Tiziano: citazioni e critica nei secoli

(citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Il pensiero critico degli studiosi di Storia dell’arte su Tiziano:

  (P. Aretino) … appoggiate le braccia in sul piano de la cornice de la finestra, … mi diedi a riguardare il mirabile spettacolo che facevano le barche infinite, le quali piene non men di forestieri che di terrazzani, ricreavano non pure i riguardanti ma esso Canai Grande, ricreatore di ciascun che il solca …

E mentre queste turbe e quelle con lieto applauso se ne andavano a le sue vie, ecco ch’io, quasi uomo che fatto noioso a se stesso non sa che farsi de la mente non che dei pensieri, rivolgo gli occhi al cielo; il quale, da che Iddio lo creò, non fu mai abbellito da così vaga pittura di ombre e di lumi. Onde l’aria era tale quale vorrebbono esprimerla coloro che hanno invidia a voi per non poter esser voi. Che vedete, nel raccontarlo io, in prima i casamenti, che benché sien pietre vere, parevano di materia artificiata. E di poi scorgete l’aria, ch’io compresi in alcun luogo pura e viva, in altra parte torbida e smorta. Considerate anco la maraviglia ch’io ebbi dei nuvoli composti d’umidità condensa; i quali in la principal veduta mezzi si stavano vicini ai tetti degli edificii, e mezzi ne la penultima, peroché la diritta era tutta d’uno sfumato pendente in bigio nero. Mi stupii certo del color vario di cui essi si dimostrano: i più vicini ardevano con le fiamme del foco solare; e i più lontani rosseggiavano d’uno ardore di minio non così bene acceso.

Oh con che belle tratteggiature i pennelli naturali spingevano l’aria in là, discostandola dai palazzi con il modo che la discosta il Vecellio nel far dei paesi! Appariva in certi lati un verde-azurro, e in alcuni altri un azurro-verde veramente composto da le bizarrie de la natura, maestra dei maestri. Ella con i chiari e con gli scuri sfondava e rilevava in maniera ciò che le pareva di rilevare e di sfondare, che io, che so come il vostro pennello è spirito dei suoi spiriti, e tre e quattro volte esclamai: “Oh, Tiziano, dove séte mo?”.     P. aRetino, lettera a Tiziano, maggio 1544.

Bronzino è un perito maestro, e mi piace molto il suo fare, e li son anco parzial per le virtù sue, ma a me più sodisfa Tiziano, e se Tiziano e Michiel Angelo fussero un corpo solo, over al disegno di Michiel Angelo aggiontovi il colore di Tiziano, se gli potrebbe dir lo dio della pittura, sì come parimenti sono anco dèi propri …       P Pino Dialogo della Pittura 1557.

A Tiziano solo si dee dare la gloria del perfetto colorire: la quale, o non ebbe alcun degli antichi; o, se l’ebbe, mancò, a chi più a chi manco, in tutti i moderni: perciocché, come io dissi, egli cammina di pari con la natura: onde ogni sua figura è viva. si muove, e le carni tremano. Non ha dimostrato Tiziano nelle sue opere vaghezza vana, ma proprietà convenevole di colori; non ornamenti affettati, ma sodezza da maestro; non crudezza, ma il pastoso e tenero della natura: e nelle cose sue combattono e scherzano sempre i lumi con l’ombre, e pèrdono e diminuiscono con quell’istesso modo che fa la medesima natura.                 L. dolce, Dialogo della pittura, 1557.

… L’anno appresso 1508 mandò fuori Tiziano in istampa di legno il trionfo della Fede, con una infinità di figure, i primi parenti, i patriarchi, i profeti, le sibille, gl’innocenti, i martiri, gl’Apostoli e Giesù Cristo in sul trionfo, portato da i quattro Evangelisti e da i quattro dottori, con i santi confessori dietro. Nella quale opera mostrò Tiziano fierezza, bella maniera e sapere tirare via di pratica; e mi ricordo, che fra’ Bastiano del Piombo, ragionando di ciò, mi disse che se Tiziano in quel tempo fusse stato a Roma et avesse veduto le cose di Michelagnolo, quelle di Raffaello e le statue antiche, et avesse studiato il disegno, avrebbe fatto cose stupendissime, vedendosi la bella pratica che aveva di colorire, e che meritava il vanto d’essere a’ tempi nostri il più bello e maggiore imitatore della natura nelle cose de’ colori; che egli arebbe nel fondamento del gran disegno aggiunto all’Urbinate et al Buonarruoto. …

Andando un giorno Michelagnolo et il Vasari a vedere Tiziano in Belvedere, videro in un quadro, che allora avea condotto, una femina ignuda figurata per una Danae, che aveva in grembo Giove trasformato in pioggia d’oro [ora a Napoli, Gallerie di Capodimonte], e molto come si fa in presenza, gliele lodarono. Dopo partiti che furono da lui, ragionandosi del fare di Tiziano, il Buonarruoto lo cernendo assai, dicendo che molto gli piaceva il colorito suo e la maniera, ma che era un peccato che a Vinezia non s’imparasse da principio a disegnare bene e che non avessono que’ pittori miglior modo nello studio. “Con ciò sia” diss’egli “che se quest’uomo fusse punto aiutato dall’arte e dal disegno, come è dalla natura, e massimamente nel contrafare il vivo, non si potrebbe far più ne meglio, avendo egli bellissimo spirito et una molto vaga e vivace maniera”. Et in fatti così è vero, percioché chi ooo ha disegnato assai e studiato cose scelte, antiche o moderne, non può fare bene di pratica da sé. ne aiutare le cose che a ritranno dal vivo dando loro quella grazia e perfezzione, cfac da l’arte fuori dell’ordine della natura, la quale fa ordinariamente alcune parti che non son belle. …

Ma è ben vero che il modo di fare che tenne in queste ultime [opere] è assai diferente dal fare suo da giovane Con ciò sia che le prime son condotte con una certa finezza e diligenza incredibile e da essere vedute da preso e da lontano, e queste ultime, condotte di colpi, tirate via di grosso e con macchie di maniera, che da presso non si possono vedere e di lontano appariscono perfette. E questo modo sì fatto è giudizioso, bello e stupendo, perché fa parere vive le pitture e fatte con grande arte, nascondendo le fatiche. G. vasari, Le vite, 1568.

Ma fra tutti risplende come sole fra piccole stelle Tiziano, non solo fra gli italiani, ma fra tutti i pittori del mondo, tanto nelle figure quanto nei paesi, aguagliandosi ad Apelle, il quale fu il primo inventore dei tuoni, delle pioggie, dei venti, del sole, dei folgori e delle tempeste. E spezialmente esso Tiziano ha colorito con vaghissima maniera i monti, i piani, gli arbori, i boschi, le ombre, le luci e le inondazioni del mare e dei fiumi, i terremoti, i sassi, gli animali e tutto il resto che appartiene ai paesi. E nelle carni ha avuto tanta venustà e grazia, con quelle sue mischie e tinte, che paiono vere e vive, e principalmente le grassezze e le tenerezze che naturalmente in lui si vedono. La medesima felicità ha dimostro nel dar i colori ai panni di seta, di velluto e di broccato, alle corazze diverse, agli scudi e ai giacchi e ad altre simili cose …  G. P. lomazzo, Idea del Tempio detta pittura, 1190.

… Viene parimente tenuto che in questo luogo [chiesa dei santi Giovanni e Paolo a Venezia, pala di San Pietro Martire] Tiziano dasse il maggior saggio della sua virtù. Considerisi la collocazione di qualunque cosa ivi rappresentata o la qualità del colorito impareggiabile, ammirandosi in quella veramente divina pittura una mistione dei colori che dimostra la stessa verità, onde ogni parte rappresenta in modo la simi-glianza della natura, che alletta l’occhio con industrioso inganno; o pur considerisi la figura del santo martire, nel cui volto si ammirano i pallori della morte, o la fierezza del barbaro omicida, non men dotto per l’intelligenza delle parti e de’ muscoli a’ luoghi loro rassegnati, o agli effetti della paura del fuggitivo compagno, a segno che, nell’entrar che si fa in quell’augusto tempio, par in effetto di vedere un fatto naturale e il proprio sito d’una boscaglia, ove di lontano nelle cime de’ monti allor che, sparita l’aurora bianca e vermiglia, incomincia a sorgere a poco a poco il sole, strisciando di dorati tratti l’azzurrino cielo, avendo tolta per apunto quella veduta da’ monti del Cenedese, che vedeva dalla propria abitazione.                       C Ridolfi, Le meraviglie dell’arte, 1648.

Tiziano veramente è stato il più eccellente di quanti hanno dipinto: poiché i suoi pennelli sempre partorivano espressioni di vita. Mi diceva Giacomo Palma il giovane … che questo abbassava i suoi quadri con una tal massa di colori, che servivano (come dire) per far letto, a base alle espressioni, che sopra poi li doveva fabbricare; e ne ho veduti anch’io de’ colpi rissoluti con pennellate massiccie di colori, alle volte d’un striscio di terra rossa schietta, e gli serviva (come a dire) per mezza tinta: altre volte con una pennellata di biacca, con lo stesso pennello, tinto di rossi, di nero e di giallo, formava il rilievo d’un chiaro, e con queste massime di dottrina faceva comparire in quattro pennellate la promessa d’una rara figura.

Dopo aver formati questi preziosi fondamenti, rivoglieva i quadri alla muraglia, e gli lasciava alle volte qualche mese senza vederli: e quando poi di nuovo vi voleva applicare i pennelli, con rigorosa osservanza li esaminava, come se fossero stati suoi capitali nemici, per vedere se in loro poteva trovar effetto, e scoprendo alcuna cosa che non concordasse al delicato suo. intendimento, come chirurgo benefico medicava l’infermo, se faceva di bisogno spolpargli qualche gonfiezza o soprabondanza di carne, radrizzandogli un braccio, se nella forma l’ossatura non fosse così aggiustata, se un piede nella positura avesse presa attitudine disconcia, mettendolo a lungo, senza compatir al suo dolore, e cose simili. Così operando, e riformando quelle figure, le riduceva nella più perfetta simmetria che potesse rappresentare il bello della natura, e dell’arte; e dopo fatto questo, ponendo le mani ad altro, fino che quello fosse asciutto, faceva lo stesso; e di quando in quando poi copriva di carne viva quegli estratti di quinta essenza, riducendoli con molte repliche, che solo il respirare loro mancava, ne mai fece una figura alla prima, e soleva dire che chi canta all’improvviso non può formare verso erudito ne ben aggiustato. Ma il condimento degli ultimi ritocchi era andar di quando in quando unendo con sfregazzi delle dita negli estremi de’ chiari, avicinandosi alle meze tinte, ed unendo una tinta con l’altra; altre volte con un striscio delle dita pure poneva un colpo d’oscuro in qualche angolo, per rinforzarlo, oltre qualche striscio di rossetto, quasi gocciola di sangue, che invigoriva alcun sentimento superficiale, e così andava a riducendo a perfezzione le sue animate figure. Ed il Palma mi attestava per verità che nei finimenti dipingeva più con le dita che con pennelli. M. boschini, Le ricche minere della pittura veneziana, 1674.

Alla Scuola della Carità [a Venezia], la Vergine Maria che sale i gradini del tempio, dipinto del primo periodo, e con esso il San Pietro martire [distrutto], passano per i due più belli di Tiziano. A me [la prima delle due opere] ha dato più piacere dello stesso San Pietro martire; e il San Lorenzo dei Gesuiti me ne ha dato più che l’una e l’altro. Tuttavia questo, che appartiene alla seconda maniera di Tiziano, grazie ai colori la spunta di parecchio sul .S’ara Lorenzo, il quale non è che della sua terza maniera, quando ormai il colorito si era fatto troppo vago e negligente.   Ch de Brosses, Lettres …. 1739-1740 [1929].

Pochi e comuni colori erano su la tavolozza di Tiziano :

onde la maggior vaghezza de’ dipinti suoi nasceva da’ con­trapposti … Un bianco candido panno vicino a una figura ignuda ne accendea tanto la tinta, che dei più vivi cinabri parea impastata, quando niente più aveavi adoperato Tiziano che la semplice terra rossa, con un poco di lacca verso i contorni e nelle estremità. Simile effetto faceano alcuni oggetti assai scuri, di tinte forti, e neri talora; e oltre all’imbellire il vicino colore, dava l’uno e l’altro campo molta forza a quelle figure, che, come prima abbiam detto, erano lavorate con sole insensibili mezze tinte, senza ombre gagliarde. Quindi fu che la vaghezza delle opere di Tiziano mai non oltrepassò la verità; e tanto più era ed è universalmente gradita quanto più congiunta al gran principio della natura …

Credesi che Tiziano col tempo mutasse maniera; ma, sia con pace di chi lo scrisse, non può questo propriamente dirsi. Il ‘mutar maniera’ è termine dell’arte con cui significar si vuole cangiamento d’azione nell’immaginare : cosicché alla molta forza e calore sottentri la vaghezza e l’allegria, e per il contrario, o per altra simile variazione. Tiziano, uscendo dalla scuola di Gian Bellino, qualche principio ritenne di quel modo di pensare. Vide dopo Giorgione, e si sciolse allora in lui l’impedito ingegno dai troppo rigidi precetti. Nel momento istesso die principio a quello stile che conservò sempre fino alla senile età, in cui, mancando la pazienza e la vista, non possono condursi le opere con molto amore. Quindi ei si ridusse a dipingere a colpi di pennello, unendo a fatica le tinte; ma non si cangiò perciò mai il carattere de’ suoi pensieri e il metodo dell’arte sua: ne si può dire se non che lo stile di Tiziano fu, secondo i varii tempi, più e meno amoroso e ridotto.  Zanetti, Della pittura veneziana e delle opere pubbliche de’ veneziani maestri, 1771.

Era Tiziano sommamente facile nel maneggiare il pennello, non mai negligente, anzi i suoi tocchi sono molto disegnati. L’effetto e la forza del chiaroscuro ne’ suoi quadri non consiste nell’oscurità delle ombre o nella chiarezza de’ lumi, ma nella disposizione de’ colori locali …

Ebbe Tiziano molto poco d’ideale nel disegno. Nel chiaroscuro n’ebbe abbastanza per intender la natura, non però tanto come Correggio, poiché il di lui chiaroscuro non è che all’ingrosso e generale. Nel colorito fu molto più ideale per aver ben conosciuto il carattere e il grado di ciascun colore, come anche il luogo proprio d’applicarlo. La scienza di porre un panno rosso in preferenza d’un azzurro ecc. non è sì facile come si crede; e questo è quello che seppe far Tiziano a maraviglia. Egli intese anche benissimo l’armonia de’ colori, che è una parte ideale, e che non si vede nella natura se prima non è compresa dalla immaginazione. Lo stesso dico del chiaroscuro, poiché la degradazione de’ lumi non ha in pittura la stessa forza che nella verità: il medesimo accade per l’armonia e per i colori, dove la pura imitazione non serve a niente. Perloché Tiziano essendosi reso tanto eccellente in queste parti, si conchiude che ebbe in esse molto ideale. In quanto alla invenzione fu molto semplice, e ordinariamente non vi pensò al di là del necessario, e per conseguenza non vi pose niente d’ideale      A. R. Mengs, Opere, 1783.

La mia antica dote caratteristica di contemplare le cose con l’occhio del pittore che più m’impressiona, mi ha condotto a una riflessione. È chiaro che l’occhio si forma sugli oggetti che abbiamo più familiari da giovani, ed è da dire che : pittori veneziani vedevano le cose sotto un aspetto più limpido, più sereno che chiunque altro al mondo. Noi, che per

[   lo più abbiamo dovuto vivere in zone fangose o polverose, senza colori, cupe di aspetto, e per di più molto spesso rin­chiusi in appartamenti angusti, noi non riusciamo a formarci un’idea di quelle tinte calde, brillanti.

Quando mi trovo a vagare sulla laguna alla luce di un

|    sole splendido, e contemplo i miei gondolieri curvarsi sul remo e poi emergere, con i colori vivaci dei vestiti, dal verde del mare nell’azzurro dell’aria, posso veramente sostenere di aver sott’occhio un dipinto di scuola veneziana: la luce del sole fa brillare i colori; le onde sono così lievi che — si direbbe — potrebbero a loro volta fungere da luce; e lo stesso s può asserire delle tinte del mare, dove tutto è chiaro, limpido, traslucido, sia l’onda spumeggiante sia gli sprazzi luminosi, fra i quali occupo un punto insignificante.

Tiziano e Paolo Veronese possedevano al massimo grado tale chiarezza, tale limpidità di colori; e quando questa fa difetto nelle loro opere, si può affermare senza tema di smentite che esse soffrirono oppure vennero restaurate.   W. goethe, Italienische Reise, 1786-87.

… egli non fu di que’ veneri che scompagnarono la prestezza dalla riflessione e dalla diligenza, ancorché della sua prestezza ancora si deggia scrivere e parlar con riserva. Ebbe certamente franchezza di pennello, e senza scapito del disegno la usò nelle pitture a fresco che restano in Padova, e che in qualche modo compensano la perdita fattane dalla Capitale: qui nulla vi è in questo genere di conservato, fuorché un S. Critoforo in Palazzo Ducale, figura stupenda pel carattere e per l’espressione. Non è da cercarsi la stessa franchezza ne’ quadri a olio. Egli non ne facea pompa, e molta fatica durava per giungere alla perfetta intelligenza: anzi, sbozzate prima le opere con certa libertà e coraggio, lascia-vale così da banda per qualche tempo, e tornava poi con occhio fresco ed attento a purgarle d’ogni difetto. La nobil casa Barbarigo fra un tesoro di sue pitture condotte a finimento ha pure alcuni di questi abbozzi. Nel perfezionare i lavori si sa che durava fatica grande, e che avea insieme premura grande di nascondere tal fatica; e nelle sue cose trovansi certi colpi sì spiritosi e sicuri, che incantano i professori, che risolvon le parti lungamente ricercate e che imprimono in ogni oggetto il vero carattere di natura. Così praticò nell’età migliore: ma verso il fine della sua vita, che gli fu tolta dalla peste quando un solo anno gli restava a contare un secolo, la vista, e la mano indebolite lo condussero a una maniera non fine, dipingendo a colpi di pennello e unendo a fatica le tinte.    L. lanzi, Storia pittorica della Italia, II, 1795-96.

II tratto divino in Tiziano è tale, che egli attribuisce agli uomini e alle cose quell’armonia dell’esistenza che, secondo la loro natura, in loro dovrebbe essere contenuta o che già in loro vive, ma ancora oscuramente e senza ben apparire. Tutto quello che nella realtà è disgregato, disperso, contingente, egli lo rappresenta compiuto, libero, felice …

Con grande evidenza ciò si manifesta nei ritratti … di fronte ai qua]i ci si dimentica quasi sempre di domandarsi come mai il maestro abbia potuto dar vita, soltanto in base a tratti fuggenti e nascosti, a simili esistenze grandiose.    J. burckhardt, Der Cicerone, 1855.

Tiziano è uno di coloro che si avvicinano maggiormente allo spirito degli antichi … in tutti gli altri si direbbe che ci sia un grano di pazzia: lui solo è equilibrato e padrone di sé, della sua esecuzione, della facilità che non lo domina mai e di cui non fa sfoggio. …

Egli commuove, credo, non per la profondità delle espressioni, ne per una grande comprensione del soggetto, ma per la semplicità e la mancanza di affettazione. In lui le qualità pittoriche sono portate al punto massimo: quel che dipinge, è dipinto: gli occhi guardano e sono animati dal fuoco della vita. Vita e ragione sono presenti ovunque.  E. delacuoix, Journal, 1854 e 1857.

… Ha avuto il dono unico di fare Veneri che sono donne reali, e colossi che sono uomini altrettanto veri : voglio dire, il talento d’imitare le cose così da vicino perché l’illusione abbia a prenderci, e di trasformarle così a fondo da svegliare il sogno dentro di noi. Nella stessa beltà nuda ha espresso la cortigiana, l’amante d’un patrizio, la figlia del pescatore indifferente o voluttuosa, e al tempo stesso una potente figura ideale … Grazie a tale comprensione della realtà, il campo dell’arte si trova decuplicato: il pittore non è più costretto, come i maestri classici, a semplici, impercettibili variazioni delle quindici o venti gamme di tipi canonici; l’infinita varietà della natura, con i suoi alti e bassi, gli è aperta, i contrasti più forti gli stanno a portata di mano, ciascun’opera è altrettanto ricca che nuova, e lo spettatore trova in lui, come in Rubens, un’immagine completa del mondo, una fisiologia, una storia, una psicologia in iscorcio. Ai piedi del piccolo, sublime Olimpo su cui siede qualche figura greca … il pittore ha preso possesso della grande terra popolata dove si rinnova incessante lo sboccio delle cose. L’accidentale, l’irregolare, tutto gli serve: sono una parte delle forze che fanno colare la linfa umana; le bizzarrie, le deformazioni, gli eccessi presentano un loro interesse così come la fioritura e gli splendori; suo unico bisogno è di sentire ed esprimere la spinta irresistibile della vegetazione interna che solleva la materia bruta e la drizza con forme vive sotto il calore del sole.   H. taine, Voyage en Italie, 1866.

… Vano sarebbe il voler ritrovare la poesia e la freschezza dei Baccanali in queste ultime creazioni del pennello di Tiziano. Lo splendore e la fiamma degli anni giovanili avevano abbandonato insieme con l’uomo l’artista. Le sottigliezze infinite di pensiero e di mano che costituiscono tutta la leggiadria del Baccanale e deM’Arianna sono interamente sparite nella Calisto; ma qui trovansi pure eloquenti contrassegni di un’arte più formata e piena di esperienza, che i Baccanali non hanno. E nondimeno assai più piacevole e di gusto migliore è la eleganza dello stile primiero di quello dell’ultimo periodo. Brillanti, splendidi sempre, sono senza dubbio tutti i lavori del nostro grande Maestro; ma nella ricchezza e nella splendidezza della prima età è però un qualche cosa di sì misteriosamente ed incomparabilmente leggiadro, che questo eccede di gran lunga l’arte dell’ultimo periodo dell’artista …

Lo stile ultimo del Pittore cadorino, quantunque nelle forme e nelle proporzioni come nel colorito conservi tuttavia una grande bellezza, manca però di quel profumo di giovinezza, di vita e, quasi diremmo, di salute, che è sì maravi-glioso nello stile primitivo. Mai più che a questa sua avanzata età, non era Tiziano pervenuto ad una sì perfetta conoscenza de’ segreti della natura: mai meno che ora non eragli mestieri di ricorrere al modello: ciò che dalla sua mente si concepiva, usciva dalla sua mano, quasi come dal cervello di Giove usciva Minerva. La potenza del Vecellio era il prodotto di lunghi anni di esperienza, che rendevano ogni tratto del suo pennello sicuro ed espressivo. Ma gli anni lo avevano, nel medesimo tempo, fatto compiutamente realista, e la pratica avevagli dato questa facilità di riprodurre con grande maestria il vero a grandi tratti, ma non è sempre fedele nel rendere i particolari, come si trova nello stile, più studiato e forse più timido, del primo periodo della sua splendida carriera. Sarebbe per altro un errore il credere che l’apparente facilità di queste pitture del suo ultimo tempo fosse il prodotto di una mera rapidità di concezione e di esecuzione: che anzi pensiamo, che il nostro Pittore dedicasse ad esse e tempo e studio più di quello che non si crede, ma che, specialmente in questi dipinti, si ha una delle sue maggiori destrezze, quella di saper celare questo sforzo che egli continuamente faceva, sotto le sembianze della più grande naturalezza e spontaneità di esecuzione. G. B. cavalcaselle – J. A. cbowe, Tiziano, la sua vita e i suoi tempi, II, 1878.

A nostro avviso, Tiziano è il solo artista completamente ‘sano’ che sia esistito dopo l’antichità. Egli possiede la serenità possente e forte di Fidia; in lui, nulla di morboso, nulla di tormentato, nulla d’inquieto: la malattia moderna non l’ha sfiorato. È bello, robusto e sereno come un artista pagano dei tempi migliori.     G Gautier 1882.

Nonostante la natura più massiccia e non così raffinata, Tiziano, per una generazione dalla morte di Giorgione, non fece che calcarne le tracce. Fra i due maestri, una differenza di qualità è percepibile sin da principio, benché lo spirito che li anima sia identico. Le opere che Tiziano dipinse dieci anni dopo la morte del compagno hanno moltissime qualità giorgionesche; ma insieme, anche qualcosa di nuovo: quasi fossero eseguite da un Giorgione più maturo, più padrone di sé, e dotato di un più vasto e sicuro dominio del mondo. Intanto non rivelano il menomo affievolirsi di spontaneità nella gioia di vivere; se mai, un senso cresciuto del valore e della dignità della vita stessa. … È singolare come il modo di dipingere del vecchio Tiziano assomigli a quello di alcuni fra i migliori francesi della fine dell’Ottocento. Questo lo rende più interessante, specie quando, a un simile trattamento pittorico, va unita la potenza di creare tipi di bellezza come la Sapienza al Palazzo Ducale di Venezia, o il Pastore e la ninfa. di Vienna. Il divario fra il vecchio Tiziano, autore di queste tele, e il giovane Tiziano òeìVAssunta e del Bacco e Arianna, è lo stesso che fra lo Shakespeare del Sogno di una notte d’estate e lo Shakespeare della Tempesta. Tiziano e Shakespeare cominciano e finiscono allo stesso modo, e non casualmente. Entrambi figli del Rinascimento, si svolsero in modi analoghi; e costituirono ciascuno la più alta e completa manifestazione del proprio tempo.   B. berenson, The Venetian Painters of the Renaissance, 1894

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