Il suo gusto [di Piero di Cosimo] vi si
appalesa indubbiamente tanto nell'intonazione calda
dell'incarnato quanto nello strano panneggiamento
variopinto onde si compiace adornare la figura della
Vergine. Nel modo di trattare le forme si scorge una
mira particolare ad ottener l'effetto del tondeggiamento,
che gli è consueto, di più in quella del putto, che è
ignudo, è sensibile l'affinità con Leonardo da Vinci col
quale in realtà ebbe dei rapporti, come già ebbe a
constatare il Vasari. A proposito poi del biografo
aretino vogliamo appunto osservare in questo luogo che
la vita da lui tracciata di Piero di Cosimo ci porge un
desiderato lume a confermare il giudizio nostro intorno
a tre quadri di lui, de' quali, come osservano gli
annotatori del Vasari all'edizione Le Monnier,
s'ignorava fin qui il destino.
Intendiamo
parlare innanzi tutto di un busto in profilo rappresentante,
stando all'iscrizione sottoposta, le sembianze di Simonetta
Vespucci intesa nel tempo stesso come un'antica Cleopatra,
porgendo essa un serpe avvinto al collo, secondo l'uso degli
artisti del Rinascimento di lusingare spesso l'amor proprio dei
ritrattati, specialmente se del bei sesso, coll'aggiungere loro
qualche attributo di Santo o di qualche persona dell'antichità
celebre per virtù o per bellezza [...] benché il dipinto venga
dal catalogo attribuito ad Antonio del Pollaiolo noi non
crediamo andare errati scoprendo bene impresse le note
caratteristiche del fantastico pittore, mentre il nome di Piero
ci sembra più giustificato di quello del Botticelli che pure
ebbe a'dipingere la "bella Simonetta”.
frizzoni, L'arte
italiana nella Galleria Nazionale di Londra, in "Archivio
Storico Italiano", 1879
Piero di Cosimo [...] giocondo e facile pittore, forte
ed armonioso colorista, che risuscitava liberamente col suo
pennello le favole pagane, G.
d'annunzio, 7;
piacere, libro I, cap. II, 1889
II quadro [la Visitazione ora a Washington] è
stato dipinto sotto l'influsso nordico e segna, nello sviluppo
di Piero, una svolta significativa. Attraverso lo studio della
pittura dei Paesi Bassi egli perviene ad una finezza di dettagli
che nessun altro fiorentino ha mai raggiunto. È forse uno dei
quadri più caratteristici del periodo giovanile del maestro ed
abbiamo citato nell'introduzione, per definire il carattere
dell'arte di Piero, le parole di lode che il Vasari tributa a
questo quadro per le sue verità naturali, quasi a "trompe-l'oeil",
nella resa dei particolari. Queste parole si riferiscono
soprattutto alla particolare attenzione che il pittore ha
dedicato ai due vecchi santi i cui modelli furono senza dubbio i
santi di Hugo van der Goes... Tutti e due sono divisi dalla
scena vera e propria della Visitazione da un gradino e da due
pilastri ai lati; tutti e due sono chiusi in se stessi, ne dan
segno di curarsi di quanto avviene attorno a loro:
un motivo che
raramente si trova nell'arte italiana [...] ogni ruga, ogni
peluzzo del volto o delle mani di queste due figure,
perfettamente caratterizzate, furono eseguiti con una cura, con
un amore che deve comunque meravigliare in un fiorentino. È
mirabile come la predisposizione di Piero al dato sensibile sia
andata così vicino a quella dei nordici. Ma lo psicologo Piero
non si contenta di rappresentare il carattere di persone che si
trovano in uno stato di calma spirituale, ma vuole descrivere
anche i moti di una maggiore tensione psichica; l'occasione gli
viene offerta dal gruppo centrale delle due donne che
s'incontrano. Su di un podio innalzato su un gradino si
incontrano le due donne investite dai raggi del sole e gettano
ombre dense sul pavimento dai toni rosati. Le due donne si
fissano negli occhi, come nella consapevolezza del destino che
le attende, e si stringono la mano; e mentre Maria, in atto di
saluto e per placare l'emozione dell'altra, pone la mano
sinistra sulla spalla della vecchia Elisabetta, questa alza la
mano in segno di meraviglia perché la Madre del suo Signore è
venuta da lei.
Piero affronta
questo bei motivo dal lato del sentimento e cerca di esprimere
questa profonda corrispondenza fra le due figure, evitando
tuttavia quella emozione intellettuale che danno le figure dell'Albertinelli,
del Pontormo, di Andrea del Sarto. Di fronte alla loro soverchia
'emozione' che, totalmente estranea ai personaggi, è affidata
solo a interessanti motivi formali, le due donne di Piero sono
legate fra loro in misura strettissima; esse esprimono
partecipazione interiore al destino l'una dell'altra e un
tranquillo affidarsi alla propria sorte. È, dal punto di vista
psicologico, la più bella Visitazione che sia stata
dipinta a Firenze. Anche quella del Ghirlandaio in Santa Maria
Novella le è nettamente inferiore: è solo un incontro molto
formale fra due eminenti ricche borghesi fiorentine piene di
sussiego e di contegno [...]. F.
knapp, Piero di
Cosimo, ein Uebergangsmeister von Florentiner Quattrocento zum
Cinquecento, 1899
Per chiudere questo argomento [cioè la "questione dei
contrasti" delle membra] con un esempio più completo, metteremo
a confronto due quadri, la Venere del quadro Venere e Marte
di Piero di Cosimo e la Venere giacente del Tiziano agli
Uffizi; e in questo caso Tiziano rappresenta il Cinquecento
anche se non appartiene all'Italia centrale, poiché non vi era
un'opera che più di questa si prestasse a un simile confronto.
In tutte e due i quadri si vede una donna nuda distesa. Si vorrà
naturalmente spiegare la diversità dell'effetto con la diversità
dei corpi, ma se anche si ammette che qui vien messa a confronto
una bellezza cinquecentesca molto più molle, come l'abbiamo già
osservata nel Franciabigio, con una creatura rigida, propria del
Quattrocento, e che una figura ispirata al gusto cinquecentesco
deve avere in ogni modo il merito di una migliore chiarezza,
poiché le forme solide e raccolte vengono accentuate in
confronto agli elementi più molli e delicati, pure restano
sempre alcune differenze nella maniera di rendere la forma: da
una parte lo stile è frammentario e difettoso, dall'altra ha
raggiunto una chiarezza perfetta. Anche chi conosce assai poco
l'arte italiana, comincerà a inarcare le ciglia dinanzi al
quadro di Piero di Cosimo, appena consideri il disegno della
gamba destra, che segue una linea uniforme parallela alla
cornice. Può anche darsi benissimo che il modello si presentasse
in questo modo; ma perché il pittore ne è rimasto soddisfatto?
Perché non accenna neppure all'articolazione della gamba? Non ne
sentiva evidentemente il bisogno. La gamba è stesa, ma non
avrebbe un aspetto diverso se fosse completamente rigida;
sopporta un gran peso ed è quasi schiacciata, ma è proprio
contro queste insufficienze della rappresentazione che il nuovo
stile si ribella. Non si deve dire che Piero di Cosimo è un
disegnatore peggiore di Tiziano; qui si tratta veramente di
differenze stilistiche e chi prosegue lo studio del problema
vedrà quanto lontano giungano le analogie. Perfino nei disegni
giovanili di Dürer si potrebbero trovare degli esempi simili a
quelli di Piero di Cosimo.
Il corpo,
spostato in avanti com'era d'uso nel Quattrocento, si piega da
una parte. Non è una bella posa, ma noi concederemmo volentieri
all'artista questo omaggio al realismo, se egli non avesse
interrotto il fluire armonico delle linee tra il corpo e le
gambe. Manca quel trapasso da una forma all'altra che pure è
un'esigenza capitale della raffigurazione.
E così il braccio sinistro scompare d'improvviso all'altezza
della spalla, senza che neppure un tratto lasci immaginare dove
sia andato a finire, sinché ad un certo punto se ne vede una
mano, che gli deve pur appartenere, ma in cui lo sguardo non
riesce a scoprire una dipendenza logica.
Se poi si
chiedesse la spiegazione di certi elementi funzionali, come cioè
il braccio appoggiato possa sostenere il busto, la testa
voltarsi da una parte, e il polso articolarsi in quel modo, si
rimarrebbe senza risposta. Tiziano, invece, non solo rende con
perfetta chiarezza il corpo nella sua struttura ne ci lascia
incerti sopra un solo punto, ma anche gli elementi funzionali
sono giustificati, parsimoniosamente, ma sempre a sufficienza.
Non vogliamo neppur parlare della morbidezza della linea che
(dal lato destro) discende con un tratto uguale come sospinto da
un ritmo ondeggiante [...]. H.
wólfflin, Die
klassische Kunst-Eine Einfuhrung in die italienische
Renaissance, 1899
Ma il vero patriarca dei pittori appartenenti alla
cosiddetta età dell'oro fiorentina non fu Cosimo Rosselli, bensì
Piero, allievo di Cosimo e poi a lungo il primo aiutante della
sua bottega. Egli rappresenta una versione più debole del lato
fantastico di Leonardo, così come il Baldovinetti, per il suo
sperimentare nuove tecniche pittoriche, può considerarsi una
versione più debole del lato scientifico di quel poliedrico
genio. Da lui ci aspetteremmo, perciò, un vasto numero di
appunti per le sue strane e bizzarre visioni; ma nulla si è
conservato fino a noi. Scomparso è perfino il taccuino di
schizzi di animali che il Vasari dice aver visto nella raccolta
del Duca Cosimo. I pochi disegni superstiti sono studi per
ritratti o per soggetti sacri o per paesaggi che non presentano
l'artista in una luce trasfigurante ne in alcuna sua fase
segnatamente fantastica e lo rivelano, in complesso, quale
mediocre disegnatore, confermando l'impressione data dai suoi
dipinti, che egli fosse un animoso ed avido eclettico. Nessuna
meraviglia quindi, che gli sparsi suoi disegni portassero fino a
poco tempo fa, come tanti suoi quadri, i nomi dei maestri
ch'egli imitò, soprattutto dei maestri ch'egli imitò più
assiduamente, Luca Signorelli e Lorenzo di Credi. B.
berenson, The
Drawings of the Fiorentine Painters, 1903
Ma l'evento di gran lunga più interessante e sensazionale di
questa esposizione [quella del Burlington Fine Arts Club
dell'inverno 1921] è la ricomparsa del grande pannello di Pier
di Cosimo, di proprietà del principe Paolo di Serbia, che
rappresenta l'Incendio della foresta. Non si può
affermare ch'esso getti una nuova luce sulla personalità più
singolare e curiosa dell'arte fiorentina del momento, che essa
era da tempo già perfettamente caratterizzata; ma forse in
nessun altro dipinto le sue doti di immaginazione e di fantasia
emergono con tanta chiarezza.
Nel
Quattrocento Firenze offrì uno di quei rari momenti nella storia
della civiltà in cui il peso della massa sull'individuo fu meno
oppressivo del solito. Idiosincrasie e capricci del singolo
erano liberalmente accettati; fu quello un momento in cui le
mode raramente si avventuravano ad imporsi sul gusto
individuale. Ma pur tuttavia nel Quattrocento a Firenze vi fu un
solo Piero di Cosimo, vi fu una sola personalità di tanto
stravagante e farouche individualismo, e un solo artista
che fu capace di tale singolare fantasia.
Anche ai suoi
contemporanei, che ammiravano e incoraggiavano l'inclinazione
peculiare della sua mente, Piero dovette sembrare un po' strano,
e alla generazione successiva, che non avvertì più l'antica e
bella frenesia del primo rinascimento, Piero dovette apparire
già alquanto riprovevole. Così che il saggio e accorto Vasari – nonostante che confessi una particolare affezione per la sua
opera — comincia la sua biografia, nella prima edizione, con una
piccola predica sulla follia o almeno sulla depravazione di un
individuo così sconsiderato.
R. Fry futures at the Burlington Fine Arts Club, in "The
Burlington Magazine", 1921
Che cosa di più
naturale, infatti, per un pittore giunto da Venezia si parla
del soggiorno fiorentino del Savoldo] che l'intavolare relazione
con l'artista che più aveva tenuto vivo in Firenze il commercio
intelligente fra le qualità formali e quelle cromatiche, in un
risultato ampio, libero, e ad un tempo potentemente fantastico,
quale il Savoldo, per l'analogia stessa del suo temperamento,
doveva certamente desiderare?
[...]
Che cosa di più affine, nella mistura di nordiche lontananze
rese intime, e di giustezze italiane nelle zone spaziali e
cromatiche, che i paesaggi veri e sognati di Piero nei sublimi
cassoni del Ricketts, di New York e del Principe di Serbia [si
tratta della Battaglia fra Centauri e Lapiti e delle
'storie' dell'umanità primitiva] e questo misterioso paese
[nella Venere dormiente della Galleria Borghese] dove
soltanto è più chiaro il punto di partenza dalla sintesi
prospettica del Bellini, invece che da quella dei toscani?
R. longhi,
Precisioni nella Galleria Borghese 1928
[...] se Freud ha potuto considerare Leonardo dal punto di
vista della psicanalisi, apparirà per lo meno lecito, e
soprattutto per epoche rivoluzionarie, come la Rinascenza,
studiare molti altri artisti dal punto di vista del Surrealismo
[...] [come] Piero di Cosimo, una personalità nella quale le
forze più inquietanti della pittura fiorentina del Rinascimento
si sublimano come in nessun altro pittore dell'epoca. [...].
Quante contraddizioni in quest'uomo! Un'angoscia quasi morbosa,
un evitare tutto ciò che è normale, ma per non lasciarsi
sfuggire, cercando di realizzarla troppo presto, l'essenza delle
cose; un'istintiva,
impavida simpatia per tutte le curiosità e tutte le stranezze, e
la tendenza a perdervisi come in un gioco; un eroico bisogno di
rendersi indipendente da ogni ordine sociale, ma anche il
bisogno di mascherare questa sua indipendenza con una vita da
bohémien colla ricerca dell'originalità ad ogni costo, con
una specie di clownerie: la passionalità di un
rivoluzionario insomma, ma ossessionato dalle proprie idee, da
rimedi mistici e magici per migliorare il mondo. Ogni grande
arte è rivoluzionaria. Ma a Piero di Cosimo importa soprattutto
una vita rivoluzionaria vissuta realmente, anche se qualche
volta bizzarramente espressa. Quel che egli cerca è una
primitività dell'esistenza che sia nello stesso tempo un
ribellarsi e uno sfuggire alla propria epoca. L'odio contro
l'esagerato formalismo di una società stanca, che, anche alla
corte di Lorenzo de' Medici, si compiaceva di speculazioni
misticheggianti, di intellettualismi umanistici e di retorici
abbandoni a romantiche civetterie naturalistiche, gli ispira una
appassionata nostalgia per la intatta originalità e per la
selvaggia forza della natura. Lontano da ogni piagnucoloso
romanticismo, si manifesta in lui un senso primordiale del
cosmo, alle cui eterne leggi della vita e della morte egli sente
aderire la propria vita. E Piero barcolla come ogni uomo fra
un'orgiastica energia di vita e una profonda ansia di morte, ma
questa assumerà in lui forme quasi paranoiche e infine il
carattere di una vera e propria mania di persecuzione. [...]
Piero di Cosimo fu il primo pittore mitico dei tempi moderni. Ma
dovremo vedere in lui anche il primo pittore d'un paesaggio
cosmico. G. pudelko,
Piero di Cosimo-Peintre Bizarre, in "Minotaure", 1938