Citazioni e critica nei secoli a Fragonard

(citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

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Cenni biografici e la critica dal Settecento al Novecento

Prima serie di opere

Seconda serie di opere

Come hanno parlato di Fragonard gli studiosi di Storia dell’arte:

(L. Reau, Fragonard, 1956): …. È un errore far rientrare sdegnosamente Fragonard nel novero dei pittori di secondo piano, come altri hanno fatto per Watteau. Egli è molto di più, e ha tutte le doti di un grande pittore. A una scienza consumata degli effetti di luce e di chiaroscuro, attinta alla scuola di Rembrandt, unisce un colore splendente, in cui predominano i gialli cromo e i rossi vermiglio, che egli accorda con la magistrale sicurezza di un Rubens o di un Tiepolo.

 […]  Lo splendore delle sue armonie in rosso e oro, che esplodono come un’orchestra di ottoni nei suoi ritratti di Diderot o dell’abate de SaintNon, è incomparabile. Ma accanto a questi vigorosi splendori, che delicatezza, che senso squisito della sfumatura nelle “armonie bionde, perlacee, azzurrine, rosate, iridate” di certe tele appena schizzate! Non si può parlare della tecnica di Fragonard senza accennare alla sua pennellata ancora più splendida della sua tavolozza. Egli si distingue a prima vista dal suo maestro Boucher per la foga del pennello. Disegna a tratti nervosi, discontinui, con pieghe angolose a triangolo o a dentature, evitando i contorni arrotondati che impoveriscono le figure di Boucher. Verso la fine della sua vita, influenzato dai piccoli maestri olandesi e anche da certi collezionisti che esigevano una finitezza preziosa, la sua maniera tende a diventare liscia e porcellanata: ma nelle pitture del periodo migliore egli resta, grazie a Dio, più vicino a Frans Hals che a Gerard Dou. Per un occhio ghiotto è un raro godimento seguire sulla tela granulosa il movimento indiavolato, la furia del largo pennello che sferza la pasta ricca e untuosa raccolta sulla tavolozza. I contemporanei non erano insensibili a queste caratteristiche, se vogliamo giudicare dalla briosa tirata di uno dei suoi ammiratori, che traggo da un Dialogo pubblicato nel 1773 da Dezallier d’Argenville: “Osservate che fermezza di tocco, che foga del pennello, quel lasciato andare, quel trascurato. Che pittura grassa, che ragù! […]”. Che cosa manca dunque a questo bravo pittore per essere un grandissimo artista, della classe di Poussin e di Watteau? Non è un pensatore: per lui la pittura non è mai stata “cosa mentale”; e neppure un poeta, benché nelle sue allegorie ‘preromantiche’ l’amorecapriccio si elevi a passione. Inutilmente si cercherebbero nelle sue opere pagine che commuovano l’intelligenza e la sensibilità come i Pastori d’Arcadia o la Partenza per Citerà. Mette allegria come la schiuma di una coppa di champagne, ma non offre alimento ne al pensiero ne al sogno. La sua arte ‘a fior di pelle’ non suscita le risonanze profonde di alcuni capolavori di Rembrandt: in ciò sta il limite del suo genio. Ma se il fine supremo della pittura consiste prima di tutto nel creare una ‘gioia per l’occhio’ chi potrebbe superare Fragonard in un’arte che egli, dopo Poussin, ha concepito come sorgente inesauribile di ‘diletto’? Ultimo tra i grandi pittori francesi del Settecento, li riassume in sé tutti. Il posto di un artista nell’arte del suo tempo e del suo paese deve misurarsi sul vuoto che egli lascerebbe se tutte le sue opere dovessero scomparire. Provate a immaginare che cosa sarebbe la scuola di pittura francese del XVIII secolo senza Fragonard. Egli è stato insieme pittore di storia come Carle van Loo, di scene galanti come Boucher, di idilli immorali come Greuze, ritrattista come La Tour, paesaggista come Hubert Robert, illustratore come Moreau il Giovane e in tutti questi generi si è collocato senza sforzo al primo posto. Può far questo un ‘piccolo maestro’?  L. Reau, Fragonard, 1956.

Fragonard è uno dei maggiori pittori del Settecento, e senza alcun dubbio uno dei massimi pittori francesi. Anzitutto per i temi, che fanno di lui il pittore del suo tempo, di quel Settecento sensuale, garbato, del secolo di Luigi XV, dei fermiers généraux, degli esattori e dei borghesi epicurei e ardenti che dovevano rovesciare la monarchia. Il suo maestro Boucher si compiaceva di allegorie e di raffigui”azioni bucoliche; i successori di Watteau s’attardavano nel genere delle feste galanti; Fragonard rinunciò, con grande scandalo dei critici d’arte contemporanei, ai temi antichi o mitologici per dedicarsi a ciò che da Courbet in poi chiamiamo “arte viva”. […] I temi abbastanza liberi, che ha trattato al tempo del suo matrimonio in età già matura, non hanno ne l’ipocrisia ne la falsa ingenuità di quelli di Greuze, ma ci rammentano che il pittore è contemporaneo di Beaumarchais (nato come lui nel 1732), di Dorat e di Restif de la Bretonne (nati nel 1734), di Casanova (nato nel 1725); che Boufflers, Laclos e Sade sono nati pochi anni dopo di lui. D’altronde, se moltiplica, con piacere evidente, i dipinti e i disegni galanti, lo fa in pane per rispondere al gusto del pubblico, che, alla vigilia del 1789, lo apprezza sempre più. Beninteso, non vogliamo fare di Fragonard sul viale del tramonto ne un moralizzatore ne un ragionatore, ma dobbiamo constatare che ha sempre raffigurato con gusto e amore momenti della vita familiare, madri felici, bambini belli, con uno spirito realista per nulla stucchevole. È egualmente, non lo si dirà mai abbastanza, uno dei nostri grandi paesaggisti : ha rivelato alla Francia gli effetti di nuvole e di temporali di un Castiglione o di un Hobbema; ha mostrato soprattutto come nessun altro il fascino delle ville romane, i loro grandi pini, i loro pioppi, e anche quello degli ampi paesaggi dell’lledeFrance, con mandrie e lavandaie. Infine, negli ultimi anni della vita dell’artista, le sue allegorie fanno di lui un antesignano dei romantici alla maniera di Sénancour o piuttosto di Andrea Chénier. […] Per i suoi temi, dunque, Fragonard si pone al primo posto fra gli artisti del tempo. Ma lo stile lo colloca ancora più in alto. Il suo senso dell’abbozzo, opposto a ciò che si considerava allora il finito, non è solo suo : Halle, Lagrenée, e altri ancora lo posseggono anch’essi; soprattutto Restout che fu. più di Boucher, il pittore che lo colpì in gioventù. Ma questa facilità, che deve forse in parte agli antenati italiani, la impiega come nessun altro. I suoi contemporanei, i suoi amici mostrano, in effetti, una certa grazia quando abbozzano un dipinto, ma raggelano le loro composizioni nel rifinirle, mentr’egli conserva quel fuoco che sarà molto apprezzato (a partire dal 1763) anche nel dipinto definitivo, che sa fermare in tempo quando lo considera terminato. Questo è il suo apporto essenziale, e non dobbiamo meravigliarci se grazie a questa sua qualità ha esercitato un grande ascendente. Non cerchiamo l’ascendente di Fragonard su degli epigoni, sul suo allievo Delaunay junior, o su altri. Riconosciamo il debito verso di lui dell’arte moderna tutt’intera, e rammentiamo che Daumier, il grande indipendente, meridionale come lui, fu talmente colpito alla vista dei Fragonard della mostra Lacaze da ritrovarne l’ispirazione nettissima nelle sue opere ultime. G. Wildenstein, Fragonard, I960.

[…] Fragonard ha molto studiato certi maestri, e ne ha acquisito una scienza tanto ben assimilata da trasformarsi in riflessi. Da ciò la sua facilità, la sua agilità : il Barocci gli ha suggerito composizioni ingegnose, Tiepolo gli ha insegnato a disegnare e a dipingere con la luce. Per chi vuole comprendere la formazione dell’artista e le risorse del suo mestiere, l’insieme delle opere grafiche presenta un interesse ineguagliabile. Grazie a questi solidi studi, il XVIII secolo è stato l’età d’oro dei virtuosi. E Fragonard si è segnalato come il più straordinario : ha saputo dosare le prodezze del mestiere, che non bisogna disdegnare, e le effusioni del cuore, di cui è meglio non abusare, come Greuze.  A. P. de Mirimonde, Prefazione all’OEuvre dessinée de Fragonard di A. Ananoff, 1963.

Fragonard passa per lo più per un pittore di temi licenziosi, e in realtà molte delle sue opere meritano di essere definite tali: ma non costituiscono la maggioranza, come si sarebbe tentati di credere. Georges Wildenstein ha giustamente osservato che tale ‘genere’ fa la sua comparsa l’anno stesso della morte del compagno Baudouin, che si era specializzato in quel campo. E Fragonard si consacra ai nuovi temi per rispondere al desiderio di amatori che non avevano più a chi rivolgersi per soddisfare il proprio gusto. Si libera innanzitutto dell’ipocrita mondanità del suo predecessore adottando modi molto più franchi. Dipinge i giochi amorosi con una sensualità non offuscata dall’ingombro di descrizioni fredde e minuziose, cornici eleganti o mille accessori. È soprattutto il pittore della donna e degli amanti. I suoi nudi hanno la pienezza delle naiadi di Rubens e delle Veneri di Tiziano. L’incarnato biondo viene esaltato da una luce calda che conferisce un’impressione di vita palpitante ai corpi abbandonati nell’attesa. […] Pittore dell’amore e della natura, Fragonard lo sarà anche della vita familiare e dell’infanzia. La scelta, per i suoi esercizi di copia, della Sacra famiglia di Rembrandt nella collezione Crozat de Thiers, è significativa. Il tema della culla e della tenera madre, che ammirava, viene ripreso in opere che non hanno niente da invidiare al lacrimoso languore di un Greuze. Se Fragonard si pone come obiettivo il sentimentalismo materno, coltivato con cura negli ultimi anni della monarchia, pure non forza gli effetti e seduce semplicemente con le osservazioni maliziose e con la vitalità che sa imprimere ai personaggi, più spesso abbozzati che descritti. Gli umili da lui evocati lo conducono talvolta alle fattorie, dove i bambini giocano nella stalla. Rivela allora nei confronti degli animali la medesima sensibilità che ha davanti all’uomo e quando gli capita di isolarli dall’aneddoto umano, li traduce nella pienezza del loro vigore, colti in movimenti di un’intensa verità […]. […] Fragonard, benché sembri lavorare come un artigiano, resta tuttavia singolarmente isolato nel suo tempo. A eccezione di un piccolo gruppo di dipinti che si possono raccogliere intorno alle Fontane d’amore, nessun’altra opera si ricollega specificamente ai gusti e alle cure della sua generazione. La sua libertà di stesura non trova l’eguale nella produzione dei contemporanei, se non in quelli che essi considerano schizzi. Il suo modo di impiegare il colore lo pone nella discendenza dei grandi coloristi del secolo, Largillière, Oudry e soprattutto Chardin. È pur sempre un figlio del Settecento. […] I suoi dipinti frivoli traducono in poetica sensualità l’erotismo del tempo. La sua poesia galante risponde talora a quella di Watteau. Non si avvertono in lui malinconici rimpianti, ne sottigliezze intellettuali: egli accetta la vita, e la trascorre con una gioia che continuamente si rinnova, un appetito mai sazio, un godimento pieno. La sua pittura stessa è diletto, nel festoso intrecciarsi di nastri di colore sulla tela, o nello splendore dei toni sostenuti dal loro intimo accordo. Non è un pittore ufficiale che, al declino della monarchia, evochi un’ultima volta tutto ciò che a quella società brillante è stato più caro: è Fragonard. E la sua indipendenza, l’immediatezza, la visione così profondamente personale delle cose preannuncia l’artista del XIX secolo, che non sarà più un artigiano, ma un’anima che vibra dinnanzi ai mille aspetti della vita e della natura.  Thuìllier] A. Chatelet, La peinture, francaise De Le Nain a Fragonard, 1964.

[…] Questo profumatissimo essenziatore dello spirito del ‘700. R. Longhi, La fine della collezione Stroganoff (1926), in Saggi e ricerche 1925-28, 1967.

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