Merda d’artista di Piero Manzoni

<<Un quadro vale solo in quanto è, essere totale>>

Piero Manzoni: Merda d'artista
Piero Manzoni: Merda d’artista. Foto a bassa risoluzione inserita al solo scopo didattico.

Piero Manzoni (1933-63) era un artista italiano nato a Soncino e cresciuto a Milano.

Per Manzoni l’arte non deve rappresentare oggetti o esprimere sentimenti, infatti la sua volontà è quella di fare dell’arte un campo in cui agire liberamente e in cui lasciare un segno del proprio essere nel mondo.

<<Un quadro vale solo in quanto è, essere totale>>, con queste parole Manzoni esorta gli artisti a liberare la superficie della tela dalla sua condizione di puro supporto per sfruttarne al meglio le possibilità di “luogo” e “spazio totale”. Manzoni infatti è profondamente affascinato dalla ricerca spazialista di Fontana e chiaramente ispirato da Duchamp e i Dadaisti.

Merda d’artista, 1961

Con ironia e spirito provocatorio Manzoni si prende gioco dell’opinione comune secondo cui l’opera d’arte deve far emergere ciò che l’artista ha dentro di sè presentando come prodotto artistico le proprie emissioni corporee come Merda d’artista.

L’artista sigillò dei barattoli di latta da 30g simili a quelli per la carne in scatola, ai quali applicò un’etichetta tradotta in varie lingue e la sua firma. Per quest’opera si ispira al Neodadaismo per la presentazione di un oggetto quotidiano caricato di nuovo significato e anche al Nouveau Realisme per il soffermarsi sulla figura dell’artista.

Un gesto di sfida

Non si ha certezza del reale contenuto delle lattine, ma è ovvio che sia un gesto di sfida con cui Manzoni intende lanciare una critica nei confronti della mercificazione dell’arte e dei meccanismi che danno più importanza all’autore che all’opera stessa.

A fortificare la sua tesi, stabilì che la sua Merda d’artista dovesse essere venduta al prezzo dell’oro alludendo al valore dell’artista che grazie ai meccanismi commerciali della società dei consumi poteva vendere al valore dell’oro una parte di sé stesso.

Le sue ragioni ebbero dimostrazione quando le scatolette raggiunsero presto quotazioni altissime nel mercato internazionale dell’arte.

Virginia Ciccariello




“Querelle” di Andy Warhol

Cenni biografici sull’artista

Andy Warhol in una foto del 1975
Andy Warhol in una foto del 1975

Andy Warhol (nato Andrew Warhola 1928-87) figlio di immigrati cecoslovacchi, è una figura emblematica dell’America degli anni sessanta e figura chiave del movimento della Pop Art. Nato in Pennsylvania, si trasferì a New York nel 1949.

È particolarmente conosciuto per l’ampiezza delle sue opere, in quanto comprendevano pittura, disegno, incisione, fotografia, serigrafia (procedimento di stampa nel quale l’inchiostratura viene eseguita oggi attraverso la trama di un tessuto in poliestere teso su un riquadro in legno o metallo definito quadro serigrafico), scultura, film e musica.

Warhol e il pubblico

Warhol cambia l’idea stessa di artista, che per la prima volta diviene imprenditore di sè stesso. Andy Warhol impersonava in modo emblematico il nuovo personaggio-divo. Creatore, produttore e attore al tempo stesso, donò al mondo la figura del divo dell’arte.

Il modo in cui l’artista era solito presentarsi al pubblico è la prova del fatto che nessuno meglio di lui è riuscito a penetrare meglio nel meccanismo che regola il culto del divo. Presente e assente nello stesso tempo, faceva l’effetto di un fantasma in carne e ossa. Inoltre amava farsi sostituire da sosia ed era quindi ovunque nascondendosi sotto una parrucca bianca e dietro occhiali scuri.

Quello che per i divi di Hollywood era lo schermo, per il divo Andy Warhol era la stampa mondana.

The Factory e la Business Art

The Factory, il suo studio dal 1963 al 1968 in una vecchia fabbrica sulla 47ª strada a New York, era organizzato come una piccola industria dell’arte.

Warhol approda all’arte dal mondo della comunicazione pubblicitaria, elaborando un linguaggio freddo e impersonale improntato alla dichiarata intenzione di fare un’arte che sia impassibile registrazione della realtà, utilizzando quindi tecniche di produzione industriale come, appunto, la serigrafia.

Inoltre The Factory era un punto di ritrovo per intellettuali, drag queens, sceneggiatori, celebrità di Hollywood e gruppi destinati a diventare famosi come i Velvet Underground e i Rolling Stones (di cui lo stesso Warhol disegna alcune copertine).

Andy Warhol si definiva “Business-Artist” poichè riteneva che saper fare affari fosse la migliore forma d’arte.

Querelle, 1982

Andy Warhol - Querelle: foto a bassa risoluzione inserita a scopo didattico.
Andy Warhol – Querelle: foto a bassa risoluzione inserita a scopo didattico.

Ad Andy Warhol fu commissionato nel 1982 dal regista tedesco Rainer Fassbinder un poster per il suo adattamento cinematografico del romanzo di Jean Genet “Querelle”, che parla delle scappatelle sessuali di un giovane marinaio in un porto francese.

Warhol per realizzare questa serigrafia si ispirò ad una polaroid raffigurante due ragazzi con le spalle nude, uno dei quali con la lingua fuori.

Ne esistono diverse versioni, ma tutte hanno una base monocromatica con la lingua del ragazzo che spicca di un blu brillante o di un rosso acceso. L’attenzione è quindi chiaramente concentrata sulla lingua ad evidenziare la carica omoerotica dell’immagine, tema dell’opera cinematografica che doveva pubblicizzare. Inoltre i contorni sbalzati conferiscono un effetto quasi fumettistico.

Non è difficile immaginare che sia Fassbinder che Warhol fossero affascinati dalla violenta ed esplicita storia omoerotica della scrittrice.

Quest’opera di Warhol a mio parere documenta la collaborazione di tre delle menti creative più provocatorie del XX secolo, Genet, Fassbinder e Warhol.

Virginia Ciccariello




Blue Poles, Number 11 di Jackson Pollock

Action Painting e Dripping

Jackson Pollock è l’esponente più celebre della nuova arte americana del dopoguerra.

A partire dal 1943 mette a punto i mezzi per un nuovo modo di dipingere definito poi Action Painting (“pittura d’azione”). Prima di tutto elimina cavalletto e parete per lavorare sulla tela disposta sul pavimento.

Inizia inoltre a sperimentare la tecnica del Dripping (“sgocciolamento”), cioè intingendo larghi pennelli nel colore e lasciandoli sgocciolare con diversi movimenti della mano.

Sentirsi parte del quadro

Come egli stesso disse: <<Sul pavimento mi sento più a mio agio. Mi sento più vicino, più parte del quadro; posso camminarci intorno ed essere letteralmente dentro al quadro. Un metodo simile a quello degli indiani dell’Ovest che lavorano sulla sabbia>>.

Proprio le sorti degli indiani d’America, e nello specifico i Navajo, erano infatti oggetto di grande sensibilità da parte del pittore e dipingeva alla loro maniera utilizzando i più svariati materiali (pezzi di legno o stracci immersi nel colore, vernici, alluminio,  materiali da lanciare letteralmente sulla tela come sabbia, sassolini, pagliuzze…) abbandonando quasi completamente gli “attrezzi” classici del pittore.

Blue Poles: Number 11

Jacson Pollock: Blue Poles Number 11 ( 210 × 486,8 cm), anno 1952
Jacson Pollock: Blue Poles Number 11 ( 210 × 486,8 cm), anno 1952

Blue Poles: Number 11 (1952) è una delle tele più note dell’artista. La tela non ha né limite né cornice e il colore entra prepotentemente nel nostro spazio visivo riuscendo a far sentire lo spettatore parte del quadro, dando vita così alla pittura “all-over” (“a tutto campo”) .

La concezione tradizionale dello spazio pittorico viene infatti superata eliminando gli schemi compositivi e la sovrapposizione dei piani.

La presente opera (dimensioni 210 × 486,8 cm) fu realizzata dal pittore nel 1952 su commissione dell’architetto Tony Smith. Si trova attualmente nella National Gallery of Australia di Canberra.

Interpretazione

Osservando questa tela ci si immerge nel vortice di colori e segni creati dall’artista.

Pollock non segue nessun progetto , ma si fa semplicemente guidare dalla sua spinta creativa interiore.

Questa tela è chiaramente ispirata agli indiani d’America, infatti i pali sembrano non essere altro che dei totem indiani.

Ritengo che con quest’opera l’artista abbia voluto offrire omaggio a questo popolo rappresentando attraverso l’ingorgo di segni e colori confusi tra loro, l’inquietudine che ha dovuto subire, distrutto da guerre e violenza.

Credo che per descrivere questo quadro le parole più adatte siano crudo, reale e diretto perché rappresenta appunto una verità raccontata secondo l’idea, il sentimento e la capacità tecnica dell’artista.

Virginia Ciccariello




La Riproduzione Vietata (ritratto di Edward James) di Renè Magritte

L’influenza delle Avanguardie futurista e cubista

Riproduzione vietata di Magritte
Riproduzione vietata di Magritte. Foto a bassa risoluzione inserita al solo scopo didattico.

Le esperienze delle Avanguardie futurista e cubista si rivelano molto importanti per lo sviluppo della poetica di Renè Magritte.

Il Futurismo gli suggerisce la possibilità di sovrapporre figure diverse nello spazio secondo i concetti di simultaneità e dinamismo.

Il Cubismo, invece, lo guida nel confronto tra la struttura dell’immagine e la superficie bidimensionale della tela.

Lo “spaesamento” di Magritte

Sono concetti fondamentali questi per lo “spaesamento” dell’osservatore che attua l’artista nelle sue opere cioè lega realtà tra loro incompatibili e inserisce oggetti familiari in contesti assurdi, avvicinandosi a teorie chiaramente Surrealiste.

Magritte parte dalla convinzione che il significato del mondo è impenetrabile e concepisce la pittura come strumento di evocazione del mistero.

Un’immagine apparentemente tranquilla

La tela “La Riproduzione Vietata” (1937) sembrerebbe un’immagine apparentemente tranquilla, dalla cornice dello specchio al libro sulla mensola.

Il soggetto potrebbe sembrare nient’altro che un ritratto, se non fosse che l’uomo rappresentato di spalle con l’abito elegante e i capelli ben pettinati veda a sua volta le sue spalle.

Lo specchio quindi  non riflette, ma ripete l’immagine dell’uomo. Il suo volto non compare.

Stupisce però notare come il libro sulla mensola si rifletta correttamente.

Interpretazioni

La mancata rappresentazione delle fattezze del personaggio potrebbe significare che il soggetto del ritratto, Edward James, non avesse idea della sua vera identità, di chi fosse veramente.

Questa sua non percezione dell’io lo porta a non riconoscersi guardandosi allo specchio, a non vedersi davvero.

E credo che il libro sia riflesso normalmente perché non ha un’anima, non può essere in conflitto con sé stesso.

Personalmente questa tela mi provoca inquietudine e fastidio nel non conoscere il volto dell’uomo. Osservandola bene mi sembra quasi che il protagonista si volti da un momento all’altro, quindi mi dà un senso di aspettativa nel conoscere il suo vero volto ma mi lascia anche con l’amaro in bocca nel sapere che non accadrà mai.

Quest’opera può sembrare bizzarra ad un primo sguardo, ma guardando al di là dell’immagine si può carpire ben più di quello che è fisicamente rappresentato.

L’immagine è solo un’immagine e la vera essenza di sé non si riflette in uno specchio.

Virginia Ciccariello


Gli “impacchettamenti” di Christo e Jean-Claude

Pagina correlata: Land art

Cenni biografici

Christo Yavachev è uno dei maggiori rappresentanti della Land Art. Nasce a Gabrovo, in Bulgaria, nel 1935.

Dal 1953 al 1956 studierà all’Accademia di Belle Arti di Sofia. Terminati gli studi sarà presente in varie città tra cui Praga, Vienna, Ginevra e Parigi dove sarà attivo nel movimento Nouveau Réalisme.

I primi lavori

I suoi primi lavori consistono in oggetti comuni (bottiglie, cartoni, ecc.) “impacchettati” per sottrarli al circuito del consumo.

L’oggetto è sempre riconoscibile, ma l’involucro lo priva delle caratteristiche che attraggono maggiormente i consumatori come la qualità del materiale, la funzione pratica o il colore.

L’incontro con Jean Claude e gli “impacchettamenti”

Proprio a Parigi nel 1958 incontrerà la sua futura moglie Jean Claude Denat de Guillebon, con la quale si trasferirà a New York nel 1964.

Da questo incontro nascerà anche una collaborazione artistica e gli “impacchettamenti” diventano monumentali coinvolgendo addirittura interi edifici rivestendoli con tessuti acrilici di diverso colore.

 Opere di questo genere sono Wrapped Roman Wall (1973-74) in cui rivestono le Mura Aureliane di bianco a Roma, Wrapped Pont Neuf (1975-85) a Parigi in cui rivestono di giallo ocra l’antico ponte, Wrapped Reichstag Berlin (1971-95) il parlamento tedesco a Berlino che sarà ricoperto di tessuto di colore argento.

<Nascondere per valorizzare>

Il dichiarato intento dei due artisti è quello di <<nascondere per valorizzare>> riportando l’attenzione sulle cose e sui monumenti dimenticati perché ormai parte dello scenario quotidiano.

Valley Curtain e Running Fence

L'artista Cristo e un impacchettamento sullo sfondo.
L’artista Christo e un impacchettamento sullo sfondo. Foto a bassissima definizione inserita a scopo didattico.

Realizzano questi “impacchettamenti” anche in natura tramite barriere di tessuti che trasformano la fisionomia del paesaggio che le accoglie come si può notare in Valley Curtain (1970-72) in Colorado o in Running Fence (1972-76) a San Francisco.

In quest’ultimo ampi teloni di nylon bianco sono appesi nella campagna californiana ad un cavo d’acciaio sorretto da montanti metallici, e il biancore dei teli si contrappone ai sobri colori del terreno.

Opere, purtroppo, destinate a scomparire

Gli interventi dei due artisti però sono sempre effimeri e destinati ad essere completamente rimossi poiché il loro lavoro sull’ambiente non è finalizzato a modificarlo, ma piuttosto a valorizzarlo e ad attivare nuovi modi di guardare e vivere il paesaggio.

Molti progetti però sono rimasti solo su carta poiché i due artisti si autofinanziano con la vendita dei disegni preliminari, non accettando sponsorizzazioni per non dover limitare la propria libertà creativa e quindi risulta difficile coprire gli ingenti costi di realizzazione.

Inoltre l’impossibilità di realizzare alcuni progetti è dovuta anche a vari ostacoli burocratici e l’opposizione di chi non ne comprende le finalità.

Virginia Ciccariello

BIBLIOGRAFIA

C. Bertelli, La storia dell’arte, Edizione Verde, PEARSON

G. Cricco, F.P. Di Teodoro, Itinerario nell’arte, Seconda Edizione, Zanichelli