Lettera
al Varchi
Al
molto dotto M. Benedetto Varchi mio onorando
II proponimento mio, M. Benedetto vertuosissimo, è di
scrivervi, in quel modo, ch'io saprò più chiaro e breve,
quale delle due più eccellenti arti, che con le mani si
facciano, tenga il grado principale, e queste saranno la
pittura e la scultura; e prima ponendo le ragioni
dell'una e poi quelle dell'altra, le verrò comparando
insieme, e così si potrà vedere a quale di loro si debba
l'altra preporre. E perché io intendo d'accostarmi
dall'una delle due, come in verità mi pare accostarmi
alla più vera parte, cioè dalla parte della pittura,
pigliare per ora la sua difesa, ponendo nondimeno le
ragioni della parte opposita fedelmente, e con quanta
verità più per me si potrà; materia in vero molto
difficile, che arebbe bisogno di lunga e diligente
considerazione: ne io prometto però parlarne a pieno,
ma, come io dissi, più chiaro e più breve, che io potrò.
Sogliono adunque quegli, che delle sculture sono o artefici o
partigiani, addurre fra l'altre loro ragioni che la scultura par
essere più perpetua che la pittura, e per questo volere che ella
sia molto più bella e più nobile, perché dicono che, quando dopo
lunga fatica si conduce a somma perfezzione qualche opera,
durando lungo tempo tanto più si viene a godere, e così viene
più lungamente a rifrescare la memoria di quelli tempi ne' quali
o per quali ella fu fatta;
adunque è più utile che la pittura. Dicono ancora che con molto
maggior fatica si fa una statua che una figura dipinta, per
rispetto del subbietto durissimo, come sarebbe marmo o porfido o
altra pietra; et ancora aggiungano che, non si potendo porre
onde si leva, talché, avendo storpiato una figura, non si può
più racconciare, e la pittura potendosi infinitamente e
cancellare e rifare, essere di molta più industria et aver
bisogno di molto più giudizio e diligenza che la pittura, e per
questo essere e più nobile e più degna. Aggiungano che, dovendo
ambedue le dette arti immitare et assomigliarsi alla natura, lor
maestra, e la natura faccende le sue operagioni di rilievo e che
si possano toccare con mano; e così, dove la pittura solo è
obbietto del vedere e non d'altri sensi, la scultura, per essere
cosa di rilievo altresì, in che modo somiglia la natura, non
solo del viso, ma è ancora subbietto del toccamente, e per
questo, essendo conosciuta da più sensi, sarà più universale e
migliore. Dicono appresso che, dovendo farsi dagli scultori
quasi sempre le statue tonde e spiccate intorno, o vestite o 'gnude
che siano, bisogna aver sommo riguardo che stiano bene per tutte
le vedute, e se ad una veduta la loro figura ara grazia, che non
manchi nell'altre vedute, le quali, rivolgendosi l'occhio
intorno a detta statua, sono infinite per essere la forma
circolare di tal natura; dove così non avviene al pittore, il
quale non fa mai in una figura altro che una sola veduta, la
quale sceglie a suo modo e, bastandogli che per quel verso che
la mostra abbia grazia, non si cura di quello che arebbe
nell'altre vedute, che non appariscono; e per questo esser di
nuovo più dificile. E seguitando alla sopradetta ragione, dicono
che molto è più bello e dilettevole trovare in una sola figura
tutte le parti che sono in uno uomo o donna o altro animale,
come il viso, il petto e l'altre parti dinanzi, e volgendosi
trovare il fianco e le braccia e quello che l'accompagna, e così
di dietro le schiene, e vedere corrispondere le parti dinanzi a
quelle dallato e di dietro, e vedere come i muscoli cominciano e
come finiscano, e godersi molte belle concordanzie, et insomma
girandosi intorno ad una figura avere intero contento di vederla
per tutto; e per questo essere di più diletto che la pittura.
Vogliono ancora innalzarla con dire la scultura esser molto
magnifica e di grandissimo ornamento nelle cittadi, perché con
quella si fanno colossi e statue, sì di bronzo e sì di marmo e
d'altro, che fanno onore agli uomini illustri et adornano le
terre e pongon voglia, negli uomini che le veggano, di seguitare
l'opere virtuose per avere simili onori, onde ne segue
grandissima fama e giovamento. Ne mancano di dire che bisogna
essere molto avvertito nelle sculture d'osservare tutte le
misure, come di teste e braccia e gambe e di tutte l'altre
membra, per esservi la riprova sempre in pronto, ne si potere
difraudare misura alcuna, come se può nelle pitture, dove non è
tanta riprova, ne essere di manco contento che difficultà
trovarle in essere reale e da poterle misurare a sua voglia, il
che della pittura non avvien sempre; e per questo la scoltura
esser cosa manco fallace e più vera. Mostrano ancora che la
scultura, oltre alla grandezza dell'artifizio, sia di non
piccolo utile, potendosi servire di sue figure per reggere, in
cambio di colonna o di mensole, o sopra fontane per gittar
acqua, o per sepolture, o per infinite altre cose che si
veggiono tutto il giorno, dove della pittura non può farsi altro
che cose finte e di niuna utilitade, altro che di piacere;
e per
questo essere più utile la scultura.
Dell'altra parte, cioè dal canto della pittura, non mancano le
risposte a tutte le ragioni addotte dalla scultura, anzi pare, a
quegli che la pittura favoriscano, averne molte più; e dicono,
rispondendo quanto alla prima ragione, dove si dice la scultura
essere più durevole per essere in più saldo subbietto, che
questo non si debbe attribuire all'arte, perché non è stato in
poter dell'arte il fare il marmo o "l porfido oItre pietre, ma
della natura, ne in questo si conviene a -"^ lode alcuna di più,
se non come se il suo subbietto fosse terra o cera o stucco o
legname, o altra materia manco durabile, esercitandosi, come
ognuno sa, solo l'arte nella superfìcie. Rispondono ancora alla
seconda ragione in questo modo, dove gli scultori adducano la
difficultà tanto divolgata, cioè di non potere porre, ma solo
levare, et essere gran fatica a far tale arte per avere le
pietre dure per subbietto; rispondono — dico — che, se vogliono
dire della fatica del corpo circa lo scarpellare, che questo non
fa l'arte più nobile, anzi più presto gli toglie dignità, perché
quanto l'arti si fanno con più esercizio di braccia o di corpo,
tanto più hanno del meccanico, e per conseguente sono manco
nobili; che, se ciò non fosse, sarebbero da lodarsi per arti
belle infinite che sono tenute a vile, come gli scarpellini che
lavorano alle cave o che scarpellano le strade, o quegli che
zappano, o scamatini o maniscalchi o simili; ma se vorranno dire
della fatica dell'animo, dicono che non solo la pittura gli è
eguale, ma la trapassa di gran lunga, come si dirà più di sotto.
E dove dicono non si poter porre quando si sia troppo levato,
dicono che, quando si dice scultore o pittore, s'intende
eccellentissimo maestro o in pittura o in scultura, perché non
si deve ragionare di quegli che solamente sono nati per
vituperare o l'una o l'altra arte; onde non si dee credere che
uno scultore eccellente levi dove non bisogna, perché altramente
non farebbe quello che ricerca l'arte, ma farà il suo modello
tanto fornito, dove potrà aggiugnere e levare molto più
facilmente che il dipintore, e di poi, trasportandolo all'opera
con fedeli misure, non ara di bisogno di porre per aver levato
troppo. Ma quando pure volessi o gli bisognassi porvi, chi non
sa che acconciamente possano? Or non si fanno i colossi di molti
pezzi? Et a quante figure si rifanno i busti e le braccia e
quello che manca loro! Senza i tasselli, che si veggiano in
dimolte figure, che sono uscite nuove con simili toppe di mano
del loro artefice, sì che ne in questo consiste l'arte, perché
quando una figura sia d'infiniti pezzi, pur che stia bene, non
da noia alla bontà dell'arte. Dicano, rispondendo alla terza
ragione, che bene è vero che ambedue le dette arti si fanno per
imitare la natura, ma quale delle due più conseguiscano
l'intento loro, risponderanno più di sotto; solo dicono che, per
questo, non imitano più la natura per far di rilievo che
altrimenti, anzi tolgono la cosa che già era di rilievo fatta
dalla natura, onde tutto quello che vi si truova di tondo o di
largo o l'altro non è dell'arte, perché prima vi erano e
larghezza et altezza e tutte le parti che si danno a' corpi
solidi, ma solo è dell'arte le linee che cercondando detto
corpo, le quali sono in superficie; onde, com'è detto, non è
dell'arte l'essere di rilievo, ma della natura, e questa
medesima risposta serve ancora dove dicano del senso del tatto,
perché il trovare -la cosa di rilievo di già è detto non essere
dell'arte.
il bronzino
Lettera a Michelangelo
Al mag.co et ecc.mo Messer Michelagnolo Buonarroti,
mio sempre osser.mo, a Roma
Molto magnifico et eccellentissimo inesser Michelagnolo, Signore
e maggior mio ecc. [sic], Jeri, che fummo alli due del
presente, mi trovò un nipote di V. S., del quale non so il nome,
e mi dette nuove del vostro bene stare, le quali mi furono sopra
modo carissimo e con questo per farmi passare ogni termine
d'allegrezza aggiunse, come voi insieme con alcuni altri mi
mandavate a salutare, come benigno et amorevole che mi foste
sempre. Della quale amorevolezza e cortesia, ancora che io ne
sia poco degno, con ogni mio potere vi ringrazio e prego quello
da cui ogni bene e salute procede, che per me ve ne renda tante
saluti quanto io per me desidero, e quanto mi pare che meritino
gl'infiniti meriti vostri. Messer Michelagnolo mio, sallo Iddio
quanto io ho sempre amato e reverito le grandissime et
incomparabili virtuti vostre, e come sempre ho desiderato che V.
S. mi comandi, e quanto io abbi avuto sempre voglia di scriverle
una volta, e quante volte io abbia cominciato ; ma non mi
parerido essere ne degno a ciò ne in parte alcuna sufficente, me
ne sono stato, riserbandomi solo l'amore nel mezzo del cuore in
verso di voi e lo stupore de' vostri altissimi meriti, e così
tacitamente me ne son passato. Ma ora, essendomi venuta questa
troppo grandissima occasione, non me ne sono potuto tenere,
perché non mi pare però ragionevole che, avendo io sempre
riconosciuto da voi tutto quello, ancora che per mio difetto sia
poco, che io so e vaglio, e perciò tenermi, anzi essere e sua
creatura e discepolo et in somma tutto suo, che almeno stimulato
dalla sì grande umilità vostra, io non gle le facessi in così
lungo tempo a sapere, che per questa mia si facesse; la qual
vorrei che nel vostro cortesissimo et amorevolissimo animo fusse
di tanto valore, che quella per tale mi riputasse e, se io non
chieggo troppo, mi desse qualche volta occasione d'accordare i
fatti con le parole, li quali forse sarebbero tali, che mi
varrebbono sopra ogn'altro testimonio. Io non voglio più tediare
il modestissimo animo vostro, ne occuparlo con lungo scrivere,
ma solo pregarla che non li sia grave ancora di leggere il
presente sonetto, che io con questa le mando, e che l'altissima
umiltà di quella in salutare così bassa persona m'ha tratto
della penna; offerendomi per quanto io vaglio, mentre arò vita a
V. Cortesissima S.", alla quale io prego il Nostro S." Iddio che
doni ogni bene et ogni perfetta felicità. Di Fiorenza alli III
di maggio MDLXI.
Per il di V.
S.* Ecc.mo affezzionatissimo e per servirla
agnolo bronzino
PITTORE