Nella parte, che guardava il coro in molti
scompartimenti vi è dipinta la vita di Gesù Cristo con
figurine alte un palmo circa, parato, e copiato più
d'una cosa, e così dagli altri scompartimenti, perché
per anni questa tavola dovette essere il regolo dell
arte. G della
valle, Lettere senesi ... sopra le belle arti, II,
1785
II primo fiore della nuova stagione, il fiore dal cui
seme sbocciò tutta l'arte senese, fu Duccio di
Buoninsegna [...].
Tutto ciò che il Medioevo chiedeva a
un pittore, Duccio lo realizzò alla perfezione [...];
non soltanto produsse le più belle pittografie
immaginabili, ma permeò tali narrazioni dei significati
morali che il suo genio percepiva, innalzando al proprio
livello di percezione coloro che guardavano la sua opera
[...]
Duccio possedette in gran copiandoti di espressione e
interpretazione, la grandezza di concetti e la profondità di
sentimenti che sono essenziali alla grande illustrazione; ciò
significa anche che egli dominava la forma e il movimento in
misura tale da poter conseguire gli effetti che gli premevano.
[...]
Duccio insomma era in grado di trasformare quelle iconografie,
che da secoli i devoti si sforzavano di decifrare, in
illustrazioni che estraevano ed esaltavano tutto il significato
dell'evento sacro, o almeno quella parte di significato
accessibile alla niente medievale. Gi si deve quindi porre la
questione se egli riuscì altrettanto bene a conferire a tali
invenzioni visive un valore intrinseco che vada al di là di
quello illustrativo; e se, nella pittura di Duccio, le immagini,
investite di elementi decorativi, giungano ad elevarsi nella
sfera delle grandi opere d'arte. [...]
I pannelli della Maestà
incantano dapprima per il loro splendore sommesso; suggestivi
come antichi mosaici, con l'oro che il tempo ha coperto di una
patina bronzea, intonano il nostro sentimento agli episodi che
vi sono raffigurati. È un'impressione quanto mai diretta e
immediata, ma priva di particolare valore, ove la si consideri
in un orientamento artistico, perché il piacere che ne deriva
supera di poco quello che verrebbe procurato dalla materia
pittorica di per sé. [...] Quando si considerano però con
maggior attenzione, si rilevano nei dipinti di Duccio qualità
essenziali a una buona illustrazione e di alto valore
decorativo. Si osserva con quanto mirabile abilità sappia
evocare lo spazio a chi guarda [...]; [... e] che si tratti di
peculiarità artistica, non indispensabile alla pura e semplice
illustrazione, lo attestano: nella loro differente qualità,
opere di quasi tutti gli illustratori attuali.
E in altro aspetto si rivela l'eccellenza
di Duccio: ad raggruppamenti. [... che] producono effetti
di massa e di linea, belli per se stessi, piacevoli a vedersi, e
armoniosamente distribuiti sulle superfici. In altre parole.
Buccio compone bene.
Ma se Duccio riuscì talmente sublime
nelle concezioni, e profondo nei sentimenti, oltre che abile a
trascriverli in forme appropriate; se in aggiunta a questi
meriti illustrativi egli ci affascina con lo splendore della
materia delle superfici; se compone come pochi, eccettuato
Raffaello, e neppure gli manca il senso dello spazio, perché di
lui si sente parlare così di rado? perché non è famoso quanto
Giotto? e non è nel novero dei massimi pittori? [...] Come si
spiega che l'uno continua a essere una forza viva, e l'altro è
ridotto l'ombra di un nome? Deve esistere un uiaticum
che, a chi lo possiede, apre i cuori, sulle desolate distanze
del tempo; un segreto che Giotto conosceva e del quale Duccio
non ebbe percezione.
Che cos'è, e in che cosa consiste,
questa virtù misteriosa e corroborante? La risposta è breve: è
la vita stessa. Se l'artista riesce a impadronirsi dello
spirito vitale e a trasmetterlo alla propria opera, essa vivrà
nel tempo [...]. E se egli, liberando tale spirito e
rivelandocelo, ne accrescerà la forza vitale che portiamo in
noi, allora, finché gli uomini saranno sulla terra, questo
artista li avrà in suo potere [...].
E torniamo a Duccio. I suoi dipinti
non posseggono tali qualità, e perciò sono stati quasi
dimenticati: mentre le opere di Giotto le contengono a un grado
così eccezionale che, anche oggi, sono collocabili con poche
altre al culmine della gerarchla pittorica. A Duccio la figura
umana interessava quasi esclusivamente come personaggio di un
dramma; quindi come momento di una composizione; e soltanto per
ultimo, ed eventualmente, come elemento capace di stimolare
idealizzate sensazioni di tatto e di movimento. Ne risulta che
si ammira moltissimo Duccio come una specie di drammaturgo
pittorico, come un Sofocle cristiano, perdutosi chissà come nel
regno della pittura;
si gode in lui lo splendore della materia, la squisitezza
della composizione, non trovando che di rado o mai nelle sue
opere quanto è necessario ad esaltare direttamente il nostro
senso vitale [...].
Tale fu Duccio. E se fosse riuscito
qualcosa di meno, sarebbe forse stato meglio per l'arte
dell'Italia centrale [...]; Duccio trasmise ai propri successori
concetti e metodi strettamente suoi; e abituando gente emotiva
come la senese ad un'arte fondata soprattutto sul sentimento,
obbligò quelli che vennero dopo di lui a ingolfarsi nel genere,
pericolosamente popolare, dell'illustrazione Sentimentale.
B Berenson in §Central Italian painters 1897
[...] Duccio di Buoninsegna è sempre uguale e
ligio alle forme apprese nella giovinezza, nobile, delicato, ma
senza parola. Si compiace di far rifulgere come soli Cristo e
Maria, segnando raggi d'oro nelle tuniche e ne' manti, quali si
vedono nelle opere ageminate e smaltate de' Bizantini; ma una
tale convenzione era comune all'arte italiana della fine del
Dugento e del principio del Trecento. Sugli edifici, come di
tarsia colorata, fece spiccare le imagini aggraziate, le
composizioni corrusche d'oro. A tutta prima per l'effetto si
posson credere derivate da Bisanzio, ma chi bene le guardi
riconosce che solo nell'esteriorità richiamano l'arte greca e
che sviluppano in ritardo le forme che Giotto aveva fatto cadere
in disuso. L'arte bizantina, quale era stara elaborata dai
pittori italiani nel Dugento, disseccatasi a Firenze e dovunque
Giotto stampò le sue orme, ebbe un continuatore in Duccio, che
ingioiellò le forme antiquate e dette loro italiana bellezza.
A. venturi,
Storia dell'arte italiana, V, 1907
Nelle sue composizioni, nel modo di disporre le figure a gruppi
o di collocarle isolatamente nello spazio pittorico e di
calcolare i rapporti fra lo spazio stesso e le figure, Duccio
rivela la sua superiorità non solo rispetto agli artisti
bizantini contemporanei o anche posteriori, ma allo stesso
Giotto.
È ancora a Duccio che dobbiamo il
senso del realismo nel particolare, che durante il Trecento
costituisce un fattore essenziale nella pittura della scuola
senese; nel disegno della figura umana, invece, Duccio rimase
molto più legato di Giotto alle convenzioni orientali e
nettamente inferiore a lui in quanto a capacità narrative e
drammatiche, rivelando in ciò [...] la sua sensibilità
bizantina.
R. van marle, The
Development of th Italian Schools of Paintings, 1924
[...]
il fattore principale dell'arte di Duccio è il bizantino:
rilevantissimo nella iconografia, che pur Duccio in parte
rinnovò, soprattutto consiste nel modo di vedere e di modellare
a tutto colore, rendendo insensibili i contorni, in maniera
analoga a quella di Pietro Cavallini, con tecnica che ha
riscontro nell'arte bizantina dalla preparazione del dipinto
fino alle ultime lumeggiature, ma con senso personale di
delicati toni e con tale ricchezza cromatica che distingue in
tutto il nuovo maestro, già propriamente senese. Quanto Duccio
abbia posseduto l'arte bizantina, non nelle forme tardive,
violente e senza finezze, ma in quelle di più vivo classicismo,
e come insieme egli esprima la propria individualità, dimostra
al sommo la Maestà del duomo in ogni parte, o negli
angioli che circondano la Madonna, nei quali il tipo
classicheggiante bizantino è raffinato di grazia, o nelle molte
storie della Vita di Cristo, a tergo della grande tavola. Nella
Visita al sepolcro, tutta composta sul canone bizantino,
il classicismo dell'arte bizantina e il ritmo dell'arte gotica –
negli ondeggianti manti – sono uniti in perfetta fusione nel
gruppo delle pie donne, cui il senso del pittore da nuova
finezza di luci che sfiorano le forme e penetrano il colore, e
una sua grazia di atteggiamenti. Dove il Redentore apparisce
agli apostoli nel cenacolo, a porte chiuse, la composizione
riflette quella di miniature bizantine con Cristo tra santi
[...]; il Salvatore, simile in volto al Pantocratore bizantino,
ne ha la classica nobiltà di gesto, le vesti irradiate d'oro;
negli apostoli, dagli efebi ai vegliardi, ritornano i tipi
idealistici che l'arte bizantina aveva elaborato; vi è il
comporre arioso che i bizantini avevano perpetuato dall'antico.
Ma sugli elementi che concorrono a formarne Parte si libera la
personalità del maestro, non soltanto perché li possiede così
intimamente da poterli elevare — colore, idealizzazione, schemi
iconografici e stilistici — a un nuovo proprio valore, o da
poterli modificare in commistione di altri, gotici, bensì per un
che di più profondo e intimo che trasfigura le vecchie forme: ed
è, nell'aspetto pittorico, una coscienza della forma che non si
esprime stancamente attraverso convenzioni tradizionali, ma
queste innova;
pur
conservandole, e riesce a semplicità e saldezze che qualche
volta [...1 antecedono il Quattrocento; è una vita interna che
muove gli affetti, nei gesti e nello sguardo; è un indicibile
senso della grazia, non più languidamente riflessa dall'arte
ellenistica, ma sentita con un nuovo potere di trovarla. Però
l'opera di Duccio, che per le sue qualità assolute sta in una
delle elevate sfere dell'arte, se pur non dove il processo di
creazione sia più profondo, inizia per molti aspetti la pittura
senese del Trecento, e non può esserne separata. P
Toesca nel l medioevo” 1927
Nell'atto di assumere, per trasformarlo, il classico linguaggio
dell'arte universale cristiana: il linguaggio bizantino, sembrò
veramente che Buccio ritrovasse un sapore di grecita nativa. Il
campo narrativo d'altri artisti, anche maggiori di lui, era
nella leggenda divenuta sostanza di rito, monumento religioso e
civile; oppure, come in Giotto, la leggenda si componeva in una
sorta di sintesi drammatica. Per un istinto da cui trae origine
quanto la sua arte seppe darci di più intenso, Duccio colse,
ancora una volta, la leggenda nell'atto stesso del suo formarsi;
in una realtà nella quale elementi e ricordi aulici, di
esausta eleganza, si trovan purgati e trasportati in una
intonazione primordiale. E Cecchi, in Trecentisti
senesi, 1928
continua