"San Giorgio e il drago" (Londra) di Paolo Uccello

Paolo Uccello

Paolo Uccello: San Giorgio e il drago
San Giorgio e il drago, cm. 57 x 73, National Gallery di Londra.

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Sull’opera: “San Giorgio e il drago” è un dipinto prevalentemente attribuito a Paolo Uccello, realizzato con tecnica a olio su tela nel 1456, misura 57 x 73 cm. ed è custodito nella National Gallery di Londra. 

 Il dipinto in esame, che in precedenza apparteneva alla famiglia Lanckoronski di Vienna, pervenne al castello di Hohenems dove, passando completamente inosservato,  si ritenne per un lungo periodo che fosse andato distrutto in un incendio. Approdò nel 1959 alla National Gallery di Londra, dove, nel corso dello stesso anno venne ripulito.

L’attribuzione a Paolo Uccello, avanzata per la prima volta nel 1893 da Loeser, venne accettata quasi unanimemente da parte della critica, seppur con opinioni assai divergenti riguardo la cronologia. A tal proposito Van Marle (1923) pensa che il dipinto appartenga al periodo delle “Storie della Genesi”, intorno al 1430, del Chiostro Verde in Santa Maria Novella; Mario Salmi (1933) lo ipotizza non posteriore al 1442; Boeck (1939) mette in evidenza il fatto che il cavallo assomigli a quello di Niccolò da Tolentino eseguito nel 1455 da Andrea del Castagno (c. 1421 – 1457), indicandolo, quindi, come opera tarda; Pope-Hennessy (1950), ragionando sul fatto che il supporto supporto pittorico sia una tela, conclude che questa possa essere stata realizzata intorno al 1455, periodo in cui Paolo dipinse a ‘tempera su tela’ le “Storie di animali” per i Medici, citate dal Vasari. Altre ipotesi di datazione sono quelle di Carli (1954) e Sindona (1957), che assegnano il periodo 1455-60, e di Serti che, avvicinandolo il dipinto al “Cristo morto” degli Uffizi, ipotizza l’anno 1452.

Non sottoscrivono l’autografia di Paolo Uccello, Adolfo Venturi (1911), che ipotizza la mano di “un eccellente pittore di cassoni”; il Berenson (1932), che assegna l’opera al pittore fiorentino Giovanni di Francesco del Cervelliera; Pudelko (1935) che la indica come lavoro del ‘Maestro di Karisruhe’.




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