"Sacra Famiglia" di Fra Bartolomeo

Fra’ Bartolomeo

Fra Bartolomeo: Sacra Famiglia
Sacra Famiglia, cm. 151 x 91,3, Country Museum of Art, Los Angeles.

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Sull’opera: “Sacra Famiglia” è un dipinto di Fra’ Bartolomeo realizzato su tela  nel 1498-500, misura 151 x 91,3. cm. ed è custodito nel Country Museum of Art a Los Angeles.

Spostamenti:  Firenze, collezione Panciatichi (Ottocento); Roma, collezione Contini Bonacossi dal 1925 al 1974, circa.

Mostre: Mostra del Cinquecento toscano, Firenze, 1940.

Trattati, cataloghi e pubblicazioni: Serena Padovani in “L’età di Savonarola – Fra’ Bartolomeo e la Scuola di San Marco” pag. 62, Marsilio Editori, 1996 (fonte delle presenti informazioni).

La composizione in esame venne per la prima volta citata nel 1866 dal Cavalcaselle, che non la presentò fra le opere più interessanti nel capitolo di Baccio della Porta ma attraverso la lista dei dipinti assegnati al celebre frate nella collezione Panciatichi di Firenze, dove il critico la vide con i suoi occhi per cui ne fece un riferimento assai pertinente: “Florence, Gallery of the Marchese Panciatichi, N. 12. Virgin and child (life size) composed in the Frate’s fashion and the landscape not unlike his, retouched, and of a milky transparence, and now resembling a Mariano da Pescia”.

L’opera è su tela, ed il fatto che lo studioso l’ebbe indicata su supporto ligneo giustificherebbe, almeno parzialmente, l’impressione prodotta dal tenue cromatismo che lo stesso Cavalcaselle spiegava con le due parole “milky transparence” (“trasparenza del latte”). Certamente il dipinto si presentava con patine di varia natura, inopportuni ritocchi ed in pessimo stato di conservazione, se lo studioso – che pur vi identificò la mano del Baccio – lo dequalificava verso Mariano da Pescia, un allievo di Ridolfo del Ghirlandaio (Firenze, 1483 – 1561), diventato celebre per un dipinto in Palazzo Vecchio, che era almeno vent’anni più giovane del frate.

La presente “Sacra Famiglia” non fu inserita nel catalogo di vendita, datato 1902, della collezione Panciatichi perché probabilmente già ceduta poco prima, o perché gli eredi vollero tenersela. L’autografia tradizionale di Fra’ Bartolomeo stentatamente emersa per via del Cavalcaselle non ebbe altre autorevoli conferme, e nella letteratura critica entrava con il nome dell’Albertinelli. Anche il Berenson, che nonostante l’avesse indicata nel 1903 come una  “old copy in the Panciatichi Collection of a lost originai by Albertinelli” (vecchia copia di un perduto dipinto originale dell’Albertinelli, della collezione Panciatichi), non prese in considerazione il fatto che l’autografia potesse essere quella del frate-collega, segnalandola come la testimonianza più significativa degli influssi crediani sul giovane Mariotto (1938,1961).

Dopo la vendita della raccolta Panciatichi l’opera probabilmente pervenne a Firenze presso Charles Fairfax Murray (fonte: Longhi, 1926), a cui seguì l’ingresso nella collezione Contini Bonacossi, ormai come opera dell’Albertinelli. Tale assegnazione veniva consolidata da altri eminenti studiosi come il Venturi (1925), il Bodmer (1929), il Borgo (1976), ma tuttavia si incominciava a profilare, anche se timidamente, la riconsegna al giovanissimo Baccio della Porta. Tutto questo avveniva nel periodo in cui si era fatto acceso il dibattito critico dell’Annunciazione della Cattedrale di Volterra (si veda la pagina precedente).

Finalmente nel 1926, dopo un accurato studio che comprendeva il raffronto con l’ “Adorazione del Bambino” della Galleria Borghese, il Longhi la restituì definitivamente a Fra’ Bartolomeo. Fu così che il dipinto venne esposto come opera del giovane Baccio alla “Mostra del Cinquecento Toscano”, allestita a Firenze nel 1940. Al Longhi seguirono il Gamba, lo stesso Berenson che si ricredette dichiarandola opera “early”, Everett Fahy (1969 e 1976) e molti altri studiosi.




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