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In precedenza l'opera in esame
si trovava nella sagrestia - esposta sopra la porta di entrata -
del convento perugino di San Domenico. Soltanto nel 1911 si
incominciò a riferirla a Duccio di Buoninsegna (Weigelt).
Un'assegnazione, questa, assai audace a causa delle pesanti
ridipinture quattrocentesche che falsavano i carnati. La prima
ripulitura, che venne eseguita nel 1919, risultò inefficace e
fece emergere un profondo solco verticale, tale da richiedere
l'intervento, nel 1947, l'Istituto Centrale del Restauro di
Roma. Qui il dipinto subì un'importante opera di ripulitura e
restauro che portò alla luce gran parte della stesura originale,
non solo nelle figure centrali ma anche nella parte alta della
composizione, dove sono collocati gli angeli, anch'essi
ripassati dall'inopportuna stesura quattrocentesca. Vennero
rimosse le cornici indegnamente integrate nel 1919, portando la
tavola alle reali dimensioni, tanto da far capire agli studiosi
che si trattava dello scomparto centrale di un polittico andato
perduto (fonte: Catalogo della V Mostra di Restauri
dell'Istituto Centrale di Roma, 1948).
La composizione ha lo stesso
motivo e gli stessi ritmi della
Madonna di Crevole
ma evidenzia un naturalismo più genuino nel rapporto fra il
Bambino e la Madonna. Anche la forma, per una leggera tendenza
alla dilatazione, distingue il presente dipinto dalla prima
Madonna, mettendolo in relazione alla pittura di Giotto. Questo
farebbe presupporre un rapporto con la contemporanea esperienza
giottesca e, quindi, pensare (Brandi, 1947; Carli, 1952 ed
altri) ad una cronologia molto più avanzata, intorno al periodo
della Maestà (370 x 450 cm., Duomo di Siena, anno 1308-11).
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