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IL REALISMO ITALIANO
Il rispetto per il reale si trasmette in tutta l'Italia nella seconda metà dell'Ottocento in numerosissimi liberi cenacoli artistici. L'olandese Anton Sminck Pitloo (1791-1837), vincitore della cattedra di paesaggio all'Istituto di Belle Arti di Napoli, invita con fermezza gli artisti della città e altri che la frequentano, a sganciarsi dalle consuetudini scenografiche, per favorire una pittura realizzata a cielo aperto, per gettare con fluidità le prime impressioni in studi e bozzetti. Il consiglio di Pitloo viene ascoltato dagli allievi della Scuola di Posillipo (da lui fondata intorno al 1820), della quale Giacinto Gigante (1806-76) è l'esponente di spicco. Giacinto Gigante, pittore e acquerellista, si svincola in brevissimo tempo da Sminck Pitloo con le sue genuine e capricciose vedute in ambito napoletano delle zone di Posillipo, riscuotendo grandi consensi presso la corte borbonica. Nel 1830 pubblica una serie di litografie con panoramiche di Napoli e dintorni e la corte zarista, per la quale nel 1846, mette insieme una raccolta di vedute dell'Isola.
In collaborazione con la Scuola di Posillipo agli inizi, c'è anche l'artista Filippo Palizzi (1818-99), che inaugura a Napoli il verismo descrittivo e analitico, che non piace a Giacinto Gigante. Nelle sue tele, quasi tutte piccolissime come dimensioni, Palizzi preferisce la rappresentazione di animali domestici, ritratti con la visione di una storiella appassionata. Alle ispirazioni avute dal naturalismo dei pittori fiamminghi, si intercalano nei suoi lavori le influenze della cultura di sapore barocco. Anche suo fratello Giuseppe è un artista affermato ma la sua pittura è piena di spunti tecnici, tematici e stilistici dei pittori francesi Corot e Courbet, conosciuti ed ammirati durante il suo soggiorno parigino. Filippo Palizzi a Parigi viene raggiunto, nel 1867, dal pugliese Giuseppe De Nittis (1846-84), veterano della famosa Scuola di Resina istituita intorno al 1861 sulle pendici occidentali del Vesuvio con il proposito di dipingere dal vivo. Questa scuola, dove insegna anche Adriano Cecioni (1836-86), grande teorico del gruppo macchiaiolo, approva i fondamenti di questi ultimi nel riportare sulla tela le sensazioni provenienti direttamente dalla natura, sostituendo alla pittura sfumata quella con degradazione a macchie. Dopo quasi cinque anni di lavoro fatto insieme, il gruppo si scompone. Grande amico di Filippo Palizzi è il napoletano Domenico Morelli (1826-1901), che si distacca dall'ambito delle tradizioni locali per far fronte alle grandi composizioni, gettandosi a pieno verso la tendenza estetico-letteraria dell'eclettismo internazionale. Michele Cammarano (1835-1920) abbandona la scuola del Palizzi alternando tematiche a sfondo familiare con quelle patriottiche, i contenuti popolari con le rappresentazioni della vita di tutti i giorni. Antonio Mancini (1852-1930) riceve nell'Istituto delle Belle Arti napoletano la dottrina del Morelli. Con dei tocchi di pennello smagliati e decisi, tra colpi di luce e gradazioni accese e sfavillanti, egli segue gli avvenimenti quotidiani dei monelli, dei ciarlatani, dei circolanti, dei chierichetti della Napoli del periodo, senza includerli in una disagevole soddisfazione pittoresca, nobilitandoli a una rispettabilità di espressione illuministica La Lombardia è in una continua ricerca della propria identità nell'ambito degli Asburgo. I fratelli milanesi Induno Domenico e Girolamo (rispettivamente 1815-78 e 1827-90), nell'età matura, prendono parte con dedizione agli avvenimenti nazionalistici del Risorgimento con raffigurazioni molto accurate e con tanta vena poetica, in tematiche da redattori di cronaca e di aneddoti. Il loro è un piccolo mondo popolato da sarte, combattenti, commessi, personaggi modesti che pensano soltanto al vivere quotidiano. La storia diventa una cronaca continua anche negli avvenimenti insignificanti; è la realtà del coinvolgimento che non si perde nella passionalità del melodramma. Angelo Inganni (Brescia 1807-80) abbandona lo studio di 'Hayez, e alle opere di grandi dimensioni con raffigurazioni a tematiche storiche, egli predilige soggetti che lo rendono un attento osservatore degli avvenimenti di vita quotidiana mentre gira per le strade popolate di gente, per i vicoli caratteristici e per i raffinati sobborghi di Milano. Con eleganza un po' provocante, Mosè Bianchi (Monza 1840-1904) raffigura gli ambiti della borghesia e le prospettive milanesi, comprese quelle nelle varie parti della provincia. Le brillanti gamme cromatiche presenti nei paesaggi con i navigli milanesi e di tutta la Brianza, di Emilio Gola (1851-1923), come pure la decisa pennellata con cui mette in luce la raffinatezza delle eleganti figure femminili, sono un tramite tra il linguaggio degli scapigliati e quello del primo Novecento italiano. In Piemonte la pittura a tematica paesaggistica incontra un vasto svolgimento nei ricordi romantici con l'artista-poeta, scrittore, pittore e politico Massimo d'Azeglio (1798-1866), e con il suo massimo esponente Antonio Fontanesi (1818-82). Nato in Emilia e fattosi piemontese sin dal primo giorno in cui si reca per prendere parte attivamente, nel 1848, alla prima guerra d'indipendenza, il Fontanesi che non ha mai aderito a specifiche scuole regionali, apre i suoi orizzonti soprattutto alle nuove e mutabili caratteristiche europee, assorbite durante il suo instancabile peregrinare. A Parigi il pittore fa conoscenza con paesaggisti francesi di grosso calibro, la maggior parte dei quali, presentatigli dal suo amico Corot; a Londra entra in contatto con Constable e Turner; a Firenze, nel 1867, egli rafforza la sua amicizia con il macchiaiolo Cristiano Banti, tanto da stabilirsi e lavorare nel suo studio; va in Giappone, e a Tokyo insegna presso l'Accademia Imperiale. Muore a Torino dopo alcuni anni di insegnamento su temi paesaggistici all'Accademia Albertina. A Rivara si riunisce un gruppo di artisti piemontesi e liguri tra i quali spiccano Alfredo D'Andrade (1839-1915), Carlo Pittara (1836-90), e Vittorio Avondo (1836-1910), con l'unico scopo di dedicarsi alla pittura dal vivo. La Scuola di Rivara si costituisce verso il 1862, raggiunge la vetta più alta negli anni tra il 1865 e il 1870 e diffonde il linguaggio del movimento realista a tema paesaggistico in tutta l'Italia del nord. Parlando sempre d'Italia, nel Veneto, Giacomo Favretto (1849-87) realizza composizioni di piccolo formato, ricche di energiche gamme cromatiche, su temi di vita quotidiana, soffermandosi sulla scena popolare veneziana. Guglielmo Ciardi (Treviso 1842-1917) lascia l'Accademia Veneziana, dove si è formato, per dedicarsi alla ricerca di nuovi stimoli che lo condurranno nel mondo macchiaiolo toscano. Questi stimoli lo incoraggeranno a sviluppare una tecnica più decisa, a dirigere la sua pittura verso una più raffinata sensibilità cromatica ed una tematica paesaggistica piena di luminosità, testimoniata dai suoi capolavori riguardanti le vedute della laguna di Venezia e i soleggiati paesaggi del Sile. Anche Federico Zandomeneghi (Venezia 1841-1917) nella sua permanenza a Firenze tra il 1862 e il 1865 viene influenzato dalla pittura macchiaiola, che durerà una decina di anni, periodo nel quale sviluppa temi sociali, per poi venire coinvolto con forza nella pittura impressionista francese. Frammenti: Realismo significa raffigurare soggetti come effettivamente appaiono nella realtà. Il termine "realismo" è propriamente assegnato al movimento artistico che ha origine verso la metà del XIX secolo, in contrasto all'approccio altamente soggettivo del Romanticismo. Il termine "realista" impiegato per descrivere un'opera d'arte, indica la raffigurazione di soggetti, tanto fedele da poter risultare talvolta anche "sgradevole", specialmente se confrontata con schemi di bellezza classica. Il Realismo, spesso descrive scene semplici ed umili di vita quotidiana, ma alcune volte anche i grandi temi sociali. Il quadro dello scandalo? Eccolo!. La pittura realista contrasta la pittura idealista, la pittura romantica e la pittura che coinvolge l'animo umano. Il promotore del Realismo è il pittore francese Gustave Courbet. La tendenze alla pittura realistica nella storia dell'arte si sono rese evidenti agli studiosi nei dipinti di artisti molto diversi tra loro: Giotto, Caravaggio, Jan Vermeer, Goya, Jean-Baptiste-Siméon Chardin. Anche nel Novecento ci saranno tendenze realistiche con esponenti come Georg Grosz e Otto Dix, i messicani David Alfaro Siqueiros e Diego Rivera, l'italiano Renato Guttuso e i pittori di "Corrente" che evidenzieranno il rapporto tra società ed arte dando valore alla verità del contenuto. |
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