Citazioni e itinerario critico di Frans Hals

 (citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Pagine correlate: Biografia e vita artistica di Frans Hals – Le sue opere – Il periodo artistico.

Come hanno parlato di Frans Hals gli studiosi di Storia dell’arte:

 […] Hals, che a ragione viene ammirato dai più grandi pittori.    balthazar de monconys) Jfìurnal des voyages aux Pays-Bas (1663), Lione 1665-1666.

Ecco il ritratto del tuo devoto Ruyll, / o Haarlem, del tuo eroe, del tuo sostegno e pilastro / della pace nel tempio, naturale come se fosse vivo, / grazie a Hals, il cui pennello scivola magistralmente / dentro e fuori […].   arnold moonen, versi su un ritratto – ora disperso – del predicatore Jan Ruyll (1680), in Poezij, Amsterdam 1700.

Nei lavori di Frans Halls [sic] il ritrattista potrà studiare la composizione di un viso, i lineamenti ben collegati, quali il pittore li ha espressi ;da ciò deriva quella potente definizione della natura individuale che è così rimarchevole nei suoi ritratti e che non si ritrova in pari grado in alcun altro pittore. Avesse aggiunto a questo l’aspetto più difficile dell’arte, una pazienza nel finire quanto egli aveva tanto correttamente abbozzato, a giusto diritto potrebbe pretendere il posto che, tutto considerato, Vandyck [sic} così giustamente occupa come primo fra i ritrattisti.   joshua reynolds, Discourses on Art (1774), San Marino (Cai.) 1959 (a cura di R. R. Wark).

È a Haarlem che un pittore in cerca di lezioni belle e vigorose deve concedersi il gusto di vedere Frans Hals. Dappertutto, altrove, nei musei e nelle collezioni francesi, nelle gallerie o nelle raccolte olandesi, l’idea che ci si fa di questo maestro — brillante ma di consistenza ineguale — è attraente, amabile, spirituale, parecchio futile, ma non vera ne equa. […] Hals non è che un pratico […]; però, in quanto tale, appare di sicuro uno fra i maestri più abili ed esperti che siano mai esistiti, da qualunque parte, anche in Fiandra, nonostante Rubens e van Dyck, e anche in Spagna, nonostante Velàzquez. […] [Banchetto degli ufficiali della milizia di San Giorgio, 1616; Haarlem, Frans Halsmuseum.] Il suo primo grande dipinto. […] La pittura è forte di tonalità e accesa per principio ; il modellato, declamatorio e penoso; le mani sono grevi; i neri, male intesi. Con tutto questo, l’opera è già molto espressiva […]. Ecco lo Stato maggiore della milizia di Sant’Adriano [1633; Haarlem, Frans Halsmuseum] :la sua opera fondamentale, assolutamente bella; non la più emozionante, ma la più realizzata, la più ricca, la più sostanziosa, la più sapiente. Qui, nessun partito preso, nessuna preoccupazione di collocare le figure in modo che abbiano o non abbiano aria attorno, che le valorizzi uno spazio all’ingiro. Non una viene evitata delle difficoltà di un’arte che, se bene intesa, le accetta e le risolve tutte. Forse, prese una per una, le teste appaiono meno perfette che nel gruppo immediatamente anteriore [Banchetto degli ufficiali della milizia di San Giorgio, 1627; ibid], meno intense dal lato spirituale […].Un senso immediato della sostanza delle cose, una misura senza il minimo sgarro, l’arte di essere precisi senza spiegare troppo, e di far capire tutto con semplici accenni, di non omettere nulla, sottintendendo però quello che è inutile ; il tocco spedito, pronto e rigoroso; la parola giusta, e nient’altro che questa, trovata d’acchito e mai aggravata da sovrappiù, niente di turbolento o di superfluo; altrettanto gusto che in van Dyck, altrettanta abilità che in Velàzquez, con centuplicate le difficoltà a causa di una tavolozza infinitamente più ricca : perché, invece di ridursi a tre toni, è l’intero repertorio dei toni conosciuti — queste, all’apice della sua esperienza e del suo acume, le qualità uniche di questo bel pit­tore. […] Infine Hals vecchio, molto vecchio : ha ottan-t’anni. Siamo nel 1664. Quello stesso anno firma le due ultime tele della serie [dei ritratti in grup­po], le ultime alle quali abbia posto mano: il Ritratto di reggenti e le effigi di Rettrici dell’ospizio dei vecchi [Haarlem, Frans Halsmuseum]. Il tema coincideva con la sua età. La mano è finita: spalma invece di dipingere; non esegue, butta giù; le percezioni dell’occhio sono sempre vive e precise, i colori del tutto sommari. Forse, nel loro originale comporsi possiedono una qualità semplice e maschia che rivela l’ultimo sforzo di un occhio ammirevole e dice l’ultima parola di un’educazione maturatissima. Non si saprebbero immaginare neri più belli ne più bei bianchi grigiastri. Il reggente a destra, con la calza rossa che si scorge sopra la giarrettiera, per un pittore costituisce un brano impagabile; però non ci trovate dentro più nessuna consistenza, ne di disegno ne di stesura. Le teste sono abbozzi, le mani niente, se cercate forme e articolazioni. Il tocco, se tocco esiste, è gettato senza ordine, un po’ a caso, e non dice più quello che dovrebbe dire. A tale assenza di qualunque forza espressiva, ai cedimenti del pennello, l’artista supplisce col tono, che da l’apparenza di esistere a quello che non c’è più. Mancandogli del tutto la chiarezza della vista e l’agilità delle dita, è anche più accanito nel far vivere le cose come astrazioni possenti. Il pittore sembra spento per tre quarti: gli rimangono, non dico dei pensieri, non direi più nemmeno un linguaggio, ma sensazioni d’oro. Avete visto Hals agli esordi ; ho tentato di pre-sentarvelo come era nel pieno delle forze: ecco come finisce; e se, considerandolo soltanto agli estremi della sua brillante carriera, mi si desse da scegliere fra. il momento in cui il suo genio cominciava a mostrarsi e quello più solenne in cui il talento lo abbandona, fra il dipinto del 1616 e quello del 1664, non esiterei un attimo, e beninteso propenderei per il secondo. In questo momento estremo, Hals è un uomo che sa tutto, perché nel corso delle sue difficili imprese ha imparato tutto. Non esistono problemi pratici che non abbia affrontati, sbrogliati, risolti, ne esercizi pericolosi a cui non si sia abituato. La sua rara esperienza è tale che sopravvive quasi integra al disfacimento : si rivela ancora, e perfino più forte in quanto il grande virtuosismo è svanito. Però, visto che non è più se non l’ombra di sé stesso, non credete che sia troppo tardi per consultarlo?

L’errore dei nostri giovani colleghi [gli Impressionisti] non è, a vero dire, nient’altro che un errore di opportunità. Quali che siano la sorprendente presenza di spirito e la vigorosa vitalità di questo genio spirante, per quanto rispettabili gli ultimi sforzi della sua vecchiaia, dovranno convenire che gli esempi d’un maestro di ottant’anni non sono i migliori da seguire.   eugéne fromentin, Les Matires d’autrefois, Parigi 1876.

[…] c’è qua [nel Rijksmuseum] una tela (finora sconosciuta per me) di Frans Hals e P. Codde [la Compagnia del capitano Reynier Reael, con circa venti ufficiali a figura intera. Hai mai notato che da sola – che un solo dipinto – si merita il viaggio ad Amsterdam, ben più di qualsiasi altra, per un colorista. C’è dentro una figura, quella dell’alfiere, all’estrema sinistra, proprio contro la cornice : questa figura è in grigio, dalla testa alla punta del piede, e dovrei chiamarlo grigio-perla – di uno speciale tono neutro: probabilmente, il risultato di arancione e blu combinati in maniera tale da neutralizzare qualunque altro colore; variando questo tono di base, qua facendolo un po’ più luminoso, là un po’ più scu­ro, è come se tutta la figura fosse stata dipinta con un unico grigio. Però gli stivali di cuoio sono di un materiale diverso da quello delle uose, che a loro volta sono differenti dalla stoffa dei calzoni, che sono differenti dal farsetto — rendendo un materiale sempre diverso, molto diverso in quanto a colore, eppure tutto di una stessa famiglia di grigio. Ma, aspetta! Ora, in quel grigio lui ci mette del blu e dell’arancione, e una punta di bianco ; il farsetto ha ornamenti satinati di un blu celestialmente tenero, asta e bandiera arancioni, il goletto bianco. Arancione, bianco, blu — dato che allora quelli erano i colori nazionali — : arancione e blu a fianco a fianco, la più splendida armonia di tinte, su un fondo di grigio, sapientemente mescolati unendo soltanto quei due [colori]: li chiamerei poli elettrici (beninteso, parlando di colori) tanto si annullano l’uno l’altro accanto a quel grigio e a quel bianco. In più, si trovano nella tela altre armonie di arancione contrapposte ad altri blu, e ancora i più bei neri contrapposti ai più bei bianchi ; le teste – intorno a venti, sprizzanti vita e spirito —, e una tecnica ! e un colore! e i corpi di tutta questa gente superba a figura completa. Ma quel personaggio in arancione bianco blu, nell’angolo di sinistra… Raramente ho visto una figura più divinamente bella. È unica. Delacroix ci sarebbe impazzito, impazzito per sempre […]. vincent Van Gogh, lettera al fratello Theo, da Amsterdam, 1885.

In Frans Hals tutto è spontaneo, niente è meditato o intenzionale, niente dotto o ricercato. Chi si presentava a Hals per farsi ritrarre poteva anche vestire l’abito migliore e mettersi il goletto più caro, ma faceva bene lasciando a casa ogni vanità. Neppure il signorotto di Heythuysen [Catalogo, n. 39 ne uscì meglio di quanto meritasse. Hals non si sforzava di conferire a quei grossi e grassi borghesi un’aria da eroi o da nobiluomini. Riferendoci ai soggetti di Hals, di solito pensiamo a figure dall’aspetto sano e robusto; ma, a guardar bene, si notano anche parecchie figure malaticcie, perfino visi macerati. Al di fuori della faccia, tutto è eleganza, ornamenti, disinvoltura. È un prodigio dell’arte che Frans Hals, quasi ottantenne, abbia saputo offrire alle reggitrici dell’ospizio di Haarlem, a queste piccole vecchie si­gnore dal viso appassito e comune, una vita desti­nata a protrarsi nei secoli; cosicché, anche se oggi ne ignoriamo i nomi e non abbiamo un’idea di chi fossero, esse rimangono salde e importanti nella storia, come sovrani o poeti. Non ci si parli di psicologia; non si venga a dire che il pittore ha sondato la loro anima: Hals non ci pensava affatto.. Però la sua visione e la sua mano erano più forti di quanto egli stesso sapesse o potesse immaginare; e ciò gli permise di creare un poema nel quale parlano un’epoca e un popolo. Così, potè realizzare quello che non era riuscito neppure a Velàzquez. Se l’autore del presente panorama ha deciso di lasciar da parte i fiamminghi, è solo perché, parlando anche del Meridione, il compito gli sarebbe diventato troppo gravoso. Tuttavia, un confronto per quanto rapido tra Frans Hals e van Dyck si impone, dato che quasi tutti i motivi per cui si è preferito quest’ultimo al primo artista sono proprio quelli, a idea nostra, che più chiaramente fanno risaltare la tempra olandese di Hals : dalla parte di van Dyck stanno la signorilità, che da noi [in Olanda] non era di casa, la grazia, il virtuosismo, la preziosità e la distinzione, tutte cose che a distanza di tre secoli hanno senz’altro perduto un po’ delle loro attrattive ; invece la salda naturalezza e la genuina semplicità di Hals continuano a colpire come doti eccelse perfino lo straniero che non conosce bene il nostro paese ne la nostra gente.   johan huizinga, Hollandische Kutlur des 17. Jahrhunderts [Civiltà olandese del secolo XVII], Jena 1933 .

Né in Goya né nel Greco c’è niente di così magistrale e così sconvolgente [come le Reggenti dell’Ospizio dei vecchi a Haarlem, Haarlem, Frans Hals Museum], perché anche l’inferno contiene meno terrori della zona intermedia […].   paul claudel, Introduction a la peinture hollandaise, Parigi 1935.

Egli non descrive i modelli come tanti suoi colleghi più accurati, non indaga la loro anima come Rembrandt. Hals dipinge con intuito veloce e sicuro, nel tempo della sua maturità solo accennando, e così facendo da ai committenti che ritrae qualcosa del suo proprio temperamento.    A. B. de vries, in Mostra della pittura olandese del Seicento, Milano 1954.

Frans Hals è colui che rappresenta quanto l’occhio coglie, per così dire, in un solo sguardo. […] Nelle sue ultime opere, l’irruenza festosa del primo periodo, in cui risentiva ancora l’influsso fiammingo, viene sostituita da una sobrietà veramente singolare di colori e di composizione; l’esuberanza strettamente esteriore è rimpiazzata – con spirito olandese – dallo studio penetrante della personalità intima dei tipi raffigurati. Frans Hals forma, con Rubens e van Dyck, il famoso terzetto di insigni ritrattisti di origine fiamminga nella prima metà del secolo; soltanto Velàzquez può essere considerato allo stesso loro livello. Alla maniera ampia, signorile, saporosa e decorativa di Rubens, e alla preziosità raffinata, aristocratica e, vanitosa di van Dyck, Frans Hals contrappone sempre più l’inesorabile sincerità e l’assoluta franchezza del carattere olandese, in ciò più affine al grande maestro spagnolo, ma senza l’aristocratico riserbo schivo di costui. Mentre Hals si diverte ad alternare il suo impegno di ri­trattista degli importanti borghesi suoi contemporanei, con il piacere di dipingere i suoi figlioli, giovani pescatori oppure vivaci tipi di popolani, Velàzquez alterna i suoi rè, principi, principesse e cortigiani, con buffoni, nani e altre figure di sfondo sulla scena della corte; può succedere allora che Frans Hals dia libero sfogo al suo estro spontaneo e al suo piacere di dipingere, e che Velàzquez dimentichi con rapimento l’analisi sintetizzante dell’anima umana.   gerard knuttel, in II Seicento europeo. Roma 1956.

Hals non perse mai il gusto per la fluidità della pittura ad olio, e fino al termine della sua vita rimase inalterata la superba maestria del suo toc­co con cui sapeva disegnare e insieme modellare la forma, definire la struttura e inventare spazi e superfici.   seymour slive, Frans Hals, va “Enciclopedia universale dell’arte” VII, Venezia-Roma 1958.

[…] Hals occupa un paragrafo a sé nel capitolo consacrato al ritratto. Viene presentato come un approdo, e non come un punto di partenza. In realtà, si è rinchiuso nei moduli prestabiliti : tranne qualche eccezione, i suoi ritratti non cambiano l’ottica di cui si serviva nel secolo XVI un maestro di Haarlem come Maerten van Heemskerck. I suoi gruppi sono di sicuro articolati più sobriamente di quelli d’un pittore come Cornelis Anthonisz, morto oltre un secolo prima che egli venisse al mondo, però la formula è la stessa. Nei raggiungimenti più liberi, Hals consegue una vivacità che non era usuale : coglie il fiore delle espressioni che passano sui visi. Ma è qualcosa di più che il perfezionamento di posizioni ormai acquisite? Hals ha deliberatamente consolidato le formule nazionali in un momento in cui il manierismo stava mostrandone la trivialità ; ha scelto il cammino della tradizione, il solco un po’ ritroso dell’arte dei Paesi Bassi, tracciando una via trionfale. Grazie a lui, i borghesi di Haarlem possono rivaleggiare, nei musei, con i rè di Fran­cia e i lord d’Inghilterra. Per la nuova vitalità che ha conferito a strutture ormai logore, per la prestanza del colore, è stato straordinario, portando il ritratto a una libertà fin allora sconosciuta. Ma questa libertà valeva per lui solo ; non si poteva trasmettere agli altri.   pierre descargues, Hals, Ginevra 1963.

[…] All’immagine – come Hals l’ha sempre voluta, con quella brusca immediatezza che ne ha sempre costituito il fondamento, determinando il rapporto esistenziale, scoperto ed instabile, con chi la guarda — non competono giudizi morali, e neppure forzature sentimentali: essa ha solo la sua verità, la forza della sua evidenza.   franco bernabei, Frans Hals, Firenze 1969.

[…] Abbiamo tentato di valutare la forza d’impatto esercitata su noi dalla sua pittura, considerando le tradizioni in cui egli operò e la gamma di possibilità che gli si aprivano davanti. Lo sforzo non ha fatto che moltipllcare la nostra ammirazione per l’incrollabile impegno di Hals a una visione autonoma, che arricchisce la nostra consapevolezza di individui e aumenta l’attonita riverenza per il vigore sempre crescente degli irresistibili impulsi che lo mettono in grado di fornirci una panoramica completa sulle forze essenziali della vita.   seymour slive, Frans Hals, Londra-New York 1970.

[…] la sua attività fu lunga come quella di Verdi, e come quella di Verdi raggiunse il massimo di vigore nel periodo finale.   john russel, “The Sunday Times” 1970.




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