"Maestà di Massa Marittima" di Ambrogio Lorenzetti

Ambrogio Lorenzetti

Ambrogio Lorenzetti: Maestà
Maestà di Massa Marittima, cm. 150 x 205, Museo di arte sacra a Massa Marittima.

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Sull’opera: “Maestà di Massa Marittima” è un dipinto autografo di Ambrogio Lorenzetti, realizzato con tecnica a tempera su tavola nel 1335, misura 150 x 205 cm. ed è custodito nel Museo di arte sacra a Massa Marittima. 

La presente composizione, una delle tre grandi Maestà di Ambrogio, è considerata dagli studiosi fra le prime grandi opere allegoriche della sua attività artistica. Le altre due Maestà sono dipinte a fresco: una nella chiesa di Sant’Agostino di Siena e l’altra nella cappella di San Galgano a Montesiepi (Siena).

Si pensa, soprattutto per la presenza nel dipinto della figura di sant’Agostino (in piedi a sinistra del trono) e dei santi Giovanni Evangelista, Pietro e Paolo (seduti a destra della Madonna), che la Maestà venne realizzata per la chiesa agostiniana di San Pietro all’Orto di Massa Marittima. Altri studiosi invece ipotizzano che l’opera potrebbe essere stata eseguita per un’altra chiesa agostiniana (di Sant’Agostino) che però, da quanto risulta da documentazioni certe, in quel periodo era ancora in costruzione.

Tuttavia si può ipotizzare che l’opera sia stata custodita in quell’edificio. Di questa composizione, a partire dal XVII secolo, non si seppe più niente fino a quando, nel 1867, vennero trovati i cinque elementi – oggetto di uno smembramento del complesso pittorico – senza cuspidi, predella e cornice, nella soffitta della chiesa di Sant’Agostino. I riquadri furono sottoposti ad un severo restauro, dopodiché vennero trasferiti nella sede del Palazzo del Comune e, più tardi, nella pinacoteca del Palazzo del Podestà, quindi nell’attuale sede. La ricomposizione delle tavole in un solo riquadro, data la continuità della stesura pittorica dei cinque elementi, fu cosa abbastanza semplice.

Al centro del dipinto domina la figura della Madonna in trono che tiene in braccio il Bambino. In basso, ai lati dei tre alti gradini del trono, stanno sei angeli (tre a sinistra e tre a destra) recanti incensieri e strumenti musicali. Ai lati dello stesso trono – due per parte ed in perfetta simmetria –  stanno altri quattro angeli: quelli in basso recano i cuscini del trono e gli altri due hanno il compito di lanciare fiori. Qui, come in altre composizioni di Ambrogio sullo stesso tema, nella relazione tra la Madonna ed il figlioletto viene enfatizzato il rapporto umano tra i due (con la tipica vigorosa presa del Bambino da parte della Vergine), rafforzato dal diretto contatto dei volti e da un dialogo fatto di sguardi ravvicinati. Del trono, pressoché nascosto  dalle sei figure già descritte, si vedono soltanto gradini, ma  è tuttavia doveroso pensare che schienale e seggio non siano assenti: esso appare quindi costituito soltanto dai soli cuscini (o un unico lungo cuscino) sorretti (o sorretto) dai due angeli.

Infine, in primo piano sui gradini del trono, sono ubicate le Virtù teologali personificate. Il resto dei personaggi – tutti in piedi – rappresentano santi, profeti e patriarchi. Nella prima fila a sinistra, sopra i tre angeli, si possono identificare S. Basilio, S. Nicola, S. Francesco e S. Caterina. Sopra di essi stanno S. Giovanni evangelista, san Pietro, san Paolo e due sante. Sulla destra del trono – in piedi, sopra gli angeli musicisti – vengono riconosciuti S. Benedetto, S. Antonio abate, S. Agostino e S. Cerbone (figura alla estrema destra), patrono di Massa Marittima a cui è intitolato il Duomo, identificabile per le oche che gli girano attorno. Dietro di essi ci sono gli evangelisti Matteo, Marco e Luca, con due sante. Più in alto si intravedono altri volti ed aureole di altre figure, ed ancora –  sotto gli archi a sesto acuto – altri volti, che certamente rappresentano profeti, apostoli e patriarchi.

Il dipinto in esame ha poco delle caratteristiche tradizionali di una Maestà, soprattutto di quell’epoca. L’eccessivo affollamento dei personaggi, simmetricamente disposti ai lati del trono, conferisce all’evento della nascita di Gesù Cristo una carica di epocale importanza, per il fatto che a tale evento ci sia la presenza di tutti i personaggi che hanno fatto la storia della Chiesa. Inoltre, le tre virtù teologali, inserite in primo piano, caratterizzano ancor più l’allegoria dell’opera.

Intorno al 1335, anno della realizzazione del complesso pittorico in esame, si assiste ad un cambiamento dello stile dell’artista. Dalle immagini – ancora abbastanza voluminose e poco dinamiche, inserite in una dilatazione spaziale già meglio definita – tecnicamente migliorate con un ottimo impiego dei chiaroscuri (come testimonia il “San Procolo” del 1332 degli Uffizi di Firenze), si passa a figure con atteggiamenti più disinvolti e naturali, anche in quelle che non sono in movimento: si osservi, a tal proposito, le tre virtù teologali sedute sui tre gradini del trono, gli angeli e la figura di S. Francesco. Tutte le altre immagini conservano invece la tipica staticità.

Il convivere di questi due stili nella presente composizione, che sparirà definitivamente nei dipinti senesi già negli ultimi anni Trenta, denota la transizione stilistica in atto nel 1335 in Ambrogio Lorenzetti. Infine le morbidissime variazioni cromatiche, che conferiscono alla stesura pittorica i toni del pastello, rendono ancora più gradevole l’armonia globale, anche se si deve confrontare col preponderante oro dello sfondo.




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