Filippo svolse la funzione di cappellano. Dalle Vite del Vasari si ricava che i due si conobbero durante il soggiorno dell’artista in quella città, quando occupato nella realizzazione degli affreschi del Duomo con le “Storie di santo Stefano e san Giovanni Battista“, era diventato – per l’appunto – cappellano in quel convento.

Un giorno, mentre stava eseguendo una pala con la rappresentazione di una Madonna col Bambino, ottenne il permesso della madre badessa per impiegare la giovane monaca come modella nella sua composizione.

Probabilmente tra i due dovette nascere quella grande passione sentimentale che in breve tempo – in occasione della processione della Sacra Cintola – li portò a fuggire assieme dal convento, suscitando un grande clamore. Filippino nacque senza che i genitori fossero sposati.

Per riparare allo scandalo Cosimo il Vecchio (Firenze, 1389 – Careggi, 1464)  intercesse presso papa Pio II (Corsignano, 1405 – Ancona, 1464) affinché i due ottenessero una dispensa per contrarre il matrimonio. Cosa che fu concessa, anche se la legittima unione tra i due non avvenne mai. Essi convissero in una abitazione in piazza del Duomo, sotto il tacito consenso delle autorità religiose del posto che, pur avendo sollevato a Filippo il presbiterio, gli confermarono il proseguimento degli affreschi del Duomo, ai quali il pittore lavorò fino al 1464 [Cosmo, cit., pag. 5]. Proprio in quel cantiere il figlio Filippino, ancora giovanissimo, ebbe modo di frequentare i collaboratori del padre, tra i quali Sandro Botticelli. Filippo rimase a Prato fino al 1467 per portare a compimento altre opere, dopodiché – già chiamato l’anno precedente per la decorazione con le “Storie della Vergine” per la tribuna della Cattedrale –  si recò a Spoleto col figlio Filippino, che ormai decenne, poteva essere impiegato come garzone di bottega nel cantiere del Duomo. In quella città Filippo morì poco tempo dopo (1469) lasciando Filippino sotto la tutela artistica di Fra Diamante, il suo principale collaboratore, che capeggiò la cerchia di discepoli ed aiutanti portando a compimento gli affreschi, ormai già in avanzato stato di composizione [Cosmo, cit., pag. 6]. Per alcuni anni Filippino rimase nella bottega di Fra’ Diamante, la cui limitata personalità artistica poco giovò sulla prima formazione del giovane.

Filippino Lippi - Annunciazione
Filippino Lippi – Annunciazione, tempera su tavola, 175 x 181, Galleria dell’Accademia di Firenze.

Nel 1472, Filippino entrò finalmente nella bottega fiorentina di un personaggio di grande rilevanza, Sandro Botticelli, l’artista che alcuni anni prima spiccava tra gli allievi di suo padre Filippo, afferrandone a fondo lo stile più di ogni altro [Vite di Vasari]. Nello stesso anno il Botticelli fece iscrivere il suo nuovo discepolo alla Compagnia di San Luca, della quale anch’esso faceva parte [Cosmo, cit. pag. 6]. Nello stesso periodo Filippino realizzò l’Annunciazione (tempera su tavola, 175 x 181 cm.),  attualmente custodita nella Galleria dell’Accademia di Firenze.

Filippino Lippi: Madonna del mare
Filippino Lipp (o forse Botticelli)i: Madonna del mare

Le opere eseguite da Filippino nel periodo della bottega botticelliana fanno tutte stretto riferimento allo stile del suo illustre maestro [Cosmo, cit. pag. 6], tanto che Bernard Berenson (Butrimonys, 1865 – Firenze, 1959), grande storico dell’arte, ancor prima che il nome di Filippino facesse la sua comparsa nel novero dei potenziali pittori a cui assegnare le pitture rinascimentali, era solito dichiarare per tali composizioni un’autografia riferita all’anonimo “Amico di Sandro”. Questa serie di dipinti, collocabili probabilmente tra il 1475 e il 1480, comprende la “Madonna col Bambino” (tavola, 1475 circa, Gemäldegalerie di Berlino) la “Incoronazione della Vergine” (tavola, 1475 circa, National Gallery of Art di Washington), “Tobia e l’angelo” (tavola, 1475-1480, National Gallery of Art di Washington), la “Madonna col Bambino e san Giovannino” (tavola, 1480 circa, National Gallery di Londra),  la “Madonna del Mare” (forse di Botticelli, tavola, 1477 circa, Galleria dell’Accademia, Firenze), i cassoni con le Storie di Lucrezia, Ester e Virginia (1480) e probabilmente i “Tre arcangeli e Tobiolo“, anche se poco più tarda (tavola, 1485 circa, Galleria Sabauda Galleria Sabauda di Torino). Queste composizioni, dal cromatismo delicato ma allo stesso tempo inquieto, sono caratterizzate da ritmi sinuosi e da tratti sempre molto soppesati.

Tre arcangeli e Tobiolo
Tre arcangeli e Tobiolo, anno 1485 circa, c. 100 x 127, tempera su tavola, Galleria Sabauda, Torino.

Del 1473 sono una pala (andata perduta ma esistono documentazioni ad essa relative) per una chiesa di Pistoia e la “Deposizione” (tavola, Cherbourg, Musée des Beaux-Arts). Sempre dalle Vite di Vasari emerge che Filippino abbelliva le figure, preferibilmente quelle femminili, con “vesti all’antica” (il riferimento era ai morbidi panneggi apparentemente svolazzanti di alcune sue composizioni che si riscontrano anche nelle opere del suo grande maestro e di Domenico Ghirlandaio (Firenze, 1449 – Firenze, 1494) e altri.

Nel 1481, secondo gli studiosi, pare che l’artista si trovasse a Roma come aiutante di Sandro nell’esecuzione degli affreschi nella cappella Sistina. La sua presenza nella capitale non è suffragata da documentazioni certe ma di riflesso si ricava dalla guida delle bellezze di Roma “Mirabilia Urbis” (1510) di Francesco Albertini, che ne fa menzione. Inoltre alcuni brani di quegli affreschi si presentano in composizioni realizzate successivamente da Filippino, come testimonia ad esempio l’esatta forma degli incensieri nella “Punizione dei ribelli” che riappare nell’Annunciazione (1489-91) di Santa Maria sopra Minerva a Roma (un dettaglio, però, che non può essere notato da terra data la grande distanza, che presuppone l’impiego di ponteggi [Cosmo, cit. a pag. 13]. Il suo maestro, comunque, intorno ai primi mesi del 1482 si trovava Firenze: questo comporterebbe che anche Filippino potesse trovarsi, con tutta probabilità, in quella città.

Nel 1483 anche Filippino partecipava alla realizzazione degli affreschi della villa di Spedaletto, presso Volterra, il più grande progetto decorativo avviato da Lorenzo il Magnifico ((1449-1492), per il quale furono chiamati i più grandi esponenti dell’ambiente artistico fiorentino dell’epoca: Sandro Botticelli, Pietro Perugino e Domenico Ghirlandaio. Gli episodi, a carattere totalmente mitologico, come è noto, andarono del tutto perduti.  (Continua nella pagina seguente).




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