Rinascimento e il nuovo ruolo dell’artista

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L’artista nel Rinascimento

Rinascimento e il nuovo ruolo dell’artista: per gran parte del Medioevo, fino al periodo pregiottesco, quello che oggi definiamo artista veniva considerato più o meno come un artigiano, una persona abilissima nello svolgere il proprio lavoro, soprattutto manuale.

Arti liberali e arti meccaniche

Le sette arti liberali – Immagine realizzata nel XII secolo - Hortus deliciarum di Herrad von Landsberg
Le sette arti liberali – Immagine realizzata nel XII secolo – Hortus deliciarum di Herrad von Landsberg

Nell’antichità le arti si distinguevano in due rami: “Arti liberali”, la cui creatività veniva affidata all’intelletto, e “arti meccaniche” che implicavano tecniche ben precise e collaudate per la manipolazione della materia.

Da un punto di vista sociale, le arti liberali erano molto più apprezzate di quelle meccaniche.

Le arti figurative – siano quelle realizzate dai pittori, che dagli scultori – venivano incluse tra le arti meccaniche. Ai realizzatori materiali, talvolta analfabeti, non veniva commissionata alcuna attività di pensiero.

Ciò che da essi si richiedeva era la perizia tecnica per una buona esecuzione dell’opera.

Lo sviluppo del ruolo dell’artista

Raffaello Sanzio: Autoritratto
Raffaello Sanzio: Autoritratto

Nel Medioevo la paternità dell’opera d’arte veniva attribuita soprattutto al committente, mentre l’artista che l’aveva eseguita passava in secondo piano.

Una situazione, questa, che andò ad evolversi nel tempo fino a quando la migliorata perizia tecnica dell’artista, integrata alla creatività dello stesso, non mise fine a questo stato di cose.

Quindi la capacità nella realizzazione di un’opera non venne più considerata come quella di un semplice esecutore e l’artista acquisì più libertà creativa.

Con l’arrivo Giotto si assistette ad un’eccezionale cambiamento di rotta sulla considerazione sociale dell’esecutore di un’opera d’arte.

Poco più tardi, già nel Primo Rinascimento, l’artista incominciò rivendicare con forza il proprio ruolo di intellettuale.

L’artista si sposta nelle corti
Leonardo da Vinci: Autoritratto, anno 1515 circa, sanguigna su carta, 33,5×21,6 cm. Biblioteca Reale, Torino.
Leonardo da Vinci: Autoritratto, anno 1515 circa, sanguigna su carta, 33,5×21,6 cm. Biblioteca Reale, Torino.

Innumerevoli sono stati i protagonisti ed i rappresentanti del mondo dell’arte, appartenenti alle più disparate epoche e civiltà.

Nel corso della Storia dell’arte, fino al Rinascimento, assistiamo ad una continua sperequazione del valore artistico nei riguardi dei creatori d’opere d’arte, sempre ritenuti come semplici esecutori.

Con l’avvento del Rinascimento, invece, questi  incominciarono a godere di una nuova considerazione.

Con il Rinascimento cambiò anche l’ambiente di lavoro dell’artista: mentre prima lavorava quotidianamente nella propria bottega, da questo periodo in poi incominciò a spostarsi ed aprire nuovi cantieri presso le numerosissime corti, cui la nostra penisola era divisa.

La figura dell’artista cortigiano iniziò a fare da corollario a quella del mecenate-governante. Nelle corti, infatti, poté così entrare a diretto contatto con l’alta aristocrazia e con gli intellettuali del tempo: scrittori, poeti, filosofi e così via.

L’artista fu finalmente annoverato, a pieno titolo, fra gli intellettuali del tempo.

Il ruolo dell’architetto

Rinascimento e il nuovo ruolo dell’artista: questo cambiamento nel campo dell’architettura fu ancora più radicale. La figura dell’architetto prima del rinascimento non esisteva. Il suo compito, di dirigere e coordinare i lavori, era affidato ad un operaio più esperto che possiamo definire “capomastro”.

Nel periodo rinascimentale l’architetto godette una migliore considerazione per il suo operato. Esso veniva infatti visto come un professionista che esercitava la propria attività attraverso accurate elaborazioni progettuali, frutto di approfonditi studi teorici.

Grazie ai potenti mezzi progettuali a propria disposizione, tra i quali quelli offerti dal disegno, allora in pieno sviluppo, l’architetto lavorava prevalentemente a tavolino. Accadeva normalmente che in caso di prematura morte dell’ideatore molte realizzazioni architettoniche fossero portate a compimento da altri, proprio perché i progetti prevedevano tutte le fasi dell’opera da realizzare.

Il Rinascimento, come ampiamente descritto, resta l’unico periodo della Storia dell’arte, soprattutto quella italiana, in cui si assiste a questo grandissimo eclettismo, per cui un artista che dipinge esercita allo stesso tempo attività scultorea o altro. Una parabola che parte da Giotto per arrivare al Bernini.

Dopo il Rinascimento i ruoli rimarranno sempre più distinti, e la figura di architetto raramente si sovrapporrà a quella dell’artista.


Rinascimento e il ritorno all’antico

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Il ritorno all’antico

Busto di Platone ritrovato nel 1925 a Roma
Busto di Platone ritrovato nel 1925 a Roma entro l’area sacra in Largo Argentina. Trattasi di una copia, attualmente nel Musei Capitolini romani, di un’opera di Silanion [Enciclopedia dell’Arte Antica (1965)].
“Rinascimento” … già questa parola lascia intendere qualcosa che ha a che vedere con il recupero del passato.

Nella cultura umanistica di questo vasto periodo il “recupero dell’antico” significava “ritorno al classico”.

Si intraprese, quindi, un accurato studio su antichi autori che il medioevo aveva posto in seconda rilevanza.

Le ricerche riguardarono anche i temi filosofici, soprattutto quelli relativi al Neoplatonismo.

Il Neoplatonismo – di cui si conosce il nome del padre fondatore, cioè il filosofo Plotino –  nacque e si sviluppò nel III secolo, dopodiché perse la sua forza.

Il Neoplatonismo

La testa, identificata come quella di Plotino, plausibile ma non esiste una prova a riguardo.
La testa identificata come quella di Plotino è plausibile ma non esiste una prova a riguardo.

Il Neoplatonismo ritornò di moda a Firenze e dintorni nel XV secolo, grazie a grandi pensatori come Giovanni Pico della Mirandola (1463 – 1494), Lorenzo Valla (1405 o 1407 – 1457) e Marsilio Ficino (1433 – 1499).

Senza entrare a fondo in questioni prettamente filosofiche possiamo affermare che il neoplatonismo fu fonte di importanti riflessioni verso temi che in beve tempo, con l’arte rinascimentale, divennero impellenti. Impellente fu, ad esempio, il recupero della bellezza.

Arte e bellezza nei vari periodi della Storia dell’arte

Molto spesso Arte e bellezza appaiono come sinonimi. Questo è vero soltanto in alcuni periodi della storia – per esempio in quello dell’antica Grecia –  quando la stessa arte aveva per fine la bellezza.

Non lo fu, invece, nel periodo medievale, dove la visione artistica era essenzialmente basata sulla religione, escludendo qualsiasi riferimento alla bellezza. L’arte aveva semplicemente un fine didattico, cioè quello insegnare la religione cristiana attraverso la storia. La bellezza passava in secondo piano e, spesso, veniva considerata assai pericolosa perché poteva spingere al peccato. Necessitava un’arte che inducesse ai buoni precetti.

Bellezza e perfezione

Nel Rinascimento invece si assistette ad un radicale cambiamento di rotta, dove gli artisti recuperarono il concetto della bellezza. Il perché è ovvio: bellezza intesa come espressione stessa della perfezione.

La perfezione, già dal Primo Rinascimento, divenne così il metro di misura per giudicare la capacità creativa dell’artista nella raffigurazione di un mondo nuovo, proprio come avvenne nel periodo dell’antica Grecia.

La riflessione sulla bellezza

Il Neoplatonismo con la sua filosofia influì molto sul pensiero degli artisti rinascimentali, che arrivarono ad una riflessione sulla bellezza: tutto quello che è bello è anche buono, come pure ciò che è buono è anche bello. Veniva in tal modo annientato l’annoso conflitto tra sfera etica ed estetica.

La questione però – come ben sappiamo – rimane nel tempo sempre controversa, alternandosi nel corso della Storia dell’arte, soprattutto in quella occidentale.

In tal modo, quindi, con il Rinascimento si ebbe un ritorno all’antico e cioè un recupero della bellezza, del gusto per le proporzioni e, quindi, per la perfezione delle forme.

Infine, proprio come avvenne per l’arte classica,  anche gli artisti rinascimentali si misero alla ricerca di un più perfetto naturalismo. Si iniziò così lo studio per una perfetta rappresentazione del mondo reale.

Possiamo perciò affermare che anche l’arte contribuì alla creazione del nuovo uomo del Rinascimento. Un uomo che con ogni mezzo cercava di approfondire accuratamente lo studio della bellezza del mondo esterno per meglio rappresentarlo.

Il rifiuto rinascimentale dell’arte gotica

Il ritorno al classico, in un primo momento,  si materializzò in architettura, poi si espanse nella scultura e nella pittura.

Il Rinascimento, sin dall’inizio, rifiutò l’architettura gotica con tutte le sue geometrie prive di ogni regolarità.

Tale rifiuto portò, in alternativa, gli architetti rinascimentali a recuperare tutte le regole della grande architettura romana.

Più tardi il ritorno all’antico si manifestò in altri campi, anche grazie ad una profonda ricerca sulla mitologia, che permise agli artisti di arricchire con nuove figure le loro rappresentazioni.

Ma il Rinascimento nella Storia dell’arte fu soprattutto, oltre che un semplice recupero di elementi decorativi, il rispetto più profondo verso la bellezza e il naturalismo.


La prospettiva nel Rinascimento

La prospettiva: un valido strumento per la pittura

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Il disegno nel medioevo

Giotto: Il giudizio universale (particolari vari), cm. 1000 x 840 (assieme), Cappella degli Scrovegni, Padova. Particolare di sinistra.
Giotto: Il giudizio universale (particolari vari), cm. 1000 x 840 (assieme), Cappella degli Scrovegni, Padova. Particolare di sinistra.

Nel corso del periodo medievale la rappresentazione artistica – sia nella pittura che nella scultura – veniva semplificata con il conseguente annullamento della dilatazione spaziale.

Le immagini, assai schematicamente raffigurate, erano collocate su supporti pittorici o nei bassorilievi su un solo piano: il piano verticale.

Il risultato finale era quello di una rappresentazione molto lontana dalla visione naturalistica. Infatti l’aspetto delle figure e la loro collocazione spaziale non si avvicinava minimamente alla realtà percepita dai nostri occhi.

La prospettiva e l’effetto prospettico

La qualità naturalistica di un’opera, nel campo pittorico, la si può intendere come la riproduzione  più affine a quella percepita dal nostro sistema ottico-sensoriale.

Attraverso i nostri occhi, infatti, vengono raccolti i raggi visivi inviatici dal mondo esterno. Questi vanno tutti a convergere in un unico punto, all’interno dell’occhio, e proiettati in un piano ideale.

Masaccio: La Trinità, cm. 317 Santa Maria Novella Firenze.
Masaccio: La Trinità, cm. 317 Santa Maria Novella Firenze.

Detto in parole povere, con l’impiego della prospettiva, la realtà tridimensionale viene tradotta in raffigurazioni bidimensionali.

Quindi, il pittore non fa altro che tradurre su un supporto bidimensionale la realtà che percepisce dal mondo tridimensionale che lo circonda.

Quando la riproduzione artistica degli oggetti segue le stesse regole del nostro occhio otteniamo come risultato finale una pittura naturalistica. In altra maniera la composizione assume tutt’altro aspetto, che spazia tra il simbolico l’astratto.

Una parentesi sulle immagini percepite dai nostri occhi

È doveroso però ricordare l’impossibilità, in pittura, di ottenere il pieno raggiungimento della rappresentazione del mondo reale perché i nostri occhi, essendo collocati in due punti diversi del viso, percepiscono due immagini differenti.

Proprio per tale ragione qualsiasi tipo di immagine, in movimento o statica, proiettata in un supporto bidimensionale, non può pienamente rappresentare la realtà. Può avvicinarsi di molto ma mai raggiungerla.

Possiamo certamente trascurare le leggi sulla percezione della doppia immagine dell’occhio in quanto si andrebbe fuori dal tema del presente articolo, riguardante la prospettiva nel Rinascimento.

La scoperta delle regole prospettiche

Le ricerche degli artisti rinascimentali su questo potente strumento del disegno chiarirono il funzionamento della visione oculare, che permise loro di tradurlo parallelamente in un sistema logico – quello che definiamo “prospettiva” – per un’esatta configurazione e rappresentazione della realtà.

Come ogni disciplina anche la prospettiva ha le sue regole, tra le quali due di fondamentale importanza, che non possiamo non ricordare:

  1. le linee rette – che  tendono a convergere in un unico punto, detto punto di fuga – le quali rappresentano le linee parallele dello spazio tridimensionale;
  2. l’altezza delle figure rappresentate nel disegno tende a diminuire progressivamente via via che queste si queste si avvicinano all’orizzonte, cioè che si allontanano dal punto in cui si trova l’osservatore.
Anonimo: La città ideale (intorno al 1473), Urbino, Galleria Nazionale delle Marche.
Anonimo: La città ideale (intorno al 1473), Urbino, Galleria Nazionale delle Marche. Con la rappresentazione prospettica viene qui razionalizzato lo spazio urbano di un città ideale del Quattrocento.

Con l’applicazione di dette regole si ottengono risultati del tutto simili a quelle che il nostro occhio trasmette al cervello.

Nel mondo che ci circonda, la combinazione della doppia immagine, trasmessa al cervello da entrambi gli occhi, contribuisce ad aumentare la profondità rendendola ancor più reale ma, come già sopra accennato, per il disegno dobbiamo accontentarci del messaggio di un solo occhio,  destro o sinistro, non importa quale.

Effetto prospettico e profondità

L’effetto prospettico sul supporto pittorico viene così ad essere una sorta di illusione della dilatazione spaziale (profondità), in cui le immagini appaiono come non collocate su una superficie piatta (come effettivamente sono), ma percepite come solide in uno spazio tridimensionale.

Dopo la scoperta del chiaroscuro, con il quale si poté iniziare a sfruttare la variazione di luminosità per configurare – attraverso i vari gradi tonali –  la tridimensionalità delle immagini, la scoperta della prospettiva consentì agli artisti di rappresentare lo spazio in tutte e tre le sue dimensioni, impiegando la geometria proiettiva.

Il balzo in avanti dell’arte italiana con la scoperta della prospettiva

Leonardo: La Gioconda (Monna Lisa), periodo 1503-1505, dimensioni cm. 77 x 53, Louvre, Parigi.
Leonardo: La Gioconda (Monna Lisa), periodo 1503-1505, dimensioni cm. 77 x 53, Louvre, Parigi.

È proprio nel periodo del Rinascimento che la tecnica pittorica italiana fece un deciso  balzo in avanti, affermandosi come la più avanzata e perfetta di tutto il continente europeo.

Gli artisti italiani conquistarono un ruolo di egemonia in tutto l’ Occidente, in genere, mantenendola integra fino alla metà del XIX secolo.

Il primo impiego della prospettiva avvenne in ambienti fiorentini intorno alla terza decade del Quattrocento, ad opera di Masaccio nel campo pittorico e di Donatello in quello scultoreo.

Ma prima di Masaccio e Donatello fu Filippo Brunelleschi ad usare la prospettiva, di cui fu il vero e proprio inventore.

La Pittura e l’Architettura

Già dal Primo-Rinascimento si assistette ad un vero e proprio connubio della Pittura con l’Architettura. Nelle loro opere i pittori, per creare effetti di profondità impiegando la prospettiva, facevano sempre riferimento all’Architettura.

Un quadro quattrocentesco si presenta sempre come una straordinaria raffigurazione di spazi architettonici. Da qui nasce la riflessione su come la Pittura riuscì a condizionare l’Architettura.

Gli architetti, infatti, furono portati a progettare costruzioni con forme sempre più regolari,  che i pittori proponevano come nuovo canone di bellezza impiegando, per l’appunto, questo nuovo e potente strumento del disegno.

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Il disegno nel Rinascimento, un potente strumento

Il disegno: uno strumento progettuale

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Il disegno è sempre stato visto come un’attività estetica che raffigura ciò che ci circonda.

Certamente l’affermazione è giusta, ma del disegno questa non è la sola potenzialità.

L’artista, che giornalmente fa uso del disegno riesce anche a formare l’immagine – materializzandola, dandole profondità e collocamento nello spazio – di ciò che ha in mente e che vuole raffigurare.

In tal senso il disegno viene inteso anche come uno strumento progettuale.

Come possiamo definire gli strumenti progettuali?

Disegno nel Rinascimento: Raffaello - studio preparatorio per il Sogno del cavaliere.
Raffaello: studio preparatorio per il Sogno del cavaliere.

Ogni artista, in qualsiasi campo, se non usa il disegno, quando inizia a realizzare un’opera non è mai pienamente in grado di conoscerne il risultato finale.

Soltanto quando l’opera è stata portata a compimento egli potrà giudicarne la validità.

Dobbiamo però dire che tale ragionamento non è affatto razionale, dato il rischio reale di perdere giornate e giornate di lavoro per poi ottenere probabilmente qualcosa che non piace.

Disegno nel Rinascimento: Leonardo da Vinci, studio per una chiesa a pianta centrale con le varie cappelle per gemmazione, Institut de France di Parigi.
Leonardo da Vinci, studio per una chiesa a pianta centrale con le varie cappelle per gemmazione, Institut de France di Parigi.

Pensiamo alla costruzione di una casa: è razionale iniziare a costruirla e, via via, vedere se il lavoro eseguito è affine ai nostri gusti?

In questo modo, prima che essa sia stata portata a compimento si corre rischio di dover demolire alcuni passaggi di lavoro per poi continuare di nuovo alla cieca.

Allora, bisogna ricorrere per forza di cose ad un più sicuro approccio perché, prima di iniziare una qualsiasi realizzazione, occorre avere ben chiaro il risultato finale.

Nell’antica Grecia, nel campo dell’Architettura, i progettisti erano soliti praticare una particolare tecnica progettuale con gli “ordini architettonici”, istituendo un insieme di principi per dare la giusta proporzione agli elementi impiegati nella costruzione dell’edificio.

Attenendosi a quei principi si era certi di raggiungere risultati validi per quanto riguardava il punto di vista, statico ma anche quello estetico. Uno strumento che possiamo definire «di dimensionamento».

Il disegno nel Rinascimento inizia a prendere forza.

Il disegno

Dopo tali premesse lo possiamo definire come uno strumento progettuale «di visualizzazione». Infatti con esso si visualizzano i risultati finali dell’opera già prima di iniziarne la realizzazione.

Attualmente, insieme al disegno, abbiamo a disposizione più strumenti progettuali, quali i programmi elettronici con i quali è possibile ottenere – con effetti della doppia immagine – la tridimensionalità virtuale.

Trattasi comunque di strumenti atti solo alla «visualizzazione». La tridimensionalità permette infatti di vedere l’opera, proprio come se già esistesse, anche prima di iniziarne la costruzione.

Il disegno nel Rinascimento si sviluppa

Via via che gli artisti, già dal Primo Rinascimento, incominciarono a capire l’importanza di questo strumento si ebbe immediatamente una straordinaria evoluzione e diffusione di esso in tutto il continente europeo.

Nel giro di poco più di un secolo, osservando i disegni degli artisti come Leonardo, Raffaello e Michelangelo, ci rendiamo conto del forte sviluppo del disegno ormai diventato il normale strumento dell’artista rinascimentale.

Infatti, grazie ad esso, si poté preventivamente progettare ogni opera, di architettura, di pittura, militari, di ingegneria, di meccanica, di idraulica …

L’impiego in più campi

Questo potentissimo strumento permette ad ogni artista di progettare una varietà di cose inimmaginabili.

Ed è proprio per questo motivo che nel corso del Rinascimento assistiamo ad un crescente eclettismo negli artisti.

Per la prima volta nella Storia dell’arte un artista spazia indifferentemente dalla pittura ad altri di diversi campi con risultati sempre più sorprendenti.

Scissione dell’ideazione dall’esecuzione

Quando si scoprì che il disegno era diventato un efficacissimo strumento progettuale si assistette ad un’inedita conseguenza: la possibilità per l’artista di separare l’ideazione dall’esecuzione.

Perciò chi ideava e realizzava il disegno poteva affidare la realizzazione materiale dell’opera ad altri i quali, grazie ad esso, diventavano dei semplici esecutori.

La separazione dell’ideazione dall’esecuzione si protrasse a lungo in tutti i campi artistici, molti dei quali, come l’Architettura e la pittura, la conservano ancora.

Per quest’ultima, tuttavia, la scissione non fu una regola assoluta. Infatti nei secoli successivi al Rinascimento, soprattutto a partire dal XIX secolo, riprese forza l’inscindibilità dei due momenti.

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Salvator mundi di Leonardo da Vinci

Leonardo da Vinci: Salvator mundi

Leonardo da Vinci: Salvator mundi, realizzato con tecnica a olio su tavola intorno al 1499, dimensioni 66 x 46 cm., custodito in una collezione privata.
Leonardo da Vinci: Salvator mundi, tecnica a olio su tavola intorno al 1499, dimensioni 66 x 46 cm, collezione privata.

Sull’opera

Il Salvator mundi è un dipinto attribuito a Leonardo da Vinci, realizzato con tecnica a olio su tavola intorno al 1499, misura 66 x 46 cm. ed custodito in una collezione privata.

Leonardo: Salvator mundi presentato con varie ridipinture
Leonardo: Salvator mundi (b.n.) presentato con le varie ridipinture

L’opera è stata resa pubblica nel 2011 alla National Gallery di Londra, in occasione di una mostra, dopo un delicatissimo intervento di restauro, dove furono rimosse vecchie ridipinture.

L’attribuzione a Leonardo è stata sottoscritta con pareri unanimi da quattro autorevoli studiosi di storia dell’arte a livello internazionale [cit. Panza].

La notizia del ritrovamento del quadro fu pubblicata per la prima volta sulla rivista Artnews, a cui seguì quella del Wall Street Journal, che dava anche una prima valutazione intorno ai 200 milioni di dollari [cit. Panza].

Nell’estate del 2013 fu acquistata da un privato a 75 milioni di dollari [artsbeat].

Nel novembre 2017 il Salvator mundi è stato battuto all’asta per la cifra record di 400 milioni di dollari, ai quali c’è da aggiungere i 50 come diritti d’asta) [quotidiano la Repubblica, 16 novembre 2017]. Il compratore dell’opera – Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan al-Saud – è un principe appartenente ad un ramo remoto della famiglia reale saudita.

Storia del quadro

La pregiatissima tavola fu dipinta da Leonardo poco prima che egli si allontanasse da Milano in seguito alla caduta degli Sforza.

Leonardo da Vinci: Studio del Salvator mundi custodito alla Royal Library di Windsor
Leonardo da Vinci: Studio del Salvator mundi custodito alla Royal Library di Windsor

A testimonianza dell’esistenza di un Salvator mundi realizzato dall’artista, di cui si sa che fu commissionato da un privato, rimase qualche studio preparatorio tra cui quelli del castello di Windsor.

L’opera, di cui si persero le tracce fino alla recentissima scoperta, fu anche incisa intorno al 1650 da Wenceslaus Hollar, ma la storia del Salvator mundi leonardesco rimane praticamente sconosciuta [cit. Panza].

Della tavola si sapeva!

Il successo della tavola portò infatti alla realizzazione di innumerevoli riproduzioni, le cui tracce – spesso – hanno contribuito a creare confusione e dirottamenti nella ricerca dell’opera originale.

Leonardo da Vinci: Studio del Salvator mundi custodito alla Royal Library di Windsor
Leonardo da Vinci: Studio del Salvator mundi custodito alla Royal Library di Windsor

Alcuni studiosi ritengono come il “Salvator mundi”, dopo che Milano fu occupata dai francesi, si trovasse in un convento di Nantes.

Si sa invece che quando Wenceslaus Hollar la incise l’opera si trovasse presso le collezioni di Carlo I d’Inghilterra, a cui piacevano molto gli artisti italiani.

Innumerevoli furono, infatti, le opere che il re acquistò nella nostra penisola.

Quando Carlo I venne decapitato il suo patrimonio artistico fu disperso in gran parte nelle varie aste.

Il Salvator mundi di scuola leonardesca

Scuola leonardesca: Salvator mundi di Boltraffio o Marco d'Oggiorno, o Francesco Melzi
Scuola leonardesca: Salvator mundi di Boltraffio o Marco d’Oggiorno, o Francesco Melzi

Un Salvator mundi riapparve nel corso del XIX secolo presso le collezioni di sir Francis Cook ma si scoprì che fosse opera di scuola leonardesca.

Detto quadro in seguito fu acquistato dal barone di Lairenty, che lo vendette al marchese de Ganay a Parigi di cui è ancora proprietario.

Trattasi probabilmente, secondo gli studiosi, di un’opera di Francesco Melzi, una derivazione di quella principale di Leonardo da Vinci [cit. Panza].

Altre attribuzioni a questa riproduzione andrebbero a Marco d’Oggiono e Boltraffio.

Le ultime notizie sull’opera

L’opera apparteneva recentissimamente (si parla di qualche giorno fa, e il presente articolo lo stiamo realizzando oggi 18 novembre 2017) a un consorzio di commercianti americani capeggiato da Robert Simon, proprietario e gestore di una galleria d’arte a New York city.

Pochissime sono le notizie circa il precedente acquisto del dipinto, che sarebbe stato acquistato in un’asta (2004 o 2006) dedicata ad una vendita immobiliare.

Dopo l’acquisto il Salvator mundi leonardesco fu portato agli esperti del Metropolitan Museum e del Museum of Fine Arts di Boston per una valutazione. Né il primo, né il secondo museo si pronunciarono riguardo il valore del dipinto.

L’autografia, la valutazione degli esperti e la vendita del novembre 2017

Nel 2010 fu portato alla National Gallery di Londra, dove il responsabile Nicholas Penny incaricò quattro critici d’arte per una valutazione.

I critici erano: Maria Teresa Fiorio e Pietro Marani, studiosi milanesi e autori di vari saggi sul Rinascimento e su Leonardo da Vinci; Carmen C. Bambach, curatrice del dipartimento (sezione grafica) del Metropolitan Museum e Martin Kemp, studioso di storia dell’arte e professore emerito all’Università di Oxford.

I pareri sull’autografia dell’opera sono stati tutti positivi e, subito dopo, si è deciso di farla restaurare ed esporla alla grande manifestazione monografica su Leonardo, aperta al pubblico dal 9 novembre 2011 alla National Gallery di Londra [cit. Panza].

La notizia del ritrovamento del dipinto di Leonardo è stata riportata per la prima volta dalla rivista Artnews, a cui seguì quella del Wall Street Journal che aveva azzardato un valore intorno ai 200 milioni di dollari [cit. Panza].

Il Salvator mundi fu poi venduto privatamente nel 2013 per 75 milioni di dollari.

Nel novembre 2017 il dipinto è stato acquistato all’asta al prezzo record di 450 milioni di dollari (cifra pari a 380 milioni di euro, comprendente anche i diritti) da Bader bin Abdullah bin Mohammed bin Farhan al-Saud.

Secondo alcune voci di Twitter, ancora da verificare, il quadro andrà al museo Louvre di Abu Dhabi, negli Emirati.

Descrizione della tavola

La ripresa frontale a mezza figura

La raffigurazione del Cristo è ripresa decisamente in modo frontale e a mezza figura, come voleva la tipica iconografia del tempo (si osservi bene anche il Salvator mundi realizzato da Antonello da Messina, anch’esso custodito nella National Gallery), con la mano destra sollevata nel cenno della benedizione, mentre nell’altra reca il globo, simbolo del suo potere universale [cit. Panza].

La rimozione delle ridipinture

La tavola arrivò nelle mani dei restauratori della National Gallery in pessime condizioni, offuscata dagli eventi del tempo ma soprattutto dalle antiche ridipinture, tanto da farla apparire come un lavoro di bottega.

Barba e baffi del Cristo – di cui si pensa fossero stati aggiunti in seguito alla Controriforma, per adeguare l’immagine alla fisionomia “ufficiale” – vennero rimossi riportando il volto all’antico splendore..

Le prove autografiche

Già nel corso dei lavori di restauro si scoprì una qualità pittorica di gran lunga superiore alle aspettative: una coloristica del tutto paragonabile al Cenacolo dello stesso Leonardo, come osservò Pietro Marani, uno degli studiosi incaricati dalla National Gallery di Londra.

I toni del color carne sono morbidi e sfumati, come l’artista era solito configurare, mentre il panneggio è ricco di tonalità azzurrine e rosse, che possono essere paragonate a quelle della Madonna delle Rocce della National Gallery.

Infine le analisi scientifiche e le numerose riflettografie eseguite sulla tavola confermerebbero le affinità agli studi preparatori dell’artista [Cit. Panza].

Tra i particolari di miglior maestria spicca il globo che il Salvator mundi reca nella mano sinistra, simulante il cristallo di rocca. Tale raffinatezza testimonia un’approfondita ricerca sulla rifrazione della luce attraverso corpi trasparenti, in perfetta sintonia con gli interessi scientifici del grande artista [Cit. Panza].


Merda d’artista di Piero Manzoni

<<Un quadro vale solo in quanto è, essere totale>>

Piero Manzoni: Merda d'artista
Piero Manzoni: Merda d’artista. Foto a bassa risoluzione inserita al solo scopo didattico.

Merda d’artista:

Piero Manzoni (1933-63) era un artista italiano nato a Soncino e cresciuto a Milano.

Per Manzoni l’arte non deve rappresentare oggetti o esprimere sentimenti, infatti la sua volontà è quella di fare dell’arte un campo in cui agire liberamente e in cui lasciare un segno del proprio essere nel mondo.

<<Un quadro vale solo in quanto è, essere totale>>, con queste parole Manzoni esorta gli artisti a liberare la superficie della tela dalla sua condizione di puro supporto per sfruttarne al meglio le possibilità di “luogo” e “spazio totale”. Manzoni infatti è profondamente affascinato dalla ricerca spazialista di Fontana e chiaramente ispirato da Duchamp e i Dadaisti.

Merda d’artista, 1961

Con ironia e spirito provocatorio Manzoni si prende gioco dell’opinione comune secondo cui l’opera d’arte deve far emergere ciò che l’artista ha dentro di sè presentando come prodotto artistico le proprie emissioni corporee come Merda d’artista.

L’artista sigillò dei barattoli di latta da 30g simili a quelli per la carne in scatola, ai quali applicò un’etichetta tradotta in varie lingue e la sua firma. Per quest’opera si ispira al Neodadaismo per la presentazione di un oggetto quotidiano caricato di nuovo significato e anche al Nouveau Realisme per il soffermarsi sulla figura dell’artista.

Un gesto di sfida

Non si ha certezza del reale contenuto delle lattine, ma è ovvio che sia un gesto di sfida con cui Manzoni intende lanciare una critica nei confronti della mercificazione dell’arte e dei meccanismi che danno più importanza all’autore che all’opera stessa.

A fortificare la sua tesi, stabilì che la sua Merda d’artista dovesse essere venduta al prezzo dell’oro alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di sé stesso.

Le sue ragioni ebbero dimostrazione quando le scatolette raggiunsero presto quotazioni altissime nel mercato internazionale dell’arte.

Virginia Ciccariello


“Querelle” di Andy Warhol

Cenni biografici sull’artista

Andy Warhol in una foto del 1975
Andy Warhol in una foto del 1975

Andy Warhol (nato Andrew Warhola 1928-87) figlio di immigrati cecoslovacchi, è una figura emblematica dell’America degli anni sessanta e figura chiave del movimento della Pop Art. Nato in Pennsylvania, si trasferì a New York nel 1949.

È particolarmente conosciuto per l’ampiezza delle sue opere, in quanto comprendevano pittura, disegno, incisione, fotografia, serigrafia (procedimento di stampa nel quale l’inchiostratura viene eseguita oggi attraverso la trama di un tessuto in poliestere teso su un riquadro in legno o metallo definito quadro serigrafico), scultura, film e musica.

Warhol e il pubblico

Warhol cambia l’idea stessa di artista, che per la prima volta diviene imprenditore di sè stesso. Andy Warhol impersonava in modo emblematico il nuovo personaggio-divo. Creatore, produttore e attore al tempo stesso, donò al mondo la figura del divo dell’arte.

Il modo in cui l’artista era solito presentarsi al pubblico è la prova del fatto che nessuno meglio di lui è riuscito a penetrare meglio nel meccanismo che regola il culto del divo. Presente e assente nello stesso tempo, faceva l’effetto di un fantasma in carne e ossa. Inoltre amava farsi sostituire da sosia ed era quindi ovunque nascondendosi sotto una parrucca bianca e dietro occhiali scuri.

Quello che per i divi di Hollywood era lo schermo, per il divo Andy Warhol era la stampa mondana.

The Factory e la Business Art

The Factory, il suo studio dal 1963 al 1968 in una vecchia fabbrica sulla 47ª strada a New York, era organizzato come una piccola industria dell’arte.

Warhol approda all’arte dal mondo della comunicazione pubblicitaria, elaborando un linguaggio freddo e impersonale improntato alla dichiarata intenzione di fare un’arte che sia impassibile registrazione della realtà, utilizzando quindi tecniche di produzione industriale come, appunto, la serigrafia.

Inoltre The Factory era un punto di ritrovo per intellettuali, drag queens, sceneggiatori, celebrità di Hollywood e gruppi destinati a diventare famosi come i Velvet Underground e i Rolling Stones (di cui lo stesso Warhol disegna alcune copertine).

Andy Warhol si definiva “Business-Artist” poichè riteneva che saper fare affari fosse la migliore forma d’arte.

Querelle, 1982

Andy Warhol - Querelle: foto a bassa risoluzione inserita a scopo didattico.
Andy Warhol – Querelle: foto a bassa risoluzione inserita a scopo didattico.

Ad Andy Warhol fu commissionato nel 1982 dal regista tedesco Rainer Fassbinder un poster per il suo adattamento cinematografico del romanzo di Jean Genet “Querelle”, che parla delle scappatelle sessuali di un giovane marinaio in un porto francese.

Warhol per realizzare questa serigrafia si ispirò ad una polaroid raffigurante due ragazzi con le spalle nude, uno dei quali con la lingua fuori.

Ne esistono diverse versioni, ma tutte hanno una base monocromatica con la lingua del ragazzo che spicca di un blu brillante o di un rosso acceso. L’attenzione è quindi chiaramente concentrata sulla lingua ad evidenziare la carica omoerotica dell’immagine, tema dell’opera cinematografica che doveva pubblicizzare. Inoltre i contorni sbalzati conferiscono un effetto quasi fumettistico.

Non è difficile immaginare che sia Fassbinder che Warhol fossero affascinati dalla violenta ed esplicita storia omoerotica della scrittrice.

Quest’opera di Warhol a mio parere documenta la collaborazione di tre delle menti creative più provocatorie del XX secolo, Genet, Fassbinder e Warhol.

Virginia Ciccariello


Blue Poles, Number 11 di Jackson Pollock

Blue Poles: Number 11 di Pollock

Action Painting e Dripping

Jackson Pollock è l’esponente più celebre della nuova arte americana del dopoguerra.

A partire dal 1943 mette a punto i mezzi per un nuovo modo di dipingere definito poi Action Painting (“pittura d’azione”). Prima di tutto elimina cavalletto e parete per lavorare sulla tela disposta sul pavimento.

Inizia inoltre a sperimentare la tecnica del Dripping (“sgocciolamento”), cioè intingendo larghi pennelli nel colore e lasciandoli sgocciolare con diversi movimenti della mano.

Sentirsi parte del quadro

Come egli stesso disse: <<Sul pavimento mi sento più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del quadro; posso camminarci intorno ed essere letteralmente dentro al quadro. Un metodo simile a quello degli indiani dell’Ovest che lavorano sulla sabbia>>.

Proprio le sorti degli indiani d’America, e nello specifico i Navajo, erano infatti oggetto di grande sensibilità da parte del pittore e dipingeva alla loro maniera utilizzando i più svariati materiali (pezzi di legno o stracci immersi nel colore, vernici, alluminio,  materiali da lanciare letteralmente sulla tela come sabbia, sassolini, pagliuzze…) abbandonando quasi completamente gli “attrezzi” classici del pittore.

Blue Poles: Number 11

Jacson Pollock: Blue Poles Number 11 ( 210 × 486,8 cm), anno 1952
Jacson Pollock: Blue Poles Number 11 ( 210 × 486,8 cm), anno 1952

Blue Poles: Number 11 (1952) è una delle tele più note dell’artista. La tela non ha né limite né cornice e il colore entra prepotentemente nel nostro spazio visivo riuscendo a far sentire lo spettatore parte del quadro, dando vita così alla pittura “all-over” (“a tutto campo”) .

La concezione tradizionale dello spazio pittorico viene infatti superata eliminando gli schemi compositivi e la sovrapposizione dei piani.

La presente opera (dimensioni 210 × 486,8 cm) fu realizzata dal pittore nel 1952 su commissione dell’architetto Tony Smith. Si trova attualmente nella National Gallery of Australia di Canberra.

Interpretazione

Osservando questa tela ci si immerge nel vortice di colori e segni creati dall’artista.

Pollock non segue nessun progetto , ma si fa semplicemente guidare dalla sua spinta creativa interiore.

Questa tela è chiaramente ispirata agli indiani d’America, infatti i pali sembrano non essere altro che dei totem indiani.

Ritengo che con quest’opera l’artista abbia voluto offrire omaggio a questo popolo rappresentando attraverso l’ingorgo di segni e colori confusi tra loro, l’inquietudine che ha dovuto subire, distrutto da guerre e violenza.

Credo che per descrivere questo quadro le parole più adatte siano crudo, reale e diretto perché rappresenta appunto una verità raccontata secondo l’idea, il sentimento e la capacità tecnica dell’artista.

Virginia Ciccariello


La Riproduzione Vietata (ritratto di Edward James) di Renè Magritte

La Riproduzione Vietata di Renè Magritte

L’influenza delle Avanguardie futurista e cubista

Riproduzione vietata di Magritte
Riproduzione vietata di Magritte. Foto a bassa risoluzione inserita al solo scopo didattico.

Le esperienze delle Avanguardie futurista e cubista si rivelano molto importanti per lo sviluppo della poetica di Renè Magritte.

Il Futurismo gli suggerisce la possibilità di sovrapporre figure diverse nello spazio secondo i concetti di simultaneità e dinamismo.

Il Cubismo, invece, lo guida nel confronto tra la struttura dell’immagine e la superficie bidimensionale della tela.

Lo “spaesamento” di Magritte

Sono concetti fondamentali questi per lo “spaesamento” dell’osservatore che attua l’artista nelle sue opere cioè lega realtà tra loro incompatibili e inserisce oggetti familiari in contesti assurdi, avvicinandosi a teorie chiaramente Surrealiste.

Magritte parte dalla convinzione che il significato del mondo è impenetrabile e concepisce la pittura come strumento di evocazione del mistero.

Un’immagine apparentemente tranquilla

La tela “La Riproduzione Vietata” (1937) sembrerebbe un’immagine apparentemente tranquilla, dalla cornice dello specchio al libro sulla mensola.

Il soggetto potrebbe sembrare nient’altro che un ritratto, se non fosse che l’uomo rappresentato di spalle con l’abito elegante e i capelli ben pettinati veda a sua volta le sue spalle.

Lo specchio quindi  non riflette, ma ripete l’immagine dell’uomo. Il suo volto non compare.

Stupisce però notare come il libro sulla mensola si rifletta correttamente.

Interpretazioni

La mancata rappresentazione delle fattezze del personaggio potrebbe significare che il soggetto del ritratto, Edward James, non avesse idea della sua vera identità, di chi fosse veramente.

Questa sua non percezione dell’io lo porta a non riconoscersi guardandosi allo specchio, a non vedersi davvero.

E credo che il libro sia riflesso normalmente perché non ha un’anima, non può essere in conflitto con sé stesso.

Personalmente questa tela mi provoca inquietudine e fastidio nel non conoscere il volto dell’uomo. Osservandola bene mi sembra quasi che il protagonista si volti da un momento all’altro, quindi mi dà un senso di aspettativa nel conoscere il suo vero volto ma mi lascia anche con l’amaro in bocca nel sapere che non accadrà mai.

Quest’opera può sembrare bizzarra ad un primo sguardo, ma guardando al di là dell’immagine si può carpire ben più di quello che è fisicamente rappresentato.

L’immagine è solo un’immagine e la vera essenza di sé non si riflette in uno specchio.

Virginia Ciccariello


Gli “impacchettamenti” di Christo e Jean-Claude

Pagina correlata agli impacchettamenti di Christo e Jean-Claude: Land art

Cenni biografici

Christo Yavachev è uno dei maggiori rappresentanti della Land Art. Nasce a Gabrovo, in Bulgaria, nel 1935.

Dal 1953 al 1956 studierà all’Accademia di Belle Arti di Sofia. Terminati gli studi sarà presente in varie città tra cui Praga, Vienna, Ginevra e Parigi dove sarà attivo nel movimento Nouveau Réalisme.

I primi lavori

I suoi primi lavori consistono in oggetti comuni (bottiglie, cartoni, ecc.) “impacchettati” per sottrarli al circuito del consumo.

L’oggetto è sempre riconoscibile, ma l’involucro lo priva delle caratteristiche che attraggono maggiormente i consumatori come la qualità del materiale, la funzione pratica o il colore.

L’incontro con Jean Claude e gli “impacchettamenti”

Proprio a Parigi nel 1958 incontrerà la sua futura moglie Jean Claude Denat de Guillebon, con la quale si trasferirà a New York nel 1964.

Da questo incontro nascerà anche una collaborazione artistica e gli “impacchettamenti” diventano monumentali coinvolgendo addirittura interi edifici rivestendoli con tessuti acrilici di diverso colore.

 Opere di questo genere sono Wrapped Roman Wall (1973-74) in cui rivestono le Mura Aureliane di bianco a Roma, Wrapped Pont Neuf (1975-85) a Parigi in cui rivestono di giallo ocra l’antico ponte, Wrapped Reichstag Berlin (1971-95) il parlamento tedesco a Berlino che sarà ricoperto di tessuto di colore argento.

<Nascondere per valorizzare>

Il dichiarato intento dei due artisti è quello di <<nascondere per valorizzare>> riportando l’attenzione sulle cose e sui monumenti dimenticati perché ormai parte dello scenario quotidiano.

Valley Curtain e Running Fence

L'artista Cristo e un impacchettamento sullo sfondo.
L’artista Christo e un impacchettamento sullo sfondo. Foto a bassissima definizione inserita a scopo didattico.

Realizzano questi “impacchettamenti” anche in natura tramite barriere di tessuti che trasformano la fisionomia del paesaggio che le accoglie come si può notare in Valley Curtain (1970-72) in Colorado o in Running Fence (1972-76) a San Francisco.

In quest’ultimo ampi teloni di nylon bianco sono appesi nella campagna californiana ad un cavo d’acciaio sorretto da montanti metallici, e il biancore dei teli si contrappone ai sobri colori del terreno.

Opere, purtroppo, destinate a scomparire

Gli interventi dei due artisti però sono sempre effimeri e destinati ad essere completamente rimossi poiché il loro lavoro sull’ambiente non è finalizzato a modificarlo, ma piuttosto a valorizzarlo e ad attivare nuovi modi di guardare e vivere il paesaggio.

Molti progetti però sono rimasti solo su carta poiché i due artisti si autofinanziano con la vendita dei disegni preliminari, non accettando sponsorizzazioni per non dover limitare la propria libertà creativa e quindi risulta difficile coprire gli ingenti costi di realizzazione.

Inoltre l’impossibilità di realizzare alcuni progetti è dovuta anche a vari ostacoli burocratici e l’opposizione di chi non ne comprende le finalità.

Virginia Ciccariello

BIBLIOGRAFIA

C. Bertelli, La storia dell’arte, Edizione Verde, PEARSON

G. Cricco, F.P. Di Teodoro, Itinerario nell’arte, Seconda Edizione, Zanichelli