"Ludovico da Tolosa e le Storie del santo" di Simone Martini

Simone Martini

San Ludovico da Tolosa e Storie di Napoli
Ludovico da Tolosa e Storie, cm. 200 x 138 (predella cm 56 x 205), Museo di Capodimonte, Napoli.

       Sull’opera: “Ludovico da Tolosa e le Storie del santo” è un dipinto autografo di Simone Martini, realizzato con tecnica a tempera su tavola nel 1317, misura 200 x 138 cm. (predella cm 56 x 205) ed è custodito nel Museo di Capodimonte, Napoli.

La storia ci fa sapere che Ludovico (1275 – 1298), figlio del re di Sicilia Carlo II d’Angiò (1248 – 1309), e di Maria di Ungheria (1257 – 1323), a Montpellier, ad inizio 1296, rinunziò alla corona di Napoli scegliendo la strada religiosa, che itraprese nel maggio dello stesso anno. Al suo posto ascese al trono il fratello Roberto ma forti furono le contestazioni e le voci di usurpazione, tanto che si arrivò ad un processo presso la corte pontificia. Il papa si pronunciò a favore ma le polemiche non si placarono, soprattutto negli ambienti dei ghibellini. La santificazione di Ludovico, che avvenne il 7 aprile 1317 sotto il pontificato di papa Giovanni XXII, diede modo al nuovo regnante di Napoli di validare la propria legittimità al trono. Simone Martini valutò l’importanza dell’avvenimento ed impostò il suo concetto nel modo più razionale ed espressivo, mettendo in relazione sul piano figurativo le due alte investiture — terrena e celeste — che riconosceva come inseparabili anche nel pensiero di Roberto.

L’opera è costituita da tavola grande (200 x 138 cm.), dove è raffigurato il santo, e una predella (56 x 205 cm.) in cui sono narrate le sue storie. L’episodio principale è descritto nella sua quasi totalità dalla maestosa immagine di San Ludovico da Tolosa, assise in trono e vistosamente adornato con vesti episcopali la cui apertura scopre il saio francescano. Il Santo viene incoronato da due angeli nel momento in cui sta porgendo una corona sul capo di Roberto d’Angiò, suo fratello minore. Il dipinto è dunque una celebrazione del grande Santo, realizzato in occasione della sua santificazione, ma anche quella della dinastia della famiglia angioina. Nella composizione tutto diventa aulico, regale e pregiato: la sontuosità del mantello in broccato rifinito con elegantissime bordure dorate, il prezioso casellamento di gemme sul pastorale e sulla mitra, la raffinatezza delle due corone che sembrano fondersi con lo stesso cromatismo dorato dello sfondo. Simone Martini dimostra in questo dipinto di avere una grande sensibilità e capacità di raffigurare le varie materie, come le stoffe con i relativi ricami, i gigli della famiglia Angiò, il tappeto di motivo orientale disteso sul pavimento, i pregiati metalli delle oreficerie, gli intarsi della pedana in legno sotto il trono.

L’opera intera, sulla quale Schultz arrivò per primo a riconoscervi la firma di Simone, venne rintracciata nel 1857 da Fórster nella chiesa del convento di San Lorenzo Maggiore a Napoli. Quì, secondo il De Rinaldis ed altri studiosi, era ubicata in origine, mentre secondo altri – tra i quali il Cecchi – pervenne “ab anti’quo” dalla chiesa di Santa Chiara. Da documentazioni certe si rileva che l’opera passò al Museo Nazionale di Napoli nel 1921 per opera del De Rinaldis.




Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *