|
|
La storia:
Le vicende artistiche della
composizione in esame scorrono parallelamente a quelle della
Madonna di Crevole (pagina precedente). La denominazione
"Madonna Rucellai" deriva dal nome della cappella (attualmente,
cappella di Santa Caterina) nella Chiesa di Santa Maria Novella
a Firenze, dove vi rimase per circa quattro secoli, fino a
quando, nel 1937, venne trasferita in occasione della mostra
dedicata a Giotto (Giulia Sinibaldi e Giulia Brunetti, nel
"Catalogo della Mostra giottesca di Firenze del 1937, Sansoni,
1943). Oggi si trova nella Galleria degli Uffizi a Firenze.
La tavola viene identificata
nella "tabulam magnam" che fu commissionata a Duccio il 15
aprile 1285 dalla Confraternita dei Laudesi della Vergine. Il
documento, che proviene dall'Archivio di Stato di Firenze
(fonte: Fineschi nelle Memorie istoriche, ed. 1790), fa
esplicito riferimento a "Duccio quondam Boninsegne pictori de
Senis". Negli stessi ambienti della chiesa fiorentina, il
dipinto subì molteplici cambi d'ubicazione: alcune fonti (per
esempio l' Orlandi, in "Memorie domenicane" 1956, 1987)
riferiscono che sino al 1316 la composizione in esame avrebbe
ornato l'altar maggiore, mentre dopo tale data sarebbe stata
spostata dai Laudesi nella cappella di San Gregorio, adiacente
alla Rucellai, entrambe nel transetto destro.
La tavola viene citata sin
dalle antiche fonti – fine Trecento inizio Quattrocento – come
opera di Cimabue (Commento alla Divina Commedia d'Anonimo
fiorentino del secolo XIV), attribuzione confermata da tutte le
fonti successive – tra le quali il Vasari – salvo qualche
sporadica attribuzione (ad esempio all'anonimo "Maestro della
Madonna Rucellai" o al pittore senese Mino Torrita, confuso
probabilmente con Jacopo Torriti), sino alla fine
dell'Ottocento.
Neanche la pubblicazione
del Fineschi riuscì a cambiare le opinioni di alcuni insigni
critici. Il primo a porre in relazione il documento pubblicato
dal Fineschi, fu Wickhoff [Mitteilungen ..., 1899], al quale
seguirono le sottoscrizioni di Douglas [1902], Coletti ["RAS"
1905], Adolfo Venturi [1907], Weigeit [1911], Wulff (1916) e
altri, e altri. Anche questo non bastò a placare l'accesa
discussione sull'autografia relativa alla tavola, e alcuni
studiosi, tra i quali Zimmermann e Fry, continuarono ad
attribuire la Madonna Rucellai a Cimabue; altri invece
ipotizzavano un maestro diverso da Duccio e Cimabue. Comunque
gran parte della critica ufficiale propende per la completa
autografia a Duccio di Buoninsegna.
|