Il Veronese: citazioni e critica

Paolo Caliari detto il Veronese (Verona, 1528 – Venezia, 19 aprile 1588)

La critica degli studiosi di Storia dell’arte attraverso i secoli (citazioni tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

Pagine correlate all’artista: Biografia e vita artistica – Le opere – Il periodo artistico – La critica del Novecento.

Hanno detto di Paolo Veronese:

 … oggi è in Vinezia in benissimo credito, conciosiaché, non avendo ancora più di trent’anni, ha fatto molte opere lodevoli … (G. vasari, Le vite, 1568).

… [Nel Martirio di san Giorgio] alle figure fatte in quelle nubi ha meravigliosamente dato il suo decoro, così in aver fatto esse figure de colori dolci, e divinamente illuminate dal sopracceleste splendore, come anco nell’aver intesa la prospettiva della distanzia, così nelle figure lontane come in quelle che sono nel piano che rappresenta, com’è, il naturale, le quali sono molto ben intese e con perfette ragioni condotte. (C. sorte, Osservazioni nella pittura, 1580).

se il Tintoretto fece conoscere in tante sue fatiche lo sforzo maggiore dell’arte, con l’esprimere le figure sue con erudite forme, pronti atteggiamenti e con gran maniera ed energia di colorire, componendo così spiritosi pensieri, che sono insuperabili, il Veronese altresì, per le maestose invenzioni, per la »

teorico, da parte di Schelling e Hegel, avviene soprattutto a opera di artisti che ne penetrano, per una sorta di vicinanza spirituale, la novità espressiva del cromatismo, come Delacroix e Baudelaire (“per composizione, il Veronese intende delle masse cromatiche, indipendentemente dal soggetto”). La penetrazione si precisa con Ruskin, che intende, del Caliari, i sottili rapporti cromatici ed espressivi tra figure e ambiente; Cavalcaselle, per i preziosi contributi filologici; Berenson e altri, non senza cadere, talora, nell’errata supposizione che un’arte così ampiamente pervasa di mitica serenità sia priva di problematiche autenticamente profonde.

La maggiore conoscenza della formazione del maestro, da parte degli studiosi odierni — in ispecie Fiocco, Arsian, Pallucchini, formazione indubbiamente riconducibile al manierismo romano-emiliano, in qualche caso ha fomentato polemiche (si veda il brano del Longhi) sul valore effettivo di tale componente nello svolgimento artistico del Veronese. L’opinione più recente che, possiamo dire, ha finito col trovare d’accordo gli esegeti, pur nelle differenti valutazioni della componente manieristica — scorge nel manierismo stesso un mezzo di superamento dell’originario provincialismo del Veronese; il quale, inseritesi così nella nuova corrente artistica operante a Venezia, desunse, da tali premesse, geniali, inedite conclusioni, basate soprattutto sull’impiego della luce e del colore.

Venustà de’ soggetti, per la piacevolezza de’ volti, per la varietà de’ sembianti, per le vaghezze e per gl’infiniti allettamenti, che framise nelle opere sue, alle quali diede una così elegante simmetria, che comunemente grazia si appella, si tiene che egli abbellisse la pittura d’ogni pompa ed ornamento: sì che posti fra sì dubbie e pellegrine contese, non si può, se non dire, che l’uno fosse il Castore, l’altro il Polluce del cielo della pittura, e che a guisa di novelli Atlanti sostenessero così nobil peso, ambi giovando con i dipinti esempi, dilettando con le varie invenzioni e con gli artifici più accurati dell’arte.     C. ridolfi, Le maraviglie dell’arte, 1648

… Paulo xe un vero Apolo inlauranà.

Liberamente dì quel che ti sa,

Quel’ombra ecelsa tè darà el so agiuto.

Oh Paulo Veronese, oh mio contento,

Meto a segno el cervei, spiero ben sì

D’aquistar forza e vigoria da ti,

Per spender la monea del mio talento. …

Posso ben su sta massa tuta insieme

Tiorme qualche licencia pitoresca;

Ma bisogna vardar come se tresca,

Perché (co’ se suoi dir) quel che ama, teme.

El visibile (a dirla) el stimo el manco;

Stimo la calamità dela idea,

Quel spirito divin che me recrea,

E me ferisse el cuor de ponto in bianco.

Un certo no so che, brilante e vivo;

Un’anima, che fa l’azion spirante;

Vorave dir qualcosa de galante,

Ma de forme retoriche son privo.

Mi non ho mai sapù quel che è pitura;

Ne manco adesso so cosa la sia:

So ben, per naturai filosofia,

Che questa fa vergogna ala natura.

Ghe xe de quei, che fa de gran schiamazzi

Su l’idea d’una testa e sora un viso,

Sora un che pianze, o che figura el riso,

Restando per stupor confusi e pazzi.

Chi vuoi veder idee, che i vegna qua,

D’ogni fisonomia, che fa stupir,

Che ve rapisse el cuor col so gestir,

A segno tal, che ognun resta incanta.

Ve so che dir, se sto divin Pitor

Fusse anda a mendicando i naturali,

Co’ fa certi balordi tali e quali,

Che ‘1 sarà ve mai zonto a tal onor!

El so modelo giera la so mente;

El naturai l’imensa so dotrina;

L’invencion, la maniera pelegrina Ghe la infuse el Signor, l’Onipotente.    M. boschini, La carta del navegar pitoresco, 1660.

Deve il gran Paolo Veronese chiamarsi il tesoriere della pittura; poiché da quella gli sono state impartite tutte le gioie del suo erario prezioso, con facoltà di poterle distribuire a suo libero arbitrio : di modo che si vede tutto il mondo gioielato dal suo pennello. Le supreme deità gli hanno permesso di poter inserire nelle sue opere i Ritratti loro; e per questo ogni figura di Paolo ha del Celeste … Le Grazie tutte hanno avuta mbizione di sempre assistergli; ond’egli può chiamarsi il diletto del mondo : poiché in lui vi è quel tutto che ricerca l’arte pittoresca, ed il gusto universale … Chi non ha proprio capitale, non si vaglia dell’altrui, che non sarà mai stimato maestro : ma chi ben intende tutte le parti dell’invenzione, e ben l’esprime, non può esser che non riesca un segnalato pittore. Tale certamente fu il nostro Paolo Calliari Veronese, che fattasi tributaria l’invenzione, anzi discepola, l’instruisce, e l’ammaestra, e la soccorre nelle maggior sue occorrenze. O effetti maravigliosi, derivanti da quel sopra naturai’ intelletto, che penetrando non solo nelle cose di questo mondo, si è inalzato sino alle sfere, ed ha inventate forme così divine che l’humana mente ne gode, mentre si vede partecipare di quegli esemplari di Paradiso.    M. boschini, Le ricche miniere della pittura veneziana, 1674.

Questi fu quel grandissimo pittore che veramente può chiamarsi miracolo dell’Arte e che in altissimo grado ebbe unite insieme tutte le sue ‘perfezioni, tal che l’opere sue, siccome non anno occhio che censurar le possa, così non àn prezzo che le possa agguagliare. Le sue invenzioni sono così nobili, che non è possibile a dirlo, conciossiecosaché veggonsi arricchite di personaggi, d’attitudini, di scorci, di prospettive, d’ogni sorta d’adornamento desiderabile; le sue figure altresì si riconoscono arricchite di tutte quelle qualità più degne che possano mai desiderarsi ed aversi per più accomodate e proprie all’azioni ch’egli volle rappresentare …; fra’ doni singularissimi de’ quali gli fu prodigo il Cielo, uno fu d’una così gran facilità e felicità nell’inventare e nel colorire, che infinite opere gli uscirono delle mani e, quel ch’è più, senza che la grandezza del numero di quelle punto scemasse la perfezione di ciascuna.    F. baldinucci, Notizie di’ professori del disegno …. 1688.

Paolo Veronese fu creatore di una nuova maniera; che ben tosto ebbe in sé rivolti gli occhi di tutti. Scorretto nel disegno, e più ancora nel costume, mostrò nelle sue opere una facilità di dipingere da non dirsi, e un tocco che innamora. Quanto di vago gli veniva mai veduto, quanto di bizzarro sapea concepir nella fantasia, tutto entrar dovea ad ornare le sue composizioni : e niente lasciò egli da banda, che straordinarie render le potesse, magnifiche, nobili, ricche, degne de’ più grandi signori, e de’ principi, pe’ quali singolarmente pareva ch’egli maneggiasse il pennello. Quei suoi quadri ornati sempre di belle e sontuose fabbriche uno non è contento solamente a vedergli; vi vorrebbe, a dir così, esser dentro, camminargli a suo talento, cercarne ogni angolo più riposto. Ogni cosa nelle opere di Paolo è come un incantesimo; e ben di lui si può dire che piacciono sino ai difetti.     F. algarotti, Saggio sopra la pittura, 1762.

Disegnò questo maestro le teste con molta grazia, con grande intelligenza e nobiltà; facendo quasi sempre uso del naturale, donde ne vien la gran varietà e la pellegrina bellezza che in esse si ammira … Non si può dimandare a Paolo grande eleganza nelle figure ignude. L’arte sua è assai distinta nelle vestite in cui sotto a un bei girare di panni, ricco e maestoso, tutta si trova la persona in attitudine leggiadra e ben mossa. Dipinse Paolo con bellissime tinte, fresche, lucide e saporite, e intese molto bene il colore delle ombre e dei riflessi; mantenendo in esse la vaghezza ugualmente che nelle chiare. Nascea facilmente ciò dalla prontezza di operare, per cui restavano esse tinte vergini e nette. Chi replica più volte e ricerca, non può conservare freschezza e a quello certamente altra via tener si conviene … La felicità, il brio del pennello di Paolo è fra le meraviglie. Non v’è colpo ne’ quadri suoi che non sia sicuro, che non operi, che non conchiuda, e che non dinoti il maestro.       A. M. zanetti, Della pittura veneziana, 1771.

Era il suo talento naturalmente nobile, elevato, magnifico, ameno, vasto … A chi scrive del suo stile non potria perdonarsi il silenzio di una rappresentanza che fu a lui familiare opra tutte [le Cene], che replicò molte volte, che col tanto esercitarvisi e tanto variarla giunse a farne desiosi i maggior Sovrani del mondo … Quali strade si è aperte in essa per ornare il luogo di architetture, e come di queste si è valso per accrescere spettatori alla festa! quali affetti ha dipinto in ciascuno de’ principali attori, e come proprj di quel tempo! … Si direbbe che per tante bellezze gli si deon perdonare la scorrezione del disegno in cui cade talvolta, e l’inosservanza dell’antico costume in cui pecca sempre … Questo pittore in sessant’anni di vita dipinse molto, ma non si può accusare come molti altri di avere dipinto troppo; ogni suo quadro è degno

di Paolo …      L. lanzi, Storia pittorica della Italia, 1795 – 96.

Rembrandt cerca sempre rappresentare l’esatta intensità con la quale la luce sulla superfice più illuminata d’un oggetto si contrappone alle parti più oscure di esso. Per ottener ciò, nel massimo numero dei casi, egli sacrifica la luce e il colore di cinque sesti della sua pittura e sacrifica insieme ogni carattere dell’oggetto che esprima tenerezza di forma o di colore. Ma egli, con abilità e maestria stupende, ottiene la sua singola verità e quanto di pittorico e di potente deriva da essa. Veronese al contrario preferisce rappresentare i molteplici rapporti di ciascuna delle cose con ogni altra cosa visibile : i loro rapporti con il ciclo in alto e con la terra sotto di loro. Egli ritiene più importante mostrare come una figura risalti sulla lievità dell’aria o sul marmo d’una parete; come una figura rossa o purpurea o bianca si distingua in chiara visibilità da cose non rosse non purpuree non bianche; come l’infinita luce meridiana splenda intorno a essa; come innumerabili veli di tenui ombre la investano; come la sua nerezza e la sua oscurità, nell’eccesso della loro natura, siano equamente limitate e localizzate allo stesso modo della sua intensità luminosa : tutto ciò, dico, egli giudica più importante che mostrare semplicemente l’esatta misura dello scintillio dell’elsa d’un pugnale o della luce d’un gioiello. Tutto ciò, più ancora, egli sente come armonia, idonea a entrare in un grande sistema di verità cosmica. E con attenta cura, con insuperabile finezza, egli unifica tutto in uno squisito equilibrio, avvertendo in ciascuna particella di colore non solo ciò che in essa è giusto o erroneo, ma qual è il suo rapporto con ciascun’altra particella della sua tela; restringendo, per amore di verità, la sua inesauribile potenza; imbrigliando, per amore di verità, la sua forza impetuosa; velando, di fronte alla verità, l’inutile splendore; penetrando, per verità, l’oscurità deprimente; regolando la sua irrequieta invenzione con una legge di ferro; non permettendo alcun errore, alcuna debolezza, alcuna negligenza; e sottomettendo tutte le proprie capacità e i propri impulsi e imaginazioni al dominio di una inesorabile giustizia e all’obbedienza a una incorruttibile verità.     J. Ruskin, Modern Pinters, 1843-60.

C’è un uomo che riesce a far chiaro senza violenti contrasti, che dipinge il plein-air, che ci fu sempre detto esser cosa impossibile : quest’uomo è Paolo Caliari. A mio giudizio, egli è forse l’unico che abbia saputo cogliere tutto il segreto della natura. Senza dover imitare esattamente la sua maniera, si può passare per molte strade sulle quali egli ha collocato fiaccole indicatrici … Io devo tutto a Paolo Veronese.    E. delacroix, Journal, 1854.

La grandezza di Paolo sta in ciò : che egli, ben conscio dell’essenza autentica della scuola veneziana, non cercò di innestare una pittura mossa, epica, su una radice di diversa natura, come il Tintoretto, ma innalzò la pittura, quale l’aveva trovata, al più alto vertice, valorizzandone in conformità il colorito. Le sue caratteristiche non sono più alte ne più sublimi di quelle dei suoi migliori predecessori, ma hanno il privilegio di una vitalità gioiosa, libera, illimitata, spregiudicata, come in nessun altro pittore al mondo.            J Burkhardt 1855.

Adoprò colori vivacissimi, or simili, or opposti, armonizzandoli con quell’arte che si sente, ma non s’insegna; seppe cogliere i giusti effetti dell’aria e del sole facendo (ondeggiare i corpi col mezzo dei riflessi; comprese la scienza dei toni complementari avanti che il fisico inglese ne divinasse le leggi … Maneggiò il pennello con quella franca rapidità che deriva dalla scienza sicura. Il suo tono non cade mai in fallo; ogni suo colpo dice e conclude, cosicché non ha mai bisogno di ripetere, di tormentare il già fatto; e però la sua pittura è ferma, leggera, trasparente, smagliante … Egli fu il primo che si sentisse il coraggio di presentar le sue figure all’aria aperta, davanti la faccia del sole modellando con la luce. Egli è in sommo grado il pittore per i pittori. E però si capisce come Pietro Paolo Rubens, il maggior colorista delle Fiandre, tenesse nel suo studio in Anversa venti tele del Veronese …    A. aleardi, Sullo ingegno di Paolo Caliari, in “Atti della R. Accademia di Belle Arti di Venezia”, 1872.

II Caliari in molti dipinti da delle mazzate nuove, perché si presenta con una pompa di colore, con uno sfoggio di pennello e con una verità di caratteri, che atterrisce e fa cadere il pennello non dalla mano, ma dalla mente di qualunque più

ardito pittore moderno.      B. Celentano, Due settenni nella pittura, 1883.

Veronese non è il più grande genio della scuola veneziana, ma ne è certamente il temperamento più franco, il carattere più felice, il creatore più fecondo, lo spirito più indipendente. La facilità con cui lavorava non ha rivali; la gamma dei suoi colori non è presa a prestito ne dai predecessori ne dai contemporanei più illustri, ed egli ha saputo disarmare l’invidia per la rettitudine del suo carattere, per la sincerità degli elogi che gl’ispirava la vista dei loro capolavori e per la potenza vittoriosa d’un genio riconosciuto, già al suo primo apparire, dai due più incontestati maestri della scuola, Tiziano e Sansovino. Ogni tela di Paolo è una festa per gli occhi; l’intera sua opera emana l’allegrezza …                    Ch. Yriarte, Paul Veronese 1888.

Paolo fu il prodotto di quattro o cinque generazioni di pittori veronesi; le prime due o tre delle quali avevano usato un linguaggio popolare come quello d’altri pochissimi artisti. Nel primo Rinascimento nessun pittore dell’Italia settentrionale, e non molti in Firenze riuscirono a sottrarsi all’ascendente veronese … Trovandosi alle dipendenze di Venezia, non spettava a Verona di governare; ne la vita intellettuale vi poteva esser fervida come a Venezia; piuttosto vi si svolgeva un’esistenza sana, semplice, senza pensieri, non disturbata dalla bufera morale che s’accostava per il mondo. Se le nuove idee e le nuove emozioni possono essere restie a penetrare in una città, la moda cammina più svelta. Le mode spagnole, nell’abbigliamento, nel cerimoniale, negli usi della vita, arrivarono a Verona assai presto ; e in Paolo Caliari le troviamo riflesse ; ma insieme a quella salute che dicemmo, e a quella semplicità e spensieratezza. Tale combinazione di qualità, apparentemente in contrasto, forma per noi il grande incanto di Veronese; e non deve aver meno incantato molti tra i veneziani d’allora, già abbastanza remoti dalla semplicità per gustare appieno una combinazione così singolarmente felice di cerimoniale splendidezza e di quasi infantile spontaneità di sentimento … A Paolo impedì di toccare gli estremi fastigi un difetto di tradizione intellettuale nella sua scuola. Nondimeno egli è, complessivamente, il più grande maestro di visione pittorica, come Michelangelo è il più grande maestro di visione plastica; e può dubitarsi che, come puro pittore, a tutt’oggi sia stato superato.     B. Berenson, The Italian painters of the Renaissance, 1894.

continua




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