[...]
Più che all'azione esteriore, è agli atteggiamenti
spirituali, alle movenze in genere, che Duccio sa dare
forza d'espressione e vivacità. Ne abbiamo continui
esempi in tutti i suoi quadri, anche là dove il gesto
non serve ad esprimere che una banale azione di ogni
giorno [...]. Duccio sa, come nessun altro,
immedesimarsi nella vita e nell'animo dei suoi
personaggi: se gli manca forse la veemenza della
passione, vi supplisce con la soavità e la profondità
del sentimento. Giotto, energico e alle volte anche un
po' massiccio, ricerca sempre l'eroico; Duccio, più
delicato, si attiene a ciò che è semplicemente umano.
Giotto è pur sempre il figlio di un contadino toscano,
ma Duccio ci appare piuttosto un cittadino raffinato,
che l'indole aristocratica e colta tiene lontano dal
chiasso e da ogni forma di esibizione. I gruppi dei vari
personaggi sono disposti ancora in modo antiquato nei
suoi quadri, ma quello che c'è di troppo simmetrico è
temperato dalla vivacità d'ogni figura, così che in
questa folla si riflettono, come in uno specchio
sfaccettato, tutte le vicende
dell'azione C. H. Weigelt, La pittura senese del
trecento, 1930
Quegli elementi di classicismo che, derivanti forse da Pisa,
abbiamo rilevati in opere del Dugento senese, come il paliotto
di San Pietro e quello di San Giovanni, e talora nello stesso
Guido, trovano il loro armonico e pieno sviluppo nel gusto del
maestro che si suole designare come il "fondatore della scuola
senese": designazione grossolana, ma in sostanza esatta; in
quanto pel quasi un secolo, con esempio forse unico, dura la
fedeltà dei senesi a molti modi e formule, specialmente
iconografiche, di questo patriarca della loro pittura. Ma
codesto classicismo è il punto d'arrivo della sua arte, e gli
permetterà di dominare mirabilmente, nei suoi frutti più maturi,
una straordinaria ricchezza di cultura [...]
La cultura figurativa dì Duccio ci appare quindi
eccezionalmente ricca e complessa. Senza tuttavia che egli ne
sia mai soverchiato; ed è in ciò la sua grandezza. La sua
fantasia si compiace nel lento assaporamento e nella
assimilazione di questi così varii e molteplici elementi; onde
ne risulta un'arte me ditatissima per entro il filtro di una
sempre vigile riflessione. È dunque di un vero e proprio
classicismo di Duccio, in ispecie per gli ultimi raggiungimenti,
che dobbiamo parlare. Classicismo non tanto esteriore per l'uso
di quei motivi antiquarii, quanto come processo intcriore
formativo dell'immagine [...]. Classicismo anche di tono
sentimentale, nella larga lenta solenne dignità umana da "nobile
castello" [...]. L.
coletti, I
Primitivi, II, 1946
[...]
La cultura che un'opera come la Madonna di Crevole
suggerisce è indizio intanto di una cerchia assai ristretta e di
una personalità foltissima. È caratteristico del genio di
cogliere anche da esemplari tralignati e scadenti il succo
stesso di una figuratività : così doveva accadere nel
Quattrocento per Donatelle e il Brunelleschi posti di fronte ai
casuali rottami di Roma. Così avviene a Duccio, che dalle
modeste consuetudini di Guido [da Siena] sa risalire alla
ragione stessa che fa di qualsiasi lavoro esteriormente
applicato all'immagine bizantina una calligrafia e un ricamo, ma
non una nuova immagine.
In Duccio l'oggetto si costituisce
restituendo alla privatività dell'immagine bizantina un
intelligibile assai meno schematico, e cioè arrestando il
processo privativo e risalendo la sostanza conoscitiva
dell'oggetto. In questo senso Duccio non preleva direttamente
dalla natura : l'immagine bizantina, o quella sua discendenza
collaterale che compariva in Guido, serve ancora di tramite
all'artista, che sente in sé rigonfiarsi le consunte sagome
d'una figuratività più complessa. Ma con ciò si è interrotto il
moto di definizione interno all'immagine, e anche un elemento
figurativo che se ne poteva decantare, come la linea, non
rappresenta più un modo di porgere, un'intonazione suadente, che
appartenga alla esternila della formulazione.
L'oggetto, costituendosi attraverso
il diafano diaframma dell'immagine bizantina, acquista in ogni
nuovo riporto conoscibile un nuovo elemento figurativo, e se
allora, a trarlo in luce, può sovvenire anche uno stesso mezzo
che prima si evolveva nell'ambito prefisso dell'immagine, questo
non rimarrà più come la testimonianza di una manualità, sia pure
raffinata e attenta. Avviene così che la linea rusticana di
Guido, che pure aveva già lasciato un solco anche nel fiorentino
Coppo di Marcovaldo, nella Madonna di Crevole si
addolcisca e si plasmi su un oggetto che è come rinvenuto e
risollevato dalla stretta schematicità conoscitiva che già il
contorno, a volte quasi geometrico, puntualizzava sul piano.
[...]
Non è ne un'inferiorità, ne una superiorità di Duccio, questo,
di non esprimere la forma secondo una intuizione plastica
unitaria come è di Giotto e sarà di Masaccio: è il suo modo di
costituirsi e di formulare l'immagine. Ma averne intuito con
tale insuperabile misura l'essenza, da al suo stile una purezza
apollinea.
L'osservazione che sosta sulle
singole teste [a proposito della Maestà] non frantuma
allora un insieme: e si rende conto che in quell'aria quasi
ellenica, nella compostezza sovrana eppure umana, non si cerca
una bellezza piacevole, poiché la bellezza appena propostasi a
oggetto fu ritirata, o per così dire frenata, dalla negatività
con cui l'immagine si costituiva, depurandosi. spezzando per
sempre un nesso vivo con l'esistente.
È
in quella calma di catarsi, in quell'allontanamento
dalla realtà quotidiana, che la bellezza si denuda dalla
contingenza dei sensi: donde una così diversa eppure lampante
classicità, inafferrabile a un gretto formalismo. Questa, la
solitària altezza di Buccio. C.
brandi, Carmine o
Della pittura, 1947
[...] Cimabue aveva costituito la propria arte
rinvigorendo con l'energico disegno e con l'appassionato animo
il tono drammatico, e allora più attuale, della pittura
bizantina. Più affine al Cavallini, Duccio fu invece attratto da
altri aspetti dell'arte bizantina, che non avevano lasciato
indifferente lo stesso Cimabue e lo avevano portato al
classicismo degli angeli delle sue Maestà. Vi era stata,
e andava esaurendosi, nella pittura bizantina una tradizione
'aulica' classicamente misurata, in cui il ritegno degli atti e
dell'espressione era congiunto a un modo di vedere pacato e
insistente, ben lontano dal rinunciare al senso del rilievo e
dello spazio [...]. Mediante le miniature di codici 'aulici',
anche senza aver veduto pitture murali e mosaici come quelli di
Dafni, Duccio potè conoscere i modi classicheggianti dell'arte
bizantina; e da questi dovette muovere. Diede maggior valore al
rilievo e alla profondità; ma non per questo si accostò a Giotto
: da Giotto Io divideva il suo mondo inferiore nel quale
emozioni e immaginativa erano limitate dalle tradizioni
precedenti, ben altrimenti che nel fiorentino, e dirette ancora
da un sentimento religioso chiuso all'ardente umanità che Giotto
invece esaltava. La sua natura non lo portava al profondo degli
animi e delle cose; aveva un senso di nobiltà atto ad apprezzare
più la raffinatezza che l'emozione immediata e ingenua, com'era
appunto Io stile bizantino aulico. Da questo aveva avuto la
prima iniziazione ma senza che fosse diminuita la sua virtù
poetica di dar freschezza a quanto ne apprendeva e di
trasfigurarlo; ne era stato avviato a trovare un proprio
temperamento tra forma e colore che fu una delle qualità
maggiori della sua arte. P.
toesca, II Trecento, 1951
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