Arturo Martini

Arturo Martini è  una figura dominante nel mondo della scultura tra la prima e la seconda guerra mondiale.

Arturo Martini, nasce a Treviso nel 1889, frequenta lo studio dello scultore Antonio Carlini (1906) e dopo aver lavorato presso laboratori di ceramica va a Venezia, dove scopre la plastica di Medardo Rosso.

Si reca poi (1910) a Monaco dove segue le lezioni di Adolfo Hildebrand, studiando su modelli la scultura antica e quella del Rinascimento.

Egli è lo scultore più dotato del Novecento italiano, ed è colui che, tra tutti gli scultori, ha saputo intendere, senza mai assumerne i modi, il senso e il valore della ricerca innovatrice delle avanguardie e dei movimenti del secolo.

Suo è il saggio “La scultura lingua morta”.

Nella sua arte e nei suoi monumenti mantiene sempre un grande ed eclittico controllo delle forme e dei volumi, oltre alla capacità di condurre la materia dalla fantasia all’espressione.

È stato scultore ufficiale del regime fascista.

Alfonse Mucha

Alfonse Mucha (Alphonse o Alfons) (1860 – 1939)

Pagine correlate: Pittori simbolisti A-M – Pittori simbolisti M-Z – Il Simbolismo.

Breve biografia

Alfonse Mucha: Frutta, anno 1897
Alfonse Mucha: Frutta, anno 1897

Alfonse Mucha di origine cecoslovacca (Ivancice) nasce nel 1860.

Frequenta a Praga la scuola delle Belle Arti poi si reca in Germania per fare corsi di perfezionamento presso l’Accademia di Monaco.

Più tardi va a Parigi e vi si stabilirà per un lungo periodo. Proprio in questo soggiorno Alfonse raggiunge la sua massima celebrità con la realizzazione di molti manifesti. Muore nella capitale cecoslovacca nel 1939.

La produzione artistica di Alfonse Mucha comprende una grandissima quantità di opere.

Alfonse Mucha: Maude Adams (1872–1953) as Joan of Arc, poster del 1909, Metropolitan Museum of Art di New York. N.Y.
Maude Adams (1872–1953) as Joan of Arc, poster del 1909, Metropolitan Museum of Art di New York. N.Y.

Fanno parte di questa sua corposa produzione cartelloni pubblicitari, pannelli per decorazioni varie, manifesti per la rappresentazione di spettacoli teatrali (di particolare interesse quelli realizzati per le recite della famosa Sarah Bernhardt, fra i quali è compresa la litografia per la Dame aux camelias), calendari, copertine per varie riviste, copertine ed illustrazioni librarie, e altro ancora.

Ogni immagine viene curata dall’artista con raffinata eleganza: una linea limpida delimita ogni sua figura – generalmente femminile perché più armoniosa nella forma – qualunque sia l’atteggiamento che essa assuma.

Le opere di Mucha, quasi sempre raffigurano fresche e giovani ragazze in abiti stile neoclassico, circondate sempre da motivi floreali che fanno da cornice attorno alla figura.

In molti provarono ad imitarlo, sia nell’arte che nella pubblicità, con risultati spesso deludenti.

Breve biografia di Giovanni Fattori e citazioni

Pagine correlate a Giovanni Fattori: Le opere di Fattori – Il periodo artistico e la critica ai macchiaioli – Pitture e biografie dei Macchiaioli.

Cenni biografici su Fattori (1825-1908)

Fattori - Autoritratto a cinquantanove anni
Fattori – Autoritratto a cinquantanove anni, cm. 58 x 49 Firenze Galleria d’arte Moderna

Giovanni Fattori nasce Livorno, da una famiglia di artigiani, il 6 settembre del 1825.

Sin dalla tenera età Giovanni si diletta con il disegno e ben presto si dedica allo studio dell’arte pittorica

Inizialmente è allievo di Giuseppe Baldini e nel 1846 frequenta con costanza l’Accademia di Firenze, sotto Giuseppe Bezzuoli.

La sua attività di artista si blocca negli anni 1848-1849 perché partecipa alle battaglie dell’Unità d’Italia, poi però ritorna a lavorare, dal vivo, realizzando soggetti militari.

Dopo il 1859, sostenuto da Nino Costa, la sua vita artistica si fa sempre più intensa: nel 1861 partecipa ad un concorso nazionale e vince il primo premio con la famosa opera “Dopo la battaglia di Magenta”, quadro che ha un grandissimo successo, a cui seguiranno altri lavori dello stesso genere. Altro tema ricorrente nelle sue opere è il paesaggio agrario.

Nel 1875 Fattori va a Parigi dove può ammirare i capolavori degli impressionisti, in particolare quelli di Manet, che però non influenzeranno molto la sua arte, ormai già del tutto formata.

Nel 1886 ottiene la cattedra di paesaggio all’Accademia di Firenze, dove è già insegnante dal 1869. Muore a Firenze il 30 agosto 1908.

Le opere di Fattori

Alcune opere dell’artista

Giovanni Fattori - Buoi al carro

Buoi al carro, cm. 40 x 104, Galleria d’Arte Moderna, Firenze.

Giovanni Fattori - Butteri e mandrie in Maremma

Butteri e mandrie in Maremma, cm. 105 x 150, Collezione Taragoni, Genova.

Giovanni Fattori - Campagna romana

Campagna romana, 87 x 173, Museo Civico, Livorno.

Giovanni Fattori - Il campo italiano alla battaglia di Magenta

Il campo italiano alla battaglia di Magenta, cm. 232 x 348, Galleria d’Arte Moderna, Firenze.

Giovanni Fattori - La marcatura dei torelli

La marcatura dei torelli, cm. 86 x 172, Collezione Taragoni, Genova.

Giovanni Fattori - La rotonda dei Bagni Palmieri

La rotonda dei Bagni Palmieri, cm. 12 x 35, Galleria d’Arte Moderna, Firenze.

Giovanni Fattori - Pianura con cavalli e soldati

Pianura con cavalli e soldati, cm. 22 x 61, Museo di Capodimonte, Napoli.

 Citazioni e cenni critici

(tratte dai “Classici dell’Arte”, Rizzoli Editore)

… oggi si tende a spartire recisamente la sua produzione: di qua le battaglie ed altre tele celebrative, di là i piccoli motivi campestri; quelli, prodotti d’obbligo e di mestiere; e questi, illuminazioni geniali e tesori di arte. Contro siffatto vezzo fu spesa [Soffici] qualche franca parola. Per molti aspetti, il Fattori delle tavolette torna in qualsiasi composizione più ampia; dove, fatalmente, il colore si snerva, perde di virtù struttiva e ricorre ad imprestiti chiaroscurali dalla pittura del Costa; mentre si moltiplicano gli elementi illustrativi. Quanto è limpido e stillante nelle tavolette, anticamente adusto in parecchi ritratti, costì, non di rado, il Fattori è laborioso … E badiamo, altresì, che i valori illustrativi, nell’opera militare, son sempre di un maestro. Al loro effetto, tuttavia, il colore ha meno parte; e si scorpora e cade in toni di pastello e pallori d’affresco, da farci pensare a quello che il Fattori avrebbe potuto nella pittura murale, con la quale certe sue opere di maggior superficie (per es. nel Museo Civico di Livorno) sembrano una sorta di compromesso. Allora entra in giucco il nero segno che scolpisce contorni e movimenti: il segno delle acqueforti, di molte delle quali coteste composizioni posson considerarsi quali rifacimenti in grande, ritoccati di qualche povera tinta, che crea un’atmosfera sorda, bruciata: la reale atmosfera della violenza fisica e della guerra. Frattanto, cercando riscontri al Quadrato di Custoza (Galleria d’Arte Moderna, Firenze), non basterà fermarsi all’Esecuzione di Massimiliano [di Manet]. Occorrerà risalire a Goya, piuttosto. Da un’esperienza tutta di povertà e misconoscimen-to, venne all’artista, più tardi, il gusto di certe trascrizioni tragiche … Ciò, in ogni modo, non fa che riportarci nella narrazione; ed una formola in certo modo fuciniana o maupassantiana, più letteraria che plastica. Ripensiamolo, sull’atto di lasciarlo, dove un carro rosso accosto a un pagliaio, alcuni bovi o cavalli che meriggiano, un campo coi solchi pieni di acqua piovana e un alberello che rabbrividisce all’aria raffrescata; lo spaccapietre a un’ombra di verde; una donna col parasole etc. gli offron motivi di potenti costruzioni spaziali, ottenute con il raffronto e l’incastro di semplici piani di colore, d’una purezza di gemme. La virile gentilezza degli incontri di toni, specie nei rossi, nei grigi e negli azzurri, non si rende a parole; come a parole non può rendersi ciò che di più intimo è nel timbro d’una nota. Talvolta, siamo addirittura nell’atmosfera della musica, per un piacere altrettanto diviso da ogni rapporto empirico: piacere che la musica scava nell’estatica sostanza dei sentimenti, e costi è scavato nel primordiale cristallo della luce. La terra toscana, al suo occhio sereno, davvero si esalta con lo splendore di quelle prode d’orti e marine ed altri umani paradisi dell’antico frate! E le sue sparse tavolette, che i più degli italiani ancora ignorano, costituiscono l’unico tesoro che, a distanza di secoli, sia possibile paragonare al tesoro dell’Angelico, là vicino allo studio del vecchio e umiliato ‘professore’, nel Chiostro di S. Marco.  E. cecchi, Pittura italiana dell’Ottocento, Roma-Milano 1926

Nella fama che da morto lo avvolge e già lo solleva alla gloria, sembra che della vita di lui non si sappia altro che la sua onorata povertà. Su essa insistono i molti pittori che scrivono del Fattori, quasi ad ammonire il pubblico di non ripetere oggi contro loro l’iniqua e tardi esecrata dimenticanza. Ma di quanto nella biografia di questo artista può aiutarci a spiegare l’arte sua e le successive maniere, pochi si occupano.

Sono stati, fra gli altri, dimenticati due fatti capitali. Il primo è che Giovanni Fattori non ha mai creduto d’essere un puro paesista, un pittore cioè di vuoti paesaggi, ma sì un pittore di figura il quale adoperava i mille studi e studietti di paese, adesso fortuna dei mercanti e invidia dei raccoglitori. soltanto per comporre gli sfondi convenienti ai suoi quadri di butteri, di bifolchi, di boscaiole, di buoi, di puledri, di soldati, d’accampamenti, di manovre, di battaglie. Il secondo fatto è che Giovanni Fattori fino ai trentacinque o trentasei anni ha dipinto poco e fiacco, e i più dei quadri, quadretti. bozzetti e appunti che oggi si espongono, si lodano, si comprano e si ricomprano, sono tutti dipinti verso i quarant’anni e, dopo, dal 1861 o ’65. Il caso è più unico che raro nella storia dell’arte, ma ci aiuta a capire quel che di meditato, riposato e maturo è nelle sue opere migliori, anche nelle più antiche ingenuamente credute giovanili e primaverili. U. ojetti, Ritratti dipinti da Giovanni Fattori, “Dedalo 1925

… è il primo naturalista che abbia dato una singolare fisionomia alla pittura italiana. … La sua coscienza era così limpida che ha potuto prendere contatto a pieno con le purezze naturali. Le cose egli le ritraeva con tale amore che prendevano uno stile: il suo. L. viani, G. Pallori uomo, “La Fiera letteraria” 27.XII.1925

… In un quadro della Galleria di Firenze, il Riposo, egli ci ha dato alcune immagini dove le linee spezzate del contorno servono come accenti di luce distinguenti masse oscure e masse soleggiate, rivelatrici della visione di una stanchezza torbida sotto il solleone, una stanchezza meridionale, rassegnata, rude, polverosa, vissuta accanto a un muro della campagna romana. Qualche vecchio ronzino, due carri trasandati, un muro chiuso, un terreno abbandonato, sono state le occasioni della fantasia di Fattori, il quale vi ha veduto le sue macchie e le sue linee spezzate, scompositrici di vita sotto l’azione della luce. Un’afa che abbatte, una miseria non soltanto fisica, una spiacevole situazione insomma, proprio perché le mancava ogni pretesa alla bellezza, ha permesso all’artista di rivelare la ‘sua’ bellezza in alcune masse vibranti di tono nel sole. Se ora rivolgete l’attenzione alla famosa Passeggiata di Alberto Cuyo nel museo del Louvre, ‘vi trovate di fronte a una. situazione piacevole … Certo Cuyo ha studiato e ha scelto nella natura con maggior precisione e con maggior capacità di Fattori: proprio per questo Fattori è il solo dei due che abbia compiuto vera opera d’arte. Se la Passeggiata di Cuyo è famosa tra gli studiosi d’arte, il Toro di Potter [L’Aia, Galleria] è familiare ai dotti e agl’indotti del mondo intero; ne hanno valso a intaccare la inaudita celebrità del quadro le riserve critiche del Fromentin … La coerenza stilistica che a Potter manca si ritrova nell’altro Riposo di Fattori, [già] nella collezione Guatino, ove sono sacrificati il balordo rilievo e l’esibizione sfacciata, perché si distendano zone cromatiche, placidamente, come l’ora e il luogo e la solitudine chiedono. Un bue di Fattori è una realtà morale, il toro di Potter è soltanto una illusione fisica. Perciò si può dire che la bestia dipinta da Fattori è più reale di quella di Potter, proprio perché la prima è l’effetto di uno stile, la creazione di un’anima, mentre la seconda è un trucco … Il ritratto di Geertje Matthyssen, opera di Gherardo Terborch nel Museo di Amsterdam, è una vera opera d’arte … Di fronte a [essa], Argia, la cugina di Fattori [Firenze, Galleria d’Arte Moderna], ci appare una becera toscana, vestita da festa, di una vivacità così intensa che non si sa bene se irriti o esalti. La pittura è alla brava, buttata giù con effetto scuro su chiaro, con due tocchi di ombra, capace di un risalto fantastico, di un volume ben determinato senza chiaroscuro, di una forme precisa senza contorno. Anche in questo ritratto dunque, l’adesione della pittura alla personalità del modello è assoluta e perfetta. La sposa toscana del 1861 di fronte alla damina olandese del ‘600, così come la pittura di Fattori di fronte a quella di Terborch, è un’impressione di ardimento di fronte a una impressione di assestatezza. Ma dopo aver riconosciuto il valore artistico di ambedue le pitture, è pur necessario di convenire che lo stile di Fattori è coerente, più immediato, più rigoroso. Nella delicatezza olandese c’è una sapienza, una prudenza, che lusingano e allettano, come valori sociali. Fattori non li conosce, e però la sua ispirazione brilla di luce più intensa e più viva, il suo stile è più semplice e quindi più sintetico. L’aspetto primitivo dell’arte ne sgorga con una forza che sbalordisce.  L. venturi,  il gusto dei primitivi, Bologna 1926

Povera di fantasia e povera di movimento, limitata nei suoi moti espressivi, l’arte del Fattori spiega la sua forza nella riproduzione plastica del vero ordinario. Essa ignora lo stile e lo sviluppo, ma possiede la costruzione e l’impronta secondo natura. La bruna distesa della Maremma, i butteri fra i loro poliedri selvatici e il bifolco allato ai bovi imponenti, i campi e i colli della Toscana, le sue strade, le pinete, le marine, tutti  questi aspetti naturali e viventi, tra i quali si composero e passarono le scene militari del Risorgimento, acquistarono così, nei suoi migliori dipinti il prestigio di una realtà stabilita per sempre, diventarono immagini dell’uso, proverbi della memoria figurativa. Si dica in questo senso che l’arte di Giovanni Fattori è proverbiale. E. somare’, Storia dei pittori italiani dell’Ottocento, Milano 1928

Fattori ha una facoltà rara di far sentire la vastità dello spazio anche in piccole dimensioni: spazio inteso non solo nella sua qualità fisica di profondità, di lontananza, ma proprio nella sua qualità fantastica di ampio respiro, di una robusta costruzione di una scena severa, tagliata a larghi piani… Accanto ai suoi prediletti soldati a cavallo, Fattori amò di pari amore soggetti rustici: bovi … e contadini angolosi e legnosi come le loro bestie: figure impassibili, intarsiate entro un’alternanza di chiari e di scuri che formano e reggono tutta la struttura del quadro, incorporate al cielo, alla terra, insieme con le loro bestie, i loro carri, i loro pagliai; ogni cosa è parte ugualmente necessaria di un tutto unico, senza incidenti particolaristici. Così la rude, rustica visione del Fattori assume un tono morale grave e austero, profondamente umano. La monotonia e l’umiltà dei motivi non toglie, ma aggiunge grandezza, con la sua insistenza, a questo canto tenuto, monocorde.  A. M. brizio, OtIocento-Novecento, Torino 1939

… Solenne, austera, monumentale poesia. Poesia, anzi: senza riserve; che totalmente si esprime attraverso il colore, il segno, la visione del maestro. Una poesia fatta di piena adesione all’immagine. Con una schiettezza, ingenuità e primiti­vità che non hanno riscontro. Il Fattori si cala in blocco nell’immagine. Senza sbavature, senza ondeggiamenti sentimentali, senza significazioni culturali. È una poesia caratteristica-mente appoggiata sul temperamento. Temperamento del Fattori che ha un’impronta di autenticazione superiore a qualsia-si firma. Temperamento schivo e modesto di buon uomo dalla lenta e graduale formazione … Ma temperamento ch’è tutto colorato da un pregio ch’egli sa diffondere e trasfondere più generosamente, aderentemente ed umilmente di qualsiasi altro macchiaiolo, e con una rude sincera forza: l’amore. Infinito e candido amore per le cose: che sa trasferirsi totalmente in un cavallo o in una vacca risaltanti contro il muro, in un paio di bovi al carro (quanto più di sapore letterario il “T’amo, pio bove” carducciano!), in uno stollo contro il cielo, in un alberello distorto sullo sfondo del mare. Ed è l’essenziale energia generatrice di tante e tante tavolette del Fattori. E amore per l’uomo: ch’è partecipazione, simpatia, compassione (nel senso strettamente etimologico) per quel che nell’uomo, sentito nella sua essenza più elementare, sfrondata da civili sovrastrutture, c’è di virile e di solidale di fronte ad un ineluttabile destino e ad una vita che si conquista aspramente, faticosamente. Da ciò scaturisce, senza il menomo sentimentalistico impietosimento, senza pretese di rivendicazioni sociali. l’immedesimazione nelle sue creature (ch’è poi una più alta forma di pietà) : nei suoi butteri spiccanti sull’assolato e desolato orizzonte della Maremma, nei suoi umili spaccapietre tutti concentrati nel gesto, sotto il sole a picco, e – ininterrotta vena d’ispirazione – nei soldati. Non è qui l’ideale patriottico che anima le sue maggiori e un tempo più acclamate tele: ma un senso di partecipazione umana con chi, spogliato di ogni ambizione e di ogni interesse, non ha che da obbedire (o, …. : servire). Ecco il perché di questo continuo pullulare di soldati, isolati o serrati nella concorde disciplina d’una azione, monumentalmente statici … o travolti dal violento dinamismo delle cariche e dei traini di batteria, fissati di per sé nella loro squallida e goffa caratterizzazione o sentiti come elemento complementare del paesaggio e proprio per quella loro indifferente impermeabilità.    G. e G. pischel, Pittura europea dell’Ottocento, Milano 1945

Fattori, liberato dai paraocchi delle accademie, messo appena sulla via delle nuove ricerche dal contatto pieno col vero, con la vera luce, coi veri aspetti della vita contemporanea, trovò, per sincerità di ispirazione e per genialità poetica, il suo nuovo linguaggio … [Nei quadri più grandi] non è sviluppato coerentemente il principio della ‘macchia’, quale appare dalle tavolette: altra prova dell’immediatezza di quei raggiungimenti. Ma c’è la stessa visione grandiosa e pacata, pur espressa con diverso linguaggio, e quella stessa aderenza al motivo che salva le composizioni dalla magniloquenza.      F. russoli, Appunti sui macchiaioli, “Arti figurativi” 1946

Bibliografia:

  • Rivista ARTE A LIVORNO…e oltre confine, vari servizi sul periodico, di Mauro Barbieri,  dal 2000 al 2010.

  • Catalogo generale dell’opera di Giovanni Fattori R.De Grada, G. Malesci.

  • Itinerario umano dell’arte, Milano, 1957.

  • Giovanni Fattori, non soltanto un problema di formazione, T. Panconi, in “Antologia dei Macchiaioli” dello stesso T. Panconi, Pisa, 1999.

  • Il Nuovo dopo la Macchia, origini e affermazione del Naturalismo toscano, T. Panconi, Pacini Editore, Pisa, 2009″.

Nascita del Novecento italiano

Nascita del Novecento italiano

Quei sette pittori italiani: Nel 1922  Lino Pesaro, gallerista di grande talento ed un critico influente, come Margherita Sarfatti, propongono a sette pittori di talento della provincia di Milano, un sodalizio.  I pittori sono: Leonardo Dudreville, Achille Funi, Anselmo Bucci, Gian Emilio Malerba, Ubaldo Oppi, Mario Sironi e Pietro Marussing.

Il programma è molto ambizioso: deve porsi  in antitesi con gli ultimi movimenti artistici dell’avanguardia futurista e, senza un indirizzo di stile ben definito,  deve cercare di rifarsi alle tradizioni italiane, soprattutto lombarde, di naturalismo né descrittivo né impressionistico.

Ottenendo un enorme consenso alla Biennale di Venezia del 1924, i pittori decidono di allargare il sodalizio a tutti i migliori artisti delle nuove generazioni. Nasce così il Novecento Italiano, che varca i confini nazionali spingendosi oltreoceano, fino a Buenos Aires.

Serafino de Tivoli

PITTORE SERAFINO DE TIVOLI (1826-1892)

Serafino de Tivoli nasce a Livorno nel marzo del 1826 ed è colui che, nelle riunioni del Caffè Michelangelo, porta le novità della Scuola di Barbizon, accompagnate da bozzetti illustrativi.

Serafino è anche il primo a mostrare esclusivamente opere naturalistiche all’Esposizione Nazionale del 1861. Viaggia molto in Francia ed in Inghilterra.

Nel 1890, al Salon di Parigi, riceve il premio per l’opera “Le lavandaie sulla Senna”. Muore a Firenze nel 1892, povero e dimenticato dal pubblico.

Bibliografia: “Paesaggisti dell’Ottocento”, Marco Valsecchi, Ed. Bompiani/Electa.

Un’opera dell’artista:

Serafino De Tivoli - La pescaia a Bougival
La pescaia a Bougival, cm. 89,5 x 116, collezione privata, Livorno

Lacombe Georges

Pittore simbolista Georges Lacombe (1868 – 1916)

Nasce nel 1868 a Versailles da famiglia benestante.

Inizia sin da giovane l’attività artistica ed a diciotto anni ha già un atelier tutto suo, l’”Ergastère”, come lo hanno definito gli appartenenti al gruppo dei Nabis.

L’atelier verrà in seguito decorato da Sérusier, un altro simbolista come Lacombe.

Dopo questa esperienza Georges lavora per un certo periodo da Alfred Roll e poi frequenta l’Académie Juiian, dove entra in diretto contatto con il gruppo dei Nabis.

Tre opere di Georges Lacombe:

15 Georges Lacombe - I montoni neri

I montoni neri, anno 1892, olio su tela, cm. 58 x 77, Galleria del Levante, Monaco

17 Georges Lacombe - Mare grigio

Mare grigio, anno 1890, olio su tela, cm. 82 x 61, Galleria del Levante, Monaco

29 Georges Lacombe - La raccolta del grano saraceno n Bretagna
La raccolta del grano saraceno in Bretagna, anno 1895, olio su tela cm. 48 x 63, Collezione Monod-Herzen.

Maillol Aristide

Pittore simbolista Maillol Aristidel (1861 – 1944)

Maillol Aristide
Maillol Aristide

Aristide Mallillol nasce nel 1861 a Banyuls-sur-Me. All’età di ventiquattro anni frequenta l’Accademia di Belle Arti di Parigi dove ha per maestri Cabanel, Géróme e Laurens.

Il mondo della pittura è quello a cui è più interessato. Gli piacciono le suggestive opere di Gauguin e la ricchezza del corposo colore di Cézanne. Entra in diretto contatto con il gruppo dei Nabis e diventa un pregiatissimo consulente degli stessi membri.

Per un breve periodo Aristide Maillol realizza cartoni per arazzi destinati alla sua piccola azienda artigianale che provvede alla loro tessitura.

Il lavoro dei disegni è piacevolissimo, ma i vari solventi che impiega, in breve tempo mettono in serio pericolo i suoi occhi ed è costretto ad interrompere l’attività. Passato il periodo di malattia si dedica all’arte della scultura.

Aristide è sempre alla ricerca della bellezza e della perfezione, oltre che dell’originalità, e propone un linguaggio che generalmente rimarrà intatto per tutta la sua carriera artistica.

Se ci soffermiamo ad esempio su “La montagna” (1937, custodita a Parigi nel Musée Nationale d’Art Moderne), rappresentante una donna nuda seduta, ci accorgiamo che è una semplice variazione della tematica di “Mediterraneo” (1905, custodita a New York nel Museum of Modern Art).

La sua scultura classicheggiante, per quanto pregiata ed apprezzata dagli studiosi di Storia dell’arte, potrebbe portare all’errata convinzione di un nuovo “inizio”, invece rappresenta la fine di una tradizione.

Nel 1945, ad un anno dalla sua morte, fu aperto a Parigi un Museo a lui completamente dedicato.

Paul Ranson

Pittore Paul Ranson (1864 – 1909)

Pagine correlate: Pittori simbolisti A-M – Pittori simbolisti M-Z – Il Simbolismo.

Breve biografia

Paul Ranson: Bagnante, anno 1890, olio su tela, cm. 61 x 50, Galleria del Levante, Roma.
Paul Ranson: Bagnante, anno 1890, olio su tela, cm. 61 x 50, Galleria del Levante, Roma.

Paul nasce nel 1864 a Limoges da famiglia facoltosa.

Inizia i suoi studi nel campo artistico da giovanissimo, incoraggiato dalla famiglia che vede in lui grandi doti pittoriche.

Dopo aver terminato con profitto gli studi alla Scuola d’Arte Decorativa di Limoges, si scrive all’Accademia Julian. Qui conosce il gruppo dei Nabis dove entra come componente.

Il gruppo si riunisce una volta alla settimana presso il suo studio.

Paul Ranson: Nudi con leone, anno 1990, olio su tela, cm. 72 x 90, Galleria del Levante, Roma.
Paul Ranson: Nudi con leone, anno 1990, olio su tela, cm. 72 x 90, Galleria del Levante, Roma.

Nel 1891 il gruppo Nabis allestisce la sua  prima mostra nella struttura della Galleria Le Bare de Boutteville.

Paul parteciperà in seguito a tutte le manifestazioni artistiche organizzate dal suo gruppo.

Più tardi, influenzato da Maillol si dedicherà per un certo periodo alla realizzazione di molti cartoni per arazzi.

Un anno prima della sua morte, nel 1908 insieme alla moglie, fonda l’Accademia Paul Ranson dove, oltre a loro, insegneranno gli artisti componenti il gruppo dei Nabis.

Muore, ancora giovane, il 20 febbraio del 1909.

Altre due opere dell’artista

Paul Ranson: Donna in rosso, anno 1893, tappezzeria cm. 150 x 100, Collezione Ranson Parigi.
Paul Ranson: Donna in rosso, anno 1893, tappezzeria cm. 150 x 100, Collezione Ranson Parigi.
Paul Ranson: Ragazza con fiori, anno 1890, olio su tela, cm. 150 x 70, Galleria del Levante, Roma
Paul Ranson: Ragazza con fiori, anno 1890, olio su tela, cm. 150 x 70, Galleria del Levante, Roma.

Louis Anquetin

PITTORE LOUIS ANQUETIN (1861 – 1932)

Pagine correlate: Pittori simbolisti A-M – Pittori simbolisti M-Z – Il Simbolismo.

Breve biografia

Louis Anquetin nasce nel 1861 ad Etrepagny ed è amico del pittore Cormon, del quale frequenta assiduamente l’atelier.

Stringe una duratura e sincera amicizia con Henry Toulouse-Lautrec e Bernard Louis. Diventa un membro attivo del Groupe Petit Boulevard al quale appartiene anche Van Gogh.

Nell’anno 1898 riesce a partecipare all’Esposizione a Bruxelles organizzata da un nuovo movimento artistico denominato “Les XX”.

Più tardi conosce altri esponenti del mondo artistico, fra i quali i pittori dei gruppi Pont-Aven e Nabis. Muore nel 1932 a Parigi.

Un’opera dell’artista

Louis Anquetin: Ponte nuovo a Parigi (anno 1889 olio su tela, cm. 118 x 125, Galleria del Levante, Monaco.
Louis Anquetin: Ponte nuovo a Parigi (anno 1889 olio su tela, cm. 118 x 125, Galleria del Levante, Monaco.

Pierre Bonnard (1867 – 1947)

Il simbolista Pierre Bonnard (1867 – 1947)

Pagine correlate all’artista: Pittori simbolisti A-M – Pittori simbolisti M-Z – Il Simbolismo.

Pierre nasce a Fontenay-aux-Roses il 3 ottobre del 1867, nei pressi di Parigi, dove trascorre tutto il periodo della sua infanzia. I suoi genitori sono Eugène Bonnard, che ha un prestigioso impiego come capo gabinetto presso il Ministero della Difesa (della guerra) ed Elizabeth Mertzdorff, di origine alsaziana.

Frequenta con diligenza e profitto gli studi liceali e nel 1887 si iscrive alla facoltà di legge all’Università, ma molto presto si accorge di essere più portato per le materie filosofiche ed artistiche, dato che il suo rendimento all’Università è molto scarso.

Studia all’Accademia di Belle Arti, frequenta quasi contemporaneamente la scuola d’Arte Decorativa e più tardi si iscrive all’Accadémie Julian. Qui fa conoscenza con alcuni giovani pittori ai quali si unirà presto per formare il gruppo dei Nabis. Questi artisti sono Roussel, Vuillard, Ranson, Denis, Sérusier e Ibeis.

Dopo una breve pausa, dovuta ai doveri militari, apre uno studio a Parigi insieme a due artisti del gruppo: Denis e Vouillard. Realizza il suo primo manifesto e le sue prime litografie all’età di ventiquattro anni, rispettivamente per una azienda vinicola e la Rivista Revue Bianche con la quale collaborerà in modo assai dinamico ed efficiente. Tra il 1891 ed il 1892 partecipa a due importanti esposizioni organizzate al Salon des Indipendants riscuotendo ampi consensi sia dal pubblico che dalla critica.

Dal 1896 collabora con Sérusier per la realizzazione di alcune importanti scenografie ed allestisce una mostra personale presso la struttura di un importante mercante d’Arte.

Ormai le sue opere sono conosciute a livello internazionale e di conseguenza viene invitato in diversi paesi per le sue personali manifestazioni artistiche.

La sua attività è molto ricca in più campi ed il nuovo secolo lo trova molto disponibile alla partecipazione ai nuovi movimenti artistici, ai viaggi internazionali (compresi gli USA) ed alla letteratura, con l’illustrazione di opere di diversi autori tra le quali «Histoires naturelles» di Renard, « Parallèlement » di Verlaine, e « La 628-E8 » di Mirbeau.

Il pittore muore il 23 gennaio del 1947, a cinque anni di distanza dalla morte della moglie Marthe, che era  la principale ispiratrice dei suoi temi.

Bibliografia:

  • “Le Bonnard que je propose”, T. Natanson, Ginevra, 1951.
  • “Bonnard lithographe”, C.Roger-Marx, Montecarlo, 1952.