Rousseau il Doganiere:citazioni e critica dal 1910 al 1949

(citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Henri Rousseau il Doganiere

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Il pensiero critico degli studiosi di Storia dell’arte su Rousseau il Doganiere:

… Non ch’egli sia — giova dirlo subito — un inculto dipintore d’insegne o di cartelli da rivenduglioli. Ma la sua arte, e per la semplicità dell’anima che rimette e per l’infantilità del mondo che rappresenta, ha con la loro comunità d’origine, di tendenza e di aspetti.

Difatti se c’è un pittore che non sappia, per via di sotterfugi, di lenocini o anche di semplice maestria tecnica, ornare o abbigliare la sua scarna e povera visione della realtà, se c’è un pittore che non sappia, in una parola, dipingere, al modo che l’intende la scuola, e con essa una grandissima parte della critica e del pubblico, colto o ignorante che sia, questi è senz’alcun dubbio Rousseau. …      E anzitutto i suoi colori, quantunque ottenuti bizzarramente … sono raffinati e magnifici. Le piante, i cieli, i fiori, le vesti, le carni hanno sfumature e tinte di una dolcezza e ricchezza inaudite.

Poi basta guardare i suoi ritratti, i suoi gruppi familiari, le sue scene di vita popolare, campestre o cittadina, i suoi sposalizi, le sue nature morte, i suoi paesaggi, per sentire con quale acuta ancorché bonaria e quasi simpatica penetrazione egli abbia intuito lo spavento delle anime vuote dei suoi mo­delli, la miseria infagottata del borghese suo simile e parente, il comico orrore della folla gioiosa, danzante in piazza, senza suono, intorno a qualche trofeo repubblicano o proletario, sotto lo sguardo consenziente delle autorità indomenicate e del paterno gardien de la paix. Com’egli abbia saputo rendere la sinistra tristezza di uno square inospitale, di una viuzza spopolata, di una distesa di tetti parigini foschi sotto la volta della bigia nuvolaglia; o la scontrosa soavità di una prateria sparsa di vacche; di un campo spoglio, di un giardino, di una villa abbandonata biancheggiante fra i rami neri dei tigli e dei cedri. … Gli è che Henri Rousseau, che non ragiona ma opera di primo impulso e secondo il suo particolare modo di concepire, aveva capito questa verità, che nell’arte tutto è permesso e legittimo, che ciascuna cosa concorre alla sincera espressione di uno stato d’animo. … Conformandosi in tal maniera alla tendenza della moderna scuola di pittura, la quale vuole sempre più espellere dall’arte ogni elemento razionale per abbandonarsi tutta all’esaltazione lirica emanante dai colori e dalle linee, visti e concepiti indipendentemente dalla loro pratica destinazione e dal loro ufficio di delimitatori e differenziatori di corpi e di oggetti. Onde, piuttosto che domandarsi che cosa voglion significare quelle cose, che per il pittore non sono che immagini, sarà meglio vedere se dalle loro forme e colori rispettivi esca quel senso di poesia che egli ha voluto ne uscisse e, se sì, riconoscere la sua forza, e nello stesso tempo il suo buon diritto di libero creatore. … Rammentando Paolo Uccello ho forse nominato, senza volerlo, l’unico artista europeo al quale Henri Rousseau possa essere comparato. Come lui egli vive in un mondo strano, fantastico e reale ad un tempo, presente e lontano, a volte risibile a volte tragico: come lui, si compiace nella dovizia lussureggiante delle verdure, dei frutti e dei fiori, nella compagnia immaginaria d’animali, di belve e d’uccelli, come lui passa la vita nel lavoro ignorato, raccolto e paziente, salutato da risa e da scherni ogni volta che esce dalla sua solitudine per mostrare al mondo il frutto delle sue fatiche.     A. soffici, Henri Rousseau, “La Voce’, 15 settembre 1910

Rousseau vede gli uomini e le cose diversamente da noi. Un paesaggio ci sveglia una quantità di reminiscenze filosofiche, pittoriche, letterarie, scientifiche; ci appare sotto angoli differenti; possiamo spiegarlo dal lato storico o interpretarlo musicalmente al pianoforte: lo cogliamo in tutta la sua evidenza, e per noi non ha misteri. Di fronte alla natura Rousseau è come un bambino: per lui, costituisce ogni giorno un avvenimento nuovo del quale ignora le leggi; ai suoi occhi, dietro i fenomeni esiste qualcosa d’invisibile che è, per così dire, l’essenziale. La natura ha conservato tutti i suoi veli, per lui; il suo sentimento religioso e la fantasia ne sono sollecitati: da qui, la nota mistica dei suoi dipinti……  Non meno abbondanti che le risorse dell’immaginazione sono i mezzi di cui dispone per realizzarle. Questo grande inventore è al tempo stesso un pittore considerevole. In lui il disegno è preciso e sicuro, d’una straordinaria forza suggestiva; alberi e piante sono animati, dai contorni, d’una vita organica percepibile ai sensi…. La composizione, in lui, appare determinata da una nozione del tatto sensibile e poetica. È un godimento, considerando l’opera di Rousseau sotto questo aspetto, vedere con quanta delicatezza e acume ‘taglia’ i paesaggi e ricompone nei dipinti l’equilibrio di ogni cosa. Il suo talento nel colore non è da meno. I blu, i viola, i rossi appaiono estremamente belli e variati; impiegando il verde e il nero rivela una maestria senza confronti. Ha dipinto quadri interi quasi soltanto col verde, riuscendo a scoprire infinite gradazioni. I neri … dimostrano un coraggio da far tremare qualunque altro pittore. Ma l’effetto complessivo è naturale, grandioso, pieno di carattere.   W. uhde, Henry Rousseau, 1911

… Ogni opera di Henri Rousseau rivela la balda certezza dei propri mezzi, l’acume estremo dell’impaginazione, infallibile nell’equilibrio e nei rapporti. Non è il compendio d’una formula preconcetta, o la scelta sapientemente compiuta, la ‘fotografia’ chiassosamente espressiva. Si tratta della visione imposta da una inventiva di raffinatezza mai paga, in cerca soltanto della propria soddisfazione, dello sbalordimento definitivo che sbocca dal desiderio inquieto di servire l’oggetto il meglio possibile, della via più diritta che esclude qualunque esitazione. Il suo genio consiste nel livello costante della resa: sull’intera superficie di ogni tela, l’amore inesausto, la pazienza, la volontà gli guidano il pennello. Mai allentamenti da rimproverargli, mai volontà di apparire senza aver consumato sino in fondo il gioioso sacrificio. Così, la densità dei valori pittorici è tale che anche i margini più reconditi dei suoi lavori recano l’impronta della sollecitudine ardente di cui li faceva segno.     R. grey, Rousseau, 1922

Quando esamino un dipinto di Rousseau … non sono molto lontano dal considerare codesta ingenuità, familiarità, rusticità perfino, come virtù assolutamente indispensabili all’opera d’arte francese e a scorgervi un privilegio del nostro genio nazionale. Anche Ingres, il più sapiente ed elegante fra i pittori che abbiamo avuto [in Francia] — e il cui candore, pur essendo meno grevemente e maldestramente esibito che quello del Doganiere, non fu meno grande (penso al Bagno turco [del Louvre]) —, non riuscì mai a prescindere, nei ritratti, da una certa pesantezza, da una massività che spiacque a più di uno. …    Rousseau, le cui audacie furono quanto di meno premeditato, al primo colpo scoraggiò i contemporanei scoprendo motivi pittorici assolutamente inattesi. Diede diritto d’asilo ai capi meno poetici: il baffo lustro di pomata, la manica a sbuffo, il vestito nero e, nei paesaggi, lo stabilimento e il palo telegrafico. Era un primitivo anacronistico di un tempo in cui la gente non ha occhi che per le figurazioni più fasullamente raffinate e per gli  episodi  mondani. Nel medioevo sarebbe stato la delizia della folla, dando una immagine — dei santi e dei donatori — frusta ma piena di nobiltà.      A. lhote, Henri Rousseau, ‘La Nouvellc Revue Francaise”, 1° novembre 1923

Rousseau non si è interessato a nessuna delle ricerche che al suo tempo stavano per rinnovare la pittura … Detestava Matisse … preferendogli — sembra — la pubblicità d’un profumo in cui sorrideva un bei taccino, raggiante e piacevole…..In effetti, tutta l’opera di Rousseau sembra attinta al fondo della sua fantasia. Nulla che non derivi da una visione : se Rousseau dipinge dal vero l’albero e il muro e il sole e le case e tutto quanto il paesaggio, realmente vede queste cose in lui stesso, e partecipa alla loro esistenza. Del resto le vede con la stessa intensità anche quando le immagina; e si identificava a tal punto con la propria visione, da spaventarsi ogni volta che dipingeva un dramma inventato …

La forza segreta della pittura di Rousseau va appunto ricercata in codesta capacità di trasmettere sempre e a fondo le sue emozioni … E proprio in tale forza d’inventiva va ricercato lo stile di Rousseau, che ogni volta che qualcuno ha infuso nella propria opera tutta la purezza della coscienza e della sensibilità c’è stile. … Molti dei suoi lavori sono, in qualche modo, un racconto. … Però il racconto non è mai una copia letterale della natura: il buon demonio amplifica la visione del suo pupillo al punto di trasformare cose da nulla in oggetti straordinari. La naturale propensione di Rousseau per il realismo viene corretta, a sua insaputa, da un intenso senso lirico che alleggerisce la materia e la spiritualizza. … Una dolcezza avvincente, una gioia che scaturisce dalla sorpresa emana dall’opera sua … e, grazie al fascino della poesia, la sua stranezza sfugge al grottesco. … Il colore, così come il disegno e la composizione di Rousseau si distinguono per l’assenza di qualsiasi complessità nella ricerca e per un’estrema semplicità di percezione, che non persegue mai i mezzi espressivi in combinazioni od opposizioni sapienti.

Per tali motivi l’opera di Rousseau esercita un grande fa scino. Però non sia mai che la sua forza di attrarre ci faccia dimenticare che queste tele esprimono la vita con più incanto che potenza. … Rousseau non va confuso in alcun modo coi Primitivi italiani. … Ne va confuso con gli artisti di oggi: la sua opera non avrà mai il potere dei pittori che costituiscono altrettante forze nel movimento artistico del nostro tempo. Essa non riuscirà mai a turbare nessuno dei nostri pensieri. ch. zervos, Rousseau, 1927

… Sotto il suo sguardo candido la natura si ampliava semplificandosi. Come un grande ispirato, vi scorgeva l’immensità, individuava di botto le forme essenziali del paesaggio, colto in proporzioni esaltate ; le cose della terra vi delineavano arabeschi di una musicalità che implica l’accordo con il luminoso distendersi del cielo. Rousseau possedeva innato il senso delle belle distribuzioni: era il gusto d’un bambino che mette ordine d’istinto. A tale dono di sintesi spontanea s’univa in lui l’amorosa attenzione per il particolare: quanto lo impressionava l’architettura di un albero, altrettanto si deliziava alla vista del fogliame come d’un ornamento prezioso da tradurre con saporosa stilizzazione. Le sue armonie coloristiche erano non meno semplici ed elementari di quanto non fosse ingenuo il suo disegno. Pur riuscendogli di imprimere profondità ai piani, aria e luce, il suo occhio di pittore non obbediva che all’emozione. … Il caso diviene sorprendente quando si pensa che col proprio senso così semplicistico del quadro, Rousseau ha saputo aggirare le difficoltà della prospettiva, graduare la luce, accordare i toni contrapposti e, con tutti i suoi ardimenti di candido, far convergere gli effetti verso il punto di vista. Così, grazie al genio, elementi figurali dei più umili si trasfigurano, commuovono come la pittura di un trecentista, conquistano gli occhi col proprio equilibrio, con l’armonia, nello stesso grado in cui sanno refrigerare l’anima con virginale poesia. A. basler, Henri Rousseau, 1927

“È strano” mi diceva una volta Renoir “come la gente venga respinta quando scopre in un dipinto vere qualità di pittura. Uno che deve provocare una speciale avversione è il Doganiere Rousseau ! “. A. vollard, En écoutant Cézanne, Degas, Renoir, 1938

… Henri Rousseau, dopo Delacroix — ma con mezzi quasi sempre inconsci —, riconduce a uno ‘stile inferiore’, che … ci conferma sempre più nella repulsione contro i virtuosismi, le acrobazie, i giochi di prestigio. Le sue opere non devono assolutamente nulla agli anni in cui furono eseguite. Il Doganiere ha saputo essere soltanto amore e comunicarci il proprio senso di forme altamente superiori, nate dal modesto mestiere della mano. Dai suoi tempi è stato quello che parla per tutti e non viene inteso. Accade spesso. … Ciò che il Doganiere fa in un certo stato medianico, dobbiamo farlo anche noi in piena coscienza … Ma già, se siamo riusciti a scacciarci dagli occhi l’orribile immagine del ‘buongusto’ francese, ultimo specchio in cui si è contemplata la defunta borghesia; se non diamo più corda a quelli che dubitano, ai granchietti che vivono di putredine; … se riconosciamo, dopo la prova sanguinosa, che l’arte non può trovare il proprio fine in se stessa, che … la sua utili tà — pur senza servire una causa, che la scredita, — mantiene il singolo in rapporto armonico e atemporale con le generazioni …, allora il nostro sguardo deve rivolgersi a Poussin, a Delacroix, per cogliere all’origine i segreti della nuova pittura; anche Rousseau, con la sua arte, davvero inesplicabile, fatta di realismo magico e di inventiva monumentale, e che, tutta popolata di fantasticherie vegetali, celebra il vecchio fondo dell’uomo, lo spirito sempre attivo che presiede alle nascite, ai matrimoni, al ricordo dei morti, e fa apparire, bollata con candida ferocia, la figura più civilizzata e più ipocrita della menzogna: la diplomazia.    P. courthion, Henri Rousseau le Douanier, 1944

Nessuno è ancora riuscito, non dico a dissipare, ma nemmeno a definire il malinteso createsi intorno all’opera di Henri Rousseau. Si è voluto fare — di questo gran pittore, di questo pioniere della pittura (a pari diritto di Van Gogh) — un primitivo, arrivando spesso a usare il termine nel senso di ‘limitato’. Secondo me, il motivo principale del malinteso consiste nel fatto che ci si è ingannati sulla personalità di Rousseau. A evidenza (se si vogliono considerare le cose nella loro totalità) era un uomo estremamente semplice, affascinante e buono, ma di un orgoglio legittimo, e del resto clamoroso. Tale orgoglio, che si manifesta in assoluto candore, faceva credere — perfino ai suoi migliori amici — che il pittore fosse vanitoso; a qualcuno, che si trattasse d’un pazzo; ad altri, d’un bestione. … Nondimeno, Henri Rousseau è senza dubbio un grandissimo pittore : per il linguaggio espressivo, a un tempo fine e sapiente; per l’ispirazione, che non si allenta mai; per il modo stesso di concepire la pittura. Sembra che ormai non sia più possibile negare codesta grandezza … tenendo conto che la sua pittura contestava precocemente (giacché l’Impressionismo, Cézanne e Van Gogh venivano ancora ‘respinti’) le tendenze del tempo, almeno quelle a cui i critici più spregiudicati e avveduti, il pubblico meglio disposto e meno chiuso avevano già fatto tanta fatica ad ‘abituarsi.      ph. soupault, Henri Rousseau le Douanter, 1948

In lui il disegno non è mai ovvio, volgare o maldestro; il colorito — di cui Camille Pissarro sapeva apprezzare la funzione saporosa dei neri — allea la forza alla sottigliezza. Quanto alla capacità di organizzare architettonicamente la composizione, si rivela maestro da confrontarsi coi più stimati: “È semplice” diceva Andre Derain; “appendete un Rousseau fra due quadri antichi o moderni, due buoni quadri; il Rousseau darà sempre un’impressione più forte di densità ed equilibrio”.

… La tranquilla originalità delle sue concezioni, del sentimento poetico delle cose, fa spesso scordare di rendere il dovuto omaggio alle sue qualità sovrane di plastico. Senza dubbio si tratta soltanto di un malinteso, ma è grave, giacché mette fuori strada molti che, stimandolo appena per il commovente candore, ovvero appena per gli intrinsechi splendori della pittura, rie­scono ad apprezzarlo soltanto a metà.

Tutt’altro che un buffone o un depresso, Henri Rousseau è un grande artista: uno dei padri dell’arte moderna.      M. gauthier, Henri Rousseau, 1949.




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