"I santi Vincenzo Giacomo e Eustachio" di Antonio (o Piero) del Pollaiolo

Antonio (o Piero) del Pollaiolo: Pala del cardinale del Portogallo

Antonio del Pollaiolo: I santi Vincenzo Giacomo e Eustachio
I santi Vincenzo Giacomo e Eustachio, cm. 172 x 179, Galleria degli Uffizi di Firenze. Galleria degli Uffizi.

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Sull’opera: la “Pala del cardinale del Portogallo”, o “I santi Vincenzo Giacomo e Eustachio”, è un dipinto di Antonio (o Piero) del Pollaiolo, realizzato su tavola intorno al 1476-77, misura 172 x 179 cm. ed è custodito nella Galleria degli Uffizi a Firenze. 

Della storia della tavola in esame si conosce ben poco. Fu per la prima volta descritta dall’Albertini che l’assegnò a Piero. Il Vasari l’attribuiva invece ad entrambi i fratelli. La composizione è considerata, quasi all’unanimità, come opera realizzata in collaborazione fra i due. Il Cavalcaselle per il “vivace colorito” – con l’approvazione del Berenson – l’assegnava a Piero.

Il dipinto, conosciuto anche come “La pala del cardinale del Portogallo”, in precedenza era ubicato sull’altare della cappella funebre – per l’appunto –  del cardinale di Sant’Eustachio (Giacomo del Portogallo, che acquisì una stretta parentela con la famiglia reale portoghese). Questi morì a Firenze nel 1459 in quello che doveva essere per lui un breve soggiorno per transito.

Per il cardinale ed i suoi importantissimi parenti si cercarono i migliori artisti nell’ambito fiorentino per la realizzazione di una cappella funebre all’altezza del suo status regale, considerata come il capolavoro di quel gusto per la Copia et Varietas assai in voga in Toscana tra gli anni Quaranta e Sessannta di quel secolo.

Alla decorazione della cappella collaborarono i fratelli Bernardo ed Antonio Rossellino, Alessio Baldovinetti e Luca della Robbia. La pala in esame fu affidata a Piero ed Antonio del Pollaiolo (anche se, come sopra anticipato, è controversa l’assegnazione a Piero o ad Antonio, l’ipotesi prevalente vuole il secondo come esecutore delle parti più importanti).

Nell’Ottocento l’opera venne trasferita agli Uffizi di Firenze, lasciando in loco una riproduzione.

Nel 1994, in seguito ad un restauro realizzato da Alessandro Cecchi, si evidenziò una tecnica in soluzione del tutto nuova per la pittura locale di quel periodo: su un supporto di rovere fu eseguita un’imprimitura certamente oleosa, che richiamava una tipica soluzione allora impiegata nella pittura fiamminga.




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