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L'opera in esame, insieme alla "Pallade che doma il
centauro" ed alla "Primavera", apparteneva alla collezione dei
"Popolani" Lorenzo e Giovanni di Pierfrancesco de' Medici. Il
dipinto, che si trovava esposto nella villa di Castello (presso
Firenze), seguì le stesse vicende della "Primavera",
cioè, uscì dalla guardaroba dei granduchi per pervenire, nel 1815,
nell'attuale sede. Secondo il Meyer (1890), il tema è tratto da
alcuni passi di Ovidio (Metamorfosi, 11 27; Fasti. V 217) il quale
parla dell'Ora che reca in mano il mantello da porgere a Venere
Anadiomène. Per altri, invece è tratto da Omero o da alcuni autori
della letteratura umanistica. Più attendibili sono le
identificazioni tematiche del Gombrich (1945) e dell'Argan (1956), i
quali vi lessero una valenza neoplatonica: il primo la descrive il
tema ancor meglio del secondo, identificandovi la nascita
dell'Humanitas, concepita dalla Natura per via dei suoi quattro
elementi, in seguito all' unione della materia con lo spirito.
Da un'attenta osservazione della composizione, alcuni
studiosi ipotizzano che alla tela – nella parte alta – sia stata
ritagliata una fascia della misura dai trenta ai trentacinque
centimetri (le altezze delle altre opere sono 203 per la Primavere e
207 per la Pallade). Per quanto riguarda la cronologia, si pensa che
la "Nascita di Venere", insieme alla "Pallade che doma il centauro",
sia stata realizzata dal Botticelli al suo ritorno a Firenze da
Roma. Le datazioni più attendibili sono comunque quella del Bode che
gli assegna una esecuzione intorno al 1478, e quella di Schmarsow ed
Argan che gli attribuiscono il biennio 1485-86. Yashiro [1929]
ipotizza il 1487.
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