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Quando Niccolò V fu eletto papa,
commissionò all'Angelico la decorazione di un modesto spazio
all'interno di una torre duecentesca dei palazzi vaticani, che
aveva poco prima trasformato in cappella per uso privato. Il
locale era già stato fatto decorare da Niccolò III, ma per
ordine del nuovo pontefice quelle decorazioni vennero distrutte
per dare posto alle nuove raffigurazioni (fonte: Redig de Campos,
Catalogo della mostra, 1955). La Cappella fu dedicata ai santi
Stefano martire e Lorenzo martire, e gli episodi raffigurati
dall'artista sulle pareti narrano momenti della loro vita,
tratti dagli "Atti degli apostoli". Le composizioni si svolgono
su due superfici – superiore ed inferiore – delimitate da una
sporgenza del muro: quella alta è dedicata a Santo Stefano,
l'altra, a san Lorenzo; le narrazioni raffigurate vengono
snodate rispettando un esatto parallelismo che comprende tre
pareti; la quarta parete, corrispondente a quella di fondo, è
priva di affreschi ed occupata da un altare (certamente non più
quello originale in cui era dipinta una Deposizione
dell'Angelico, come si ricava da "Le Vite del Vasari", ed.
1550). La decorazione pittorica continua con immagini di Dottori
della Chiesa, sulle lesene che delimitano le composizioni
parietali, e dai quattro Evangelisti raffigurati nelle vele del
soffitto.
Gli sguanci delle due finestre
quattrocentesche recano una
decorazione – secondo Mario
Salmi (1958) riferibile alla
scuola dell'Angelico – riportata
alla luce durante i restauri
eseguiti nel 1913, costituita
alternativamente da rosoni,
teste di Cristo, profeti e
patriarchi. Gli affreschi della
Cappella, che vennero portati a
termine intorno al 1450, vengono
menzionati sin dalle antiche
fonti (Leon Battista Alberti
nella "Descrittione di tutta
Italia" del 1550, e dal Vasari).
Per quanto riguarda
l'autografia, questa viene
universalmente riconosciuta
all'artista, pur convergendo
nell'ammissione di possibili
interventi di Benozzo Gozzoli
(Firenze, 1421 – Pistoia, 1497),
soprattutto nella stesura delle
storie di Santo Stefano. Resta
comunque certo che l'ideazione,
sia quella relativa
all'impostazione che
all'esecuzione, è frutto di
Beato Angelico.
L'Argan definisce felicemente
"opere latine" le composizioni
della Cappella Niccolina, come
una congiunzione tra il pensiero
religioso e quello umanistico
nell'arte pittorica
quattrocentesca.
La cappella ha subìto, nell'arco
dei secoli, diversi
danneggiamenti seguiti da
rifacimenti, talvolta anche
inopportuni. Si è dovuto
arrivare al 1947, quando
importanti restauri – protratti
per circa quattro anni –
hanno rimosso queste
ridipinture, facendo ritornare
alla luce i motivi originali con
tendaggi damascati, variati
sotto ogni scomparto con lo
stemma di Niccolò V al centro.
Il restauro del 1947-51 ha messo
in evidenza diversi dati
relativi alla tecnica impiegata
dall'artista: non vi è traccia
che faccia pensare al trasporto
del preventivo "disegno su
cartone" all'intonaco, e, per di
più, è affiorata una sommaria
sinopia color seppia che
testimonia una tecnica
d'affresco decisa e scorrevole,
con successivi apporti
rifinitivi a tempera (Catalogo
della mostra, 1955, da Redig de
Campos, "Rendiconti della
pontificia Accademia di
Archeologia", 1950).
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