Ciò che più monta, si è che per il
succo delle tinte e per un nerbo di disegno questo
pittore può a buon diritto chiamarsi pregevolissimo fra
gli antichi. Si compiacque d'introdurre in tutti i suoi
quadri delle frutta e delle verdure, dando la preferenza
alla pesca ed al citriolo; quantunque trattasse tutti
gli accessorj con bravura tale che in finitezza ed amore
non cedono al confronto de' fiamminghi. Non sarà inutile
l'accennare che i suoi quadri sono condotti a tempera e
perciò a tratti, e sono impastati di gomme sì tenaci che
reggono a qualunque corrosivo; motivo per cui si
mantennero lucidissimi. L.
lanzi, Storia pittorica dell'Italia, Basano, 1789-1831.
[...]
egli non lasciò mai la tempera, la tecnica che fin dall'inizio
gli avevano appresa, e mai non mutò i fondamenti della sua
maniera. La durezza metallica delle sue forme tipiche, la
peculiarità dei suoi paesaggi furono mantenute con la stessa
fermezza con cui egli si attenne alle sue tinte primitive e ai
suoi ornamenti di foglie, frutti e piante. Le sue figure furono
da principio vizze e sparute; spesso difettose e forzate nel
movimento. D'amara bruttezza eran pervasi i volti, cui la
malinconica quiete era meno consueta della smorfia; ma,
progredendo con l'età e l'esperienza, modellò quegli esseri
spiacenti nelle più tragiche e appassionate immagini,
sorprendendo l'osservatore con la vita intensa che ne animava
gli atti e l'espressione. Così egli giunse a una forza
realistica solo inferiore a quella di Mantegna. Talvolta tentò
di esser garbato, ma raramente riuscì nella prova; perché quel
che a lui pareva grazia era soltanto affettazione.
[...]
nella pittura a tempera lo si riconosce maestro di grande
energia. Il suo colore, sempre limpido e puro, era di così
durevole sostanza che, portato dalla vernice a una calda
intonazione bruna, non si è mai alterato, e non c'è artista del
secolo i cui pannelli abbiano meglio resistito ai guasti del
tempo. La monotonia che gli è solita è dovuta all'uso di
ombreggiare a tratteggio, al modo degli incisori; ma col tempo
egli riuscì sovente a un modellar meno piatto e ad effetti di
chiaroscuro. E vi sono opere in cui si ottiene un bei rilievo.
Come si aggrappò ai vecchi metodi di esecuzione, così egli si
attenne fermamente all'ornamento in rilievo. In questo era
veneziano, proprio com'era padovano nella sua passione per
maschere antiche e accidentali minuzie in pietre e sfondi. In
complesso, uno strano, autentico genio; ingrato e talvolta
grottesco, ma non mai privo di vigore e sempre sincero. J.
A. crowe - G. B.
cavalcaselle, A
History of Painting in North Italy, London 1871.
Gli smalti meravigliosi del colore, la timidezza e la cura dei
particolari festanti, come gemme profuse a piene mani, formano i
pregi e segnano l'individualità di Carlo Crivelli, che certo
mirò all'arte di Antonio da Negroponte, e più agli scopi della
riforma squarcionesca. Si può anzi affermare che egli compie le
finalità padovane proprie del ramo che, partito da Squarcione,
per mezzo di Giorgio Schiavone porta l'arte a una riproduzione
del vero rivestito di corazze metalliche dai più arditi colori.
E con lo Schiavone il Crivelli ha grandi attinenze, sebbene non
proprio nelle primissime opere. L'intelletto superiore,
l'individualità potente che non permette di mutare le forme già
fisse, il maggiore ardimento di grandi composizioni, e infine —
sebbene in poca parte — la correttezza del disegno, pongono
Carlo Crivelli a un grado ben più alto, e lo fan definire uno
Schiavone d'ingegno. [...] Per la natura forse del suo ingegno,
solo per eccezione espresse qualche sentimento, ne pensò se non
dopo il '90 alla composizione di una scena, ma cercò di far
sfolgorare gli altari con le meravigliose figure e i molteplici,
brillanti accesori. Produsse così molte pale a scompartimenti
allineati e interrotti dalla cornice; spesso in due file e, in
tal caso, con l'inferiore più grande. Si tratta, come si vede,
dell'ancona che Paolo e i suoi usavano a Venezia nel Trecento,
che continuò presso i Veneziani del primo Quattrocento, presso
Antonio e Bartolomeo Vivarini, usata una volta dal Mantegna
stesso nell'età giovanile : sontuoso ornamento della chiesa
sontuosa. Questa forma tanto adatta per la chiesa, portava allo
studio plastico della figura e alla trascuratezza dell'insieme
della scena; e fu certo di grande importanza per la
determinazione del carattere artistico del Crivelli. [...]
Quando, verso la fine del sesto decennio, egli partì dal Veneto,
non meritava nome di ritardatario, ne tale era lo Schiavone.
Fermatesi nelle Marche, il Crivelli non poteva tener dietro al
progresso che aveva luogo nel Veneto, e in altre regioni,
dovendo egli stesso portare il verbo nuovo là dove il movimento
artistico mancava. Continuò dunque a figurare ancone e ancone,
come alla sua partenza si usava in Venezia, e limitò il suo
progresso al perfezionamento della tecnica, giungendo a
contorsioni e durezze che, parallelamente, Lorenzo II di S.
Beverino e Niccolò Alunno adoperavano nella terra dei
flagellanti. Quest'insieme di condizioni casuali, cui forse la
sua natura d'artista ben si adattava, lo resero così originale
da farlo divenire uno dei pittori più popolari del Quattrocento
italiano, e da non lasciare affatto desiderare che l'arte sua
fosse anche divenuta migliore a scapito dell'originalità.
L. venturi, Le
origini della pittura veneziana, Venezia 1907.
L'arte ha una sostanza troppo grande e vitale, da poter tutta
raccogliersi in una sola formula; e finora manca una formula la
quale non deformi la nostra idea complessiva della pittura
italiana nel quindicesimo secolo, e al tempo stesso renda
giustizia ad un artista come Carlo Crivelli. Che si colloca fra
i più genuini d'ogni terra e paese; e non ci stanca mai, anche
quando i cosidetti 'grandi maestri' diventan tediosi. Con la
libertà e lo spirito del disegno giapponese, egli esprime una
divozione tenera e selvaggia come quella di Jacopone : una
dolcezza d'emozione sincera ed ornata come quella che un
francese del tredicesimo secolo avrebbe potuto mettere in un
avorio della Vergine e il Figlio. La mistica beltà di Simone
Martini, la pietà disperata del Giambellino giovane, nel
Crivelli trovano forme che hanno il vigore lineare e la
metallica lucentezza dei vecchi Satsuma o delle lacche : e
qualità tattili così suntuose. Ma il Crivelli dovrebbe esser
studiato per se stesso, e come prodotto di condizioni
stazionarie, se non addirittura reazionarie. Passò la maggior
parte della vita lungi dalle grandi correnti culturali; in una
provincia cui san Bernardino aveva dedicato le ultime energie,
nello sforzo di richiamare gli uomini al sogno di una civiltà
puerile e oltrepassata. Rimase fuori dal movimento della
Rinascenza, eh'è movimento di costante sviluppo; e non rientra
nell'ambito d'uno scritto come questo. [...] E prima di tutto
si resta sorpresi a vedere quanto pochi di celesti motivi
[religiosi] il Mantegna abbia trattato. Mentre suo cognato: il
giovane Bellini, e il condiscepolo Carlo Crivelli, ispirandosi
agli echi della predicazione di san Bernardino, dipingevano
scene e simboli della Passione, pieni di contrizione, di
tenerezza e di partecipazione mistica. Mantegna si tiene in
disparte, indifferente. [...] Il Tura esagera in violenza
plastica, il Crivelli in precisione disegnativa; e come tutti
gli artisti nati, ma che non arrivano a pieno equilibrio
intellettuale, entrambi finiscono nel 'grottesco.
B. berenson, The
Venetian Painters of the Renaissance, New York-London 1894-1907
(trad.
E. Cecchi, Milano 1936).
Bartolomeo Vivarini, pratico, sodo,
ha accettato la nuova maniera prendendo misure col compassone di
ferro, la gran squadra di legno e il suo archipenzolo col
piombo; Carlo Crivelli vorrebbe accettarla senza rinunciare alle
gotiche eleganze, portando oro, mirra, ogni cosa preziosa
intorno alla divinità. E se le forme quadre non hanno eleganza,
si stirano entro gli scomparti, con sottigliezza anche fuori del
verosimile; se gli atteggiamenti son troppo regolari, si fanno
contrarre e torcere; se i muri son troppo massicci, si fendono,
si screpolano, lasciano sconnettere i materiali della loro
struttura. [...]
Le caselle sono troppo ristrette per
quei santi poderosi, ma il Crivelli non vuole rinunciare al
gotico delle intelaiature e degli intagli, quasi che l'angustia
dello spazio fosse più atta a contenere le cose splendenti e
preziose che voleva riporvi. I suoi santi devono adattarsi ai
trafori gotici di quei reliquiari, stilizzarsi, seguire le
curve, i lunghi pilastrelli incavati, mettersi all'unisono coi
fregi a quadrilobi, con le ricche frange della decorazione [a
proposito del Polittico di Ascoli]. [...]
Bartolomeo Vivarini, più stretto alla
realtà, rese pesante la simile angusta composizione. Carlo
Crivelli, fra tutte quelle spine, riuscì fantastico [...] riuscì
a farci sentire lo slancio, l'impeto, il grido della battaglia
[a proposito del San Giorgio e il drago di Boston]. [...]
Carlo Crivelli chiuse così la vita
dandoci il fiore della sua produzione. Ribelle alla Rinascita,
quando infine si inchinò alle forme naturali del suo paese, si
mise in nuovo assetto, pur mantenendosi in tutto forbito e
corusco. Ricordò allora gli esemplari veduti negli anni della
propria educazione, e si studiò di mettere all'unisono i suoi
personaggi sacri con la vastità dell'ambiente classico; ma era
troppo tardi, e non poté rinunciare del tutto alle lunghe
abitudini, intenerire le carni metalliche e far fluire il sangue
ne' cannelli d'oro delle vene.
Ad ogni modo s'industriò a
compenetrare l'antico nella modernità; e in questo sforzo creò i
suoi capolavori. A.
venturi, Storia dell'arte italiana, VII, Milano 1914.