Paolo Veronese: citazioni e itinerario critico

Paolo Veronese (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588)

(citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Pagine correlate all’artista: Biografia e vita artistica – Le opere – Il periodo artistico – La critica nei secoli.

 Cosa gli studiosi di Storia dell’arte hanno detto di Paolo Veronese:

… Teso con tutte le forze ad intonare più vivida e luminosa l’armonia dei suoi colori, egli abolisce il nero dei suoi quadri ed usa nelle pieghe dei panni, nelle zone illuminate un’ombra colorata, complementare del colore vicino. Anche il suo bianco non è mai puro, ma sempre assai tinto per complementarismo o per riflesso, e si fa o argentato o grigio violetto o lievemente giallo. Ma i rapporti degli altri colori con questi pseudo-neri e pseudo-bianchi sono così giustamente intonati che nella visione soggettiva l’ombra complementare vale come nero e il bianco colorato come vero bianco. In tal modo il colore nei dipinti di Paolo Veronese mai non vien meno, ne alla luce ne all’ombra, ma solo passa attraverso una scala di gradazioni più o meno intense. (A. M. Brizio)

Con la sua sapienza cromatica il pittore perviene a creare nei suoi quadri una perpetua vibrazione di colori, una irreale luminosità che può solo spiegarsi coi rapporti di complementarismo, con l’abolizione del nero nell’ombra, coll’accensione delle zone più chiare, quindi meno sature di colore, per mezzo dei riflessi delle tinte vicine più intense.   A. M. brizio, Note per una definizione critica dello stile di Paolo Veronese, in “L’Arte”, 1926

A chi non è venuto in mente, indagando la vivezza inaudita del suo pennello, la chiarità del colore degl’impressionisti, del resto gl’innamorati più naturali e più fedeli di Paolo? E non si è sentito spinto a parlare di certe invenzioni più tecniche che di vera arte, quali il complementarismo e il divisionismo? Accostamenti tutti in cui c’è un fondo di verità, perché anche molti dei pittori francesi del Settanta furono pittori a canto scoperto, come Paolo, e insegnino il Renoir e il Monet, amici delle tinte azzurrine, rosee, vive, di getto, e perché la pennellata del Veronese anticipa spesso le teorie dei divisionisti e le preoccupazioni del complementarismo. Ma nulla vi è nel pittore nostro di virtuoso, di meccanico, di complicato. Le sue stupefacenti invenzioni cromatiche nascevano dal solo istinto, senza progetti e senza calcoli.  G. Fiocco, Paolo Veronese, 1928

L’espressione consueta dell’arte di Paolo è la serenità perfetta, il pieno abbandono all’incanto del colore puro, fresco, primaverile, non offuscato da atmosfere cariche di vapori, ma vibrante alla luce d’un cielo sereno, lavato da piogge, che anche alle ombre infonde trasparenza e tenuità di cristallo. Perciò dalle composizioni di Paolo si sprigiona un senso di letizia, di giovinezza, di calma appagante … Le sue pitture, basate su accordi molteplici di tinte chiare, traggono dai veli d’ombra, trasparenti e luminosi essi stessi nel riverbero dei prossimi colori, un effetto di sfolgorante ricchezza. Il tocco libero e veloce, coi grumi chiari opposti ad altri scuri, incrosta di gemme il tessuto lieve e diafano che modella le immagini e trama l’avorio degli edifici tra i riflessi del cielo glauco e delle nubi rosate.      A. venturi, Storia dell’arte italiana. 1929

L’arte veronesiana è l’ultima grande voce del Rinascimento : la sua vena è costantemente d’intonazione classica, anche se negli ultimi anni si va colorendo di un sentimento patetico. Il classicismo veronesiano non è mai paludata accademia, ma ha la sua consistenza in quella mirabile potenza di idealizzare e trasfigurare ogni elemento di linguaggio nei termini di una armoniosa fantasia panica e serena, subordinata e strettamente saldata al fulgido ritmo del suo colorismo. Solo negli ultimi anni la solare serenità di Paolo si tramuta in un sentimento velato di malinconico e notturno languore … Gran parte della pittura del Seicento, com’è noto, guardò a Paolo Veronese … Ma fu Giambattista Tiepolo a dare l’interpretazione più originale e soprattutto fantastica di quell’arte … Con coscienza rinnovata il romanticismo — primo fra tutti Delacroix — e l’arte moderna, da Manet a Cézanne, ritrovarono certe leggi che governano il mondo lirico di Paolo Veronese : riscoprirono cioè quel candore poetico, quella spontaneità dell’espressione pittorica, in una parola quell’atteggiamento che fa consistere nella poetica del colore il veicolo più immediato del sentimento secondo l’immortale lezione di Paolo.    R. pallucchini, Veronese, 1940

Al colore locale, mezzo arcaicizzante e provinciale, il Veronese resta fedele, ma gli conferisce un significato del tutto nuovo, arricchendolo dell’esperienza veneziana del colore costruttivo. In questa esaltazione del colore locale, che per ogni ‘unità’ coloristica si fraziona nelle singole modulazioni cromatico-plastiche, e dalla quale deriva una perspicua nitidezza del disegno, è anche un accostarsi ai modi manieristici, o diremo meglio la risoluzione veneziana ch’egli da di questi modi … Nell’ultimo Paolo le forme tendono a svincolarsi da ogni impegno semantico, da ogni costrizione di verosimiglianza; il discorso, sempre così limpido e compiuto, va facendosi sempre più conciso ed ellittico; la pennellata ch’era precisa si fa allusiva; il disegno mordente diviene evasivo … Per dirla in breve, dal tono nar rativo Paolo passa al tono lirico. Toccata con le Cene la massima espansione in latitudine, l’arte di Paolo si approfondisce in sempre più alta e pura interiorità. Ed ecco la sua prodigiosa sapienza e fantasia coloristica divenire puro lirismo cromatico.       L. coletti, Lezioni su Paolo Veronese all’Università di Pisa, 1941

‘Manierismo!’. Lo stesso comodo schema mentale che serviva ai monatti tedeschi della storia dell’arte per buttare sulla carretta il corpo ‘serpentinato’ del Tintoretto, si è provato a bussare anche alla porta del Veronese. Ma il Veronese era fuori … Il fatto è che il manierismo appariva al Veronese come un costume naturale dell’epoca, come un mondo moderno che occorreva rappresentare, ma sciogliendolo in una favolosa ‘universale armonia’ di nuovo calma e soluta come in Tiziano, nel-l’Ariosto e, ora, nell’amico Palladio … Direi anzi che sia proprio il sapore fidiaco, l’antica grecita di Tiziano a risorgere nel Veronese e ad appianare felicemente tutte le sforzature del nuovo tempo. Come altrimenti si rinnoverebbe lo stupore nel rilevare che i gesti più astrusi e stravolti si ritrovano placati dalle coincidenze del tono e come assunti alla calma olimpica di frontoni greci visti da un punto inedito dello spazio? … Agli occhi del Veronese, appiattato come un regista tanto calmo quanto temerario sotto gli zoccoli dei destrieri bianchi e macchiati di Mardocheo, il mondo sciamava così, come in un arazzo sontuoso e lieve che per un alito di vento, sollevandosi dalla parete, cangi affatto colore. Ed era difficile con tali occhi veder passare, svariando, altro che trionfi ed apoteosi. Così, per dirla col Ridolfi, Paolo “secondò la gioia, rese pomposa la bellezza, fece più festevole il riso”.   R. longhi, Viatico per cinque secoli di pittura veneziana, 1946

Nei soffitti, nelle pale d’altare, nelle tele piccole e grandi, egli ama i bilanciamenti di masse contrapposte, le inclinazioni su assi divergenti, le pose angolari, costruttive, le forti muscolature, i larghi drappeggi, gli scorci illusionistici, l’ampiezza scenografica degli sfondi; ma di questi elementi manieristici si serve esclusivamente per ottenere variazioni cromatiche e luminose. Egli non accentra mai la luce in un sol punto, da questo riflettendola sulla superficie delle cose. Nella sua pittura, molte sono le sorgenti luminose, tutto è chiarità, l’ombra stessa, diafana e leggera, si tinge di riflessi. La sua tonalità preferita, lontana dal fulgore dorato di Tiziano come dalla tenebrosa fosforescenza del Tintoretto, è una tonalità cristallina, tendente alle gamme fredde …

Se l’espressione abituale del Veronese è una serenità lieta, quasi sospesa in una calma paga di sé, errerebbe chi l’interpretasse come indifferenza o superficialità, chi nello sfoggio di sete, di ori, di gemme, vedesse un gusto frivolo e particolaristico invece che un mezzo, offerto dai costumi del tempo, al poeta del colore. Alcune sue composizioni, pur nell’assenza di contra­sti drammatici, sono infatti pervase di umana commozione e liricamente vibranti …

Sono, in prevalenza, opere successive al 1570, e corrispondono a un mutamento nel gusto cromatico del Veronese, ossia all’abbandono dello smagliante accostamento di colori puri, in favore di effetti atmosferici e d’intonazioni più fuse … A questa rinunzia alla tersa e sfavillante tonalità meridiana, si accompagna una nuova predilezione per il paesaggio, che non solo incornicia, ma. ora assorbe, talvolta, la figura umana …  L. vertova, Veronese, 1952

Nel dipingere favole allegoriche per una corte come quella di Rodolfo II, estremamente d la page in fatto di novità del manierismo internazionale, si può supporre che egli fosse indotto a compiere un ulteriore passo verso quello che sentiva necessariamente come un costume naturale dei tempi moderni, ma è certo altresì che il suo cammino, che era sotto il segno di una rara coerenza stilistica, seppe fiancheggiare lo sviluppo del più acceso manierismo senza crisi o interne divergenze. Ogni estraneo suggerimento culturale veniva accolto e subito assimilato e trasforo dalla forza straordinaria della sua personalità, ciò che occorreva rappresentare per adeguarsi alle richieste del proprio tempo veniva senza sforzo calato nel mondo favoloso della sua visione, sciolto nell’universale armonia di una serenità senza domani …       P. briganti, La Venere di Casa Colonna, in “Arte veneta”, 1958

Quando contemplo i dipinti del Veronese, provo un appagamento così pieno e perfetto che me ne sento preso in tutto il mio essere, nei sensi, nel sentimento, nell’intelletto. Se è vero che Paolo dipinge con minore sottigliezza del Velázquez o del ‘Vermeer, egli però crea, mediante le sue figurazioni, tanto più degli altri due, una Casa di Vita, e quindi, tutto sommato, io lo amo almeno quanto amo qualsiasi altro pittore che abbia mai dipinto …

Paolo Veronese fu uno degli artisti che aiutarono i grandi della terra ad acquistare la consapevolezza di se stessi e a vivere in modo degno del loro rango. Essi sostano, si muovono, vestono ‘da signori’, con la semplice sicurezza di chi è padrone del proprio destino. Non fanno i bellimbusti o gli smargiassi come — a giudicare dalle effigi del tempo — facevano i cortigiani della grande regina Elisabetta I d’Inghilterra. Non è da stupire che ad uno di costoro, il giovane Philip Sidney, consigliassero di andare piuttosto a farsi ritrarre dal Veronese.    B. berenson, in Palladio, Veronese e Vittoria a Maser, 1960

Predominio della figura umana, ritmo particolare nella costruzione dei corpi, contrapposizione di forze nell’orditura compositiva, gusto complesso delle decorazioni e uso particolare del paesaggio sono tutti elementi di cultura manieristica che entrano, fin dalle prime opere, nel gusto di Paolo, per fondersi subito in un’organica visione. Mentre nel Tintoretto l’impalcatura manieristica rimane una costante decisiva della sua arte, nel Veronese quella cultura si trasforma, sciogliendosi al fuoco del suo sentimento cromatico. Tale lavoro di elaborazione avviene senza sforzo, con la naturalezza che solo il genio possiede. Il punto di arrivo dell’arte di Paolo risulta in piena opposizione col manierismo dal quale era partito e dentro cui si dibatte furiosamente il Tintoretto. Nascono forme regolate da una cadenza che ha solo riscontro nell’arte greca; si concretano queste in un colore purissimo, che l’arte italiana non conosceva più dopo l’apparizione di Piero della Francesca; il sentimento sereno e gioioso di Paolo si esprime con una coerenza di stile che è tra le più mirabili che conti la storia dell’arte.     R. pallucchini, in Palladio, Veronese e Vittoria a Maser, 1960

L’esperienza di Maser, in particolare, dovette essere decisiva. Paolo è chiamato infatti ad operare entro lo spazio architettonico di un maestro, che più di ogni altro gli doveva sembrar congeniale, per la luminosa classicità e la raffinatissima intelligenza manieristica : Palladio. Il colorismo veronesiano ha così modo di rivelarsi in tutta la sua classicità distaccata ed apollinea : figure trasumane e paesaggi incantati, argentei scenari d’architetture dipinte per poter meglio contemplare un universo vibrante di armonica bellezza. Sulle pareti luminose, le ampie stesure di piani cromatici trovano destinazione come non mai favorevole, e sembrano imbeversi di luce solare; il loro spirito decorativo può così riproporre i motivi del classicismo romano, quasi liberati dal sottile tormento grafico di ascendenza manieristica, fino a restituirli olimpici, immobili nello spazio cristallino, specchio di una suprema euritmia.

Questo mondo di Paolo è dunque un mondo inumano, reso insensibile dalla sua stessa perfezione? Talvolta si potrebbe pensarlo, e non solo a Maser, di fronte ai personaggi della mitologia, ma persino nelle Cene, che sugli stessi anni egli veniva compiendo. Fitte di innumeri personaggi, punteggiate da frequentissimi ritratti, colte apparentemente dal vero ad interpretare una festosità che non poteva non essere familiare alla società del tempo, le Cene appaiono egualmente fuori della storia, tanto che non vi prevale mai la cronaca del simbolo figurativo, o l’episodio naturalistico sulla invenzione artificiosa, sottomessa soltanto alla veronesiana legge dell’Armonia …

Nella piena maturità, quell’incontro [con l’arte di Tiziano], sempre evitato in giovinezza, si veniva ormai preparando: e gli ultimi dieci anni di Paolo Veronese dovranno mostrare che molti altri elementi della più profonda cultura figurativa veneziana egli sarebbe venuto assumendo, dal Vecellio allo stesso Bassano. Ancora una volta, la incomparabile potenza di una tradizione avrebbe riassorbito, esaltandone le capacità più alte, la potenza creatrice del ‘foresto’ di genio, approdato in terra di San Marco.    T. Pignatti, Le Pitture di Paolo Veronese nella chiesa di San Sebastiano in Venezia, 1966

La critica dei secoli precedenti




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