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In Italia durante il XIII secolo e soprattutto nella seconda
sua metà si osserva, come esattamente dice il Toesca, un
"influsso della pittura bizantina, continuo, crescente
così da avere la massima intensità appunto nel momento
che precedette Giotto". Purtroppo fra gli storici che
scrissero del Dugento italiano, il Toesca rimane l'unico
il quale esprima questa opinione pienamente corroborata
dai fatti. Il Venturi non ha valutato in misura
sufficiente la parte di Bisanzio; il Siren che
specialmente ha studiato i maestri toscani del XIII
secolo, è rimasto suggestionato da idee assolutamente
erronee in merito all'arte bizantina: in ogni successo
positivo egli invariabilmente vuoi vedere: "una
emancipazione dal dominante stile di Bisanzio". Non è
libero da questo pregiudizio neppure il Van Marle al
quale sembra non fosse mai balenata l'idea che l'arte
bizantina portasse in sé tradizioni ellenistiche.
P. muratov,
La pittura bizantina, 1928 |
Cimabue
Biografia, vita artistica
e periodo
Le opere
Bibliografia |
A Roma, molto più che l'antichità classica, agì su Cimabue
l'influenza delle botteghe contemporanee, del Cavallini, di
Jacopo Torriti e di quanti presso di loro, con opere a fresco e
a mosaico, realizzavano in quell'epoca le grandi decorazioni
basilicali. In realtà la scuola romana non deve alla
frequentazione della scultura e architettura antica che certe
soluzioni di drappeggio, alcuni motivi decorativi e soprattutto
le proporzioni grandiose, la monumentalità delle figure. È
proprio quest'ultimo elemento che conferisce ad essa un
carattere peculiare di grandezza, attraverso il quale la
tradizione si palesa nel suo più autentico significato. Del
resto, l'insegnamento pittorico deriva interamente — come in
tutta Italia e per gran parte in Europa — dai 'maestri greci',
cioè dagli artisti orientali. G.
soulier, Cimabue,
Duccio et les premières écoles de Toscane a propos de la Madone
Guatino, 1929
I mosaici del "bei San Giovanni" esercitarono [...] un'altra
e più elevata azione : spetta ad essi di aver trasformato
l'ambiente e di aver trasfuso larghezza e plasticità nei dipinti
su tavola, in modo da preparare l'avvento di Gimabue e di
Giotto. M. salmi,
/ mosaici del 'bei San Giovanni' e la pittura nel secolo
XIII a Firenze, in "Dedalo", 1930-31
È attualmente oggetto di approfonditi studi in qual misura
Cimabue potesse venir influenzato dalla cultura di Roma, i cui
monumenti architettonici come pure l'antica tradizione del
mosaico e dell'affresco murale nelle decorazioni delle chiese,
erano tornati di moda negli ultimi anni del Duecento. Non va
dimenticato che nel 1272, unica data certa comprovante la
presenza di Cimabue nell'Urbe, il Cavallini, generalmente
considerato il caposcuola del revival romano, doveva
essere appena giovinetto se la sua data di nascita comunemente
accettata è più o meno esatta. Inoltre le sue prime opere,
databili con una certa attendibilità — gli affreschi già in San
Paolo fuori Le Mura — sembrano essere state eseguite intorno al
1285, mentre nessuna delle opere esistenti può essere collocata
prima del 1290. Naturalmente non si può dire per quanto tempo
Cimabue si sia fermato a Roma poiché avrebbe potuto tornarvi in
un secondo tempo ma non esistono prove che il Cavallini o
qualsiasi altro pittore romano contemporaneo abbiano avuto
un'influenza determinante sulla sua arte. Al contrario in
parecchie sezioni della navata della Chiesa Superiore di Assisi
si evidenzia il suo ascendente su taluni di questi. Così,
apparentemente, ne l'omamentalismo cosmatesco ne il goticismo
superficiale di Amollo da Cambio sembrano interessarlo.
A. nicsolson,
Cimabue. A Critical Study, 1932
Il tradizionale
legame di Giotto con Cimabue indirizza invariabilmente tutte le
indagini su una falsa strada, in quanto entrambi questi maestri
partono da premesse completamente diverse. Questo è il motivo
per cui sono rimasti infruttuosi gli innumerevoli tentativi
degli studiosi di scoprire lavori di Giotto tra i dipinti dei
seguaci di Cimabue nella chiesa superiore di San Francesco in
Assisi. Giotto non potè prendere parte a questi dipinti, poiché
apparteneva ad una generazione più giovane, la cui attività si
basava ormai sulla riforma realizzata da Cavallini. Con il ciclo
di San Francesco, uscito dalla scuola romana, e che non rivela
la benché minima somiglianzà stilistica con le opere autentiche
di Giotto, questi non ha alcun rapporto. V.
lazarev, Storia
della pittura bizantina, 1947- 48 (ed. it. 1967)
Il neoclassicismo bizantino in due diverse varianti, di
ritmica lineata la prima, di vecchio illusionismo plastico la
seconda, toccano Duccio e il Cavallini che rischierebbero
entrambi una suprema accademia se poi non corressero a
salvamento, il primo avvertendo la vivente flessibilità 'gotica'
(erede della passione carolingia), il secondo, proprio
all'opposto di quanto si assume comunemente, strusciandosi alla
massiccia finzione 'romanica' di Giotto. R.
longhi, Giudizio
sul Duecento, in "Proporzioni”, 1948
[...] Poiché il frescante di Anagni mostra chiaramente di muoversi
lungo quella linea di sviluppo del tardo bizantinismo di
provincia che è attestata da una serie, purtroppo quanto mai
lacunosa, di cicli d'affresco balcanici, a cominciare da quello
altissimo di Nerez, dove una ventata calda di umanissima
drammaticità ricompone in un ritmo nuovo e appassionato le
compassate cadenze della vecchia tradizione bizantina. Non si
vuoi negare con questo che fermenti occidentali possano entrare
per qualcosa nella formazione dei maestri di Anagni e di San
Martino, ma è certo che quell'inclinazione patetica non era
patrimonio esclusivo dell'occidente, ma animava ormai da almeno
cent'anni tutta una vasta corrente — che si suoi dire
provinciale — dell'impero artistico di Bisanzio. Sarà da
osservare piuttosto che nel Maestro di San Martino è, rispetto
al precedente di Anagni, un fare più solenne, un'intonazione più
eroica che fa supporre questo maestro al corrente anche di
manifestazioni metropolitane del neoellenismo. Comincia
così ad acquistare concretezza storica l'intuizione del
Nicholson sui rapporti che forse potrebbero cogliersi fra l'arte
di Cimabue e la pittura macedone del XII secolo. E meglio si
chiarisce il valore della componente bizantina, che sarebbe
altrettanto ingiusto sopravalutare che sminuire, nell'arte del
maestro fiorentino. Componente che va abbracciata in tutta la
sua complessità : nel suo tronco metropolitano, di spirito più
raffinato ed aulico, e nelle sue diramazioni provinciali, più
fervide e drammatiche, ma anche in quella sintesi delle due
correnti, già tinta magari di occidentalismo, quale si coglie
appunto nel Maestro di San Martino.
Nel ciclo della
chiesa alta di Assisi possiamo valutare appieno il significato
della radice bizantina dell'arte di Cimabue : che se lo spirito
spregiudicatamente combattivo di quella drammaticità rivela una
mentalità artistica tutta occidentale, pure l'accento cupamente
malinconico che lo colora ha una chiara affinità elettiva col
pathos macerante dei freschisti di Balcania. Mentre
l'ampiezza del metro e lo spirito catartico che vi si esprime,
necessaria controparte a tanto abbandonato espressionismo, è
retaggio della ritmicità totale della bizantinità aulica.
R. salvini, Postilla a Cimabue, in "Rivista d'arte", 1950
[...] Lo stesso primo tempo di Cimabue, durante il settimo
decennio, non manca di interessare gli spiriti un po' tenebrosi,
ma apprensivi nell'ambito, ad esempio, umbro-aretino, innestando
quel che di tragicamente nuovo essi potevano intendere dalla
Croce di San Domenico nella traccia della tradizione di Giunta.
Per non soggiungere [...] di Coppo stesso che nel decennio
successivo sembra raccogliere più intimamente che mai, a
Pistoia, dalla supremazia poetica di Cimabue. C.
Vou», Preistoria ai Ducevi, in "Paragone", 1954
Il genio,
quando è tale, non ha bisogno di inventare, ma sta alla vita e
al contributo valido del passato, che gli è dentro da sé, per
ragione morale: non si può dubitare perciò che Cimabue,
nell'intelligenza della tumultuosa capacità di vero confessata
da questi grandi spiriti, si risolvesse a recuperarne il
sentimento e prendesse a muoversi con spregiudicata libertà
lungo la china dei secoli, sino a ricongiungersi ai miniatori coloniesi della fine del secolo X, per tanti aspetti
neo-carolingi, e finalmente ai grandi artisti moderni
dell'Occidente, da Nicolas de Verdun ai maggiori maestri vetrari
di Francia, che Nicola Pisano stesso poteva avergli additato.
F. bologna, Pittura
italiana delle origini, 1962
[...] in quegli anni, ancor prima delle forme antiquarie, si
andavano recuperando le antiche passioni. Gli artisti, come i
poeti, già presentivano la ripresa del motivo platonizzante del
furore eroico della mania ispirata dalle muse, che legittima
ogni originalità ed audacia immaginativa. Gli eroi della
Crocifissione assisiate si distinguono dagli ammansiti
personaggi di Bisanzio perché reagiscono in modo violento ed
imprevisto. Il loro comportarsi fa pensare, oltre che a saltuari
passi delle cronache storiche, ad una pagina di L. Anneo Seneca,
dove l' " Ira " è definita " passione funesta e rabbiosa,
giacché mentre tutte le altre presentano un qualche aspetto di
tranquillità e di pacatezza, essa invece è tutta concitazione e
impeto di risentimento, invasata com'è da un desiderio, per
nulla umano, di combattimento, di sangue e di torture, incurante
di sé pur di nuocere altrui, pronta a scagliarsi contro le armi
stesse e avida persino di una vendetta che è destinata a
trascinare con sé il vendicatore". Questa sublime definizione
prelude, è vero, ad una condanna dell'ira quale "breve follia"
(sulla scorta di Grazio), priva di dignità, immemore dei legami
sociali, ostinatamente pertinace nei suoi scopi. Ma in Cimabue,
alle soglie, come noi del resto, di un mondo morale nuovo,
questa pagina, se l'avesse letta, avrebbe certamente ribadito la
convinzione che la rivolta per quanto cieca è meglio di
qualsiasi rassegnazione, allorché si tratta di temi in cui la
ragione non basta. I suoi eroi hanno, come gli eroi del Seneca
morale, "il volto truce e minaccioso, la fronte aggrottata,
l'espressione torva, il passo concitato, le mani irrequiete, il
colore del viso mutato, i sospiri frequenti". Anche in essi "gli
occhi scintillano e dardeggiano, i denti si serrano [...]
crocchiano le articolazioni nel torcersi [...] tutto il corpo è
agitato e lancia violente, irose minacce". Dietro ogni grande
capolavoro che riesce a sopravvivere per secoli e millenni
conservando viva la sua suggestione, c'è un altrettanto
grandioso background morale. Dietro, anzi dentro la
Crocifissione di Cimabue, se non erriamo, c'è la prima
immagine di umanità rivoltata della storia italiana. Rivolta, è
vero, in nome di Dio: ma nel nome di Dio si faceva allora la
politica, la storia e
l'economia.
E.
battisti,
Cimabue,
1963
Nell'atmosfera assisiate galvanizzata dalla lucida
predicazione dell'Olivi, Cimabue potè trovare una condizione
congeniale alla sua sensibilità complessa di uomo ancora per
tanti versi legato ad una cultura medioevale di tipo giuntesco e
coppesco, sostanzialmente polarizzata su una problematica
mistico-devozionale, e per altri aspetti proteso ad una visione
più evoluta che già presente il rinnovamento giottesco. Da un
lato, infatti, sentiamo una sorgiva partecipazione alla tematica
escatologica medioevale, dall'altro invece, nelle modalità del
racconto nitido e icastico, strutturato e in molti brani già
modernamente naturalistico, avvertiamo un sentimento di fierezza
(anche se sublimata ad un livello eroico) che sottintende una
nuova nozione dell'uomo. Anche in questa convergenza di elementi
culturali e poetici Cimabue si trova sullo stesso piano
dell'Olivi, il quale sa strutturare ed elaborare il suo pensiero
ancora visionario ed escatologico m un telaio razionale, che
tende a logicizzare e a storicizzare il racconto apocalittico.A.
Monferini, L’apocalisse di Cimabue in “Commentari” 1966
Cenni
critici prima del 1928