Soavemente
chinano il capo sotto il manto azzurrino, che lascia
scoperti i capelli terminati ad angolo acuto al sommo
della fronte, e guardano con gli occhi a mandorla
socchiusi sotto le grandi sopracciglia. Il loro volto è
ovale, allungato, col mento tondo e il collo tornito; le
mani, con le lunghe dita, e disgiunte non sono snodate,
ma il loro atteggiarsi, anche per il ripiegarsi del
mignolo, non è senza delicatissima grazia. Le pieghe dei
manti sembrano serpeggiare negli orli a mo' di strisce
gotiche e ricadere co' lembi a punta. A mano a mano il
Divin Bambino sulle braccia della Vergine acquista la
vivacità propria: a Perugia siede tranquillo, a New
Haven sembra sgusciare dalle braccia materne, a Orvieto
ride come un faunetto antico, con gli occhi stretti e i
dentini bianchi e le guance rigonfie. A. Venturi,
Le vite... scritte da G. Vasari: Gentile da Fabriano e
il Pisanello, 1899
Rapporti
assai più stretti passano fra la pala di Gentile [degli Uffizi]
e la Adorazione dei Magi che i fratelli De Limburg
dipinsero nelle Grandi Ore del Duca di Berry non più tardi del
1415. Anche qui la folla dei dignitari orientali, con le
orifiamme spiegate al vento, muove da città e da castelli
lontani, accompagnata da una turba di scudieri e di mori; i
ghepardi partecipano all'ampia scena e, particolare assai
importante per/In svolgimento iconografico del soggetto, il
Bambino carezza la testa del Rè genuflesso, col gesto che il
pittore fabrianese ripete. Sono somiglianze queste che è
difficile spiegare come il risultato di un identico stato di
evoluzione della cultura e dell'arte, ma, se Gentile ebbe
occasione di vedere qualche miniatura ispirata dal mirabile
codice di Chantilly, egli lavorò amorosamente attorno a quel
primo nucleo, trasse nuovi episodi dalla vita, ed espresse la
propria idea con la maggiore semplicità di mezzi, in tutta la
sua grandezza. A.
colasanti, Gentile da Fabriano, 1909
Ma presto egli morì, e a noi appare antico, ancóra come
trecentesco pittore cortigiano, in tutte quelle forme
lussureggianti, agghindate, splendenti. In generale le sue
figure sono dipinte quali cose rare e preziose, pulite e
levigate, lustre, con fornimenti d'oro e di gemme, con drappi
regali. I suoi costumi sono inesistenti, fantastici in gran
parte, come quelli dei personaggi d'un racconto di fate. Egli
non sa muoverli, incerto delle leggi della prospettiva e degli
scorci; non riesce a costruire loro l'ambiente, ad allontanarne
il paese che sembra un vaghissimo trastullo fanciullesco con i
castellini, i cavalieri sui cavallucci in fila, le scimmiette e
gli uccelli. Il pittore che continuava la tradizione
trecentesca, volle avvicinarsi all'arte che a gran sforzo
rispecchiava la vita sociale, ma di questa riflesse soltanto,
come per giucco, ori, broccati, gioielli con ogni finezza di
orafo, con ogni vaghezza di miniatore, con ogni carezza della
mano piena di
cortesia.
venturi, Storia dell'arte italiana, VII, 1911
Tanto Gentile quanto Lorenzo [Salimbemj si adattarono alla moda
delle linee tortuose del gotico internazionale, imitarono i
costumi di origine francese, ma dell'internazionalismo furono
tocchi in elementi esteriori all'arte loro, che svilupparono dal
punto in cui era giunto Allegretto [Nuzi] secondo la diversa
capacità e il differente
temperamento. L. Venturi, Attraverso le Marche,
in L'arte, 1915
Gentile,
infatti, ama abbandonarsi alla propria visione fantastica,
lasciarsi prendere da essa, per un prezioso dono di spontaneità
che fa somigliare le sue opere a fiori sbocciati così, per una
forza ignota e miracolosa, nella rorida freschezza di un
mattino.
Facilmente
egli rinuncia al dubbio che importerebbe inquietudine e
turbamento, volentieri si sottrae alla ricerca di nuovo, che
significherebbe ansietà e contrasto; non è, e non potrà essere,
per questo, un innovatore.
Prendendo se
stesso a misura dell'umanità, di questa ignora i sentimenti più
laceranti, gli oscuri tormenti, le sconvolgenti passioni: sembra
ne ignori finanche la virtù del pianto; spirito timidamente
affettuoso, conosce e sa intendere ed esprime la malinconia, la
trepidazione, l'affanno anche; non il dolore. Tra le sue opere
cercheremmo inutilmente qualche riflesso di questo eterno
sentimento umano: anche in quelle che potremmo chiamare le sue
predilezioni iconografiche egli mostra d'ignorarlo: e infatti
non piega mai la sua arte a raffigurare scene di morte, di
patimento, di dolore, che pure erano tra i temi obbligati e più
consueti che l'arte attingeva alla religione. B.
molajoli,
Gentile da Fabriano, 1927
Di certo Dio
Padre non ebbe mai a guardiano, un più innocuo fannullone di
torneo che codesto San Michele arcipennuto, allo stesso modo che
il paradiso cristiano non ebbe mai ospiti più "incroyables" che
i santi del polittico Quaratesi. Tutta gente che non si sa come
entrasse in cielo; non certo per una cruna d'ago e, insomma,
della stessa casta di quei Magi miliardari — Nino, Sardanapalo,
Dagoberto — della Pala di Santa Trinità.
Ne dubitiamo
che anche il San Michele non appartenga a quello stesso momento
fiorentino, dei modi del pittore; momento di fasto smisurato in
cui ad una con Masolino, Gentile, dilatando teneramente la
forma, così dilata i motivi della decorazione astratta; il tempo
della pala Quaratesi e dell'Incoronazione della Vergine
del Fabrianese, come dell'Annunciazione di Masolino nella
raccolta Goldman;
dove i
motivi più lenticolari s'ingigantiscono a coprir tutta l'opera
come un solo frammento di enorme bordura immaginaria; ciò che
avveniva a Firenze intorno al venticinquesimo anno del
Quattrocento.
R. longhi, Me
pinxit, Un San Michele Arcangelo di Gentile da Fabriano, in
"Pinacoteca", 1928
Ma Gentile
ha creato qualcosa che è accetto a tutte le anime umane, che le
tocca veramente nell'intimo, ne trova la via immediata e sicura,
cioè un tipo di bellezza delicata e soavissima, che ci
affascina, anche perché nulla in esso rinnega l'umano e tuttavia
reca il segno di un mondo sconosciuto e fantastico, al quale
aspiriamo dalle più scerete profondità del nostro sogno.
E anche la
colorazione smaltata, l'inebriante ornamento, il poetico
paesaggio partecipano di questo superiore mondo incantato.
Mentre i partiti ritmici su ondulate cadenze, rotte a quando a
quando da qualche notazione ferma sembrano formare quasi
l'atmosfera musicale in cui le cose, come le ha trasfigurate
l'artista, svolgono naturalmente la loro magica vita.
L. serra, L'arte
nelle Marche, II, 1934
Eppure è
facile intendere di che peso sarebbe accertar 'come' Gentile
dipingesse in effetti sui primi del Quattrocento in Lombardia, a
Venezia o chissà dove. Giurerei che le onde della tempesta
dipinta in Palazzo Ducale tra 1'8 e il '14 e tanto vantate dal
Facio, grande ammirator di fiamminghi, eran già della famiglia
stupefacente di quelle che si svolgono intorno alla barca di
Giuliano e Marta nelle "Ore di Torino"; ma è una scommessa che,
purtroppo, non si può fare [...].
Dalle opere
più tarde del maestro (e dubito che quelle che conosciamo sian
sempre opere piuttosto tarde), si può tuttavia cavar tanto da
concludere che quel suo puntuale naturalismo di particolari,
rilegato poi nei ritmi teneri e persino un po' flaccidi del
gotico estremo, non ebbe agio di comunicarsi in alcun senso allo
spirito di Ma saccio. Sarebbe semmai da assumere cautamente il
contrario, e cioè che durante il soggiorno fiorentino qualche
tratto di novità non sfuggì all'occhio insinuante di Gentile: la
Madonna al centro del polittico Quaratesi, fiancheggiata da
angeli attenti, composti, mostra un'inclinazione a semplificare
che è pur toscana: non dico di Masaccio, ma di Masolino, almeno
o del Ghiberti o dell'Angelico. Anche a veder, nell'affresco di
Orvieto, il riso quasi sfrenato del Bimbo, il suo gesto stesso a
torcer la mano della Vergine, e questa dalle guance grevi e
affossate [...]. R.
longhi, Fatti di
Masoliao e di Masaccio, in "Critica d'arte", 1940
[...]
Gentile, capace di unire l'arabesco e il rilievo, di equilibrare
le masse colorate in un gioco sottile di opposti valori,
d'introdurre un movimento musicale in una composizione ferma e
statica; oltre a tutto, di conservare una naturalezza, una
toccante umanità in un ambiente di lusso e d'eleganza tra i più
raffinati. Così più del Pisanello, le cui forme sono più solide,
ma freddamente asservite alla resa del vero, Gentile condusse
l'arte cortese alle estreme possibilità, come lo fecero fuori
d'Italia i suoi ultimi grandi rappresentanti che cercavano di
arricchirla di valori spirituali; l'ardente sognatore, il
Maestro de Trebon (Wittingau), il mistico di importazione, il
Maestro delle Ore di Rohan. Gentile, sereno e squisito, si
contenta di lasciarci 'una dolce memoria'. ;
C. sterling,
Un tableau inédit de Gentile da Fabriano, in "Paragone", 1950
[...]
sentiamo che Gentile ha attinto ancora coerenza, equilibrio di
elementi, fedeltà alle proprie aspirazioni. In altri termini, il
maestro marchigiano, fino all'ultimo, ha saputo conservare alto
il grado della qualità dell'arte, tramite quella sua costante
serenità morale, che gli ha consentito di assimilare e
riesprimere in una propria, diversa sintesi i componenti di
culture spesso molto diverse, o addirittura antitetiche. Questo
dunque, il senso del cosmopolitismo; il significato della sua
situazione concretamente europea, 'internazionale', nella
pittura del primo quarto del XV secolo. Ma anche, diremmo, la
partecipazione di Gentile alle nuove aspirazioni del
Quattrocento. In quanto, cioè, l'artista fornisce la concreta
riconferma, tramite le proprie opere, della conciliabilità fra
l'onesta tradizione del Gotico, e il fermentare umanistico delle
nuove idee, che equivale dunque alla possibilità di trasferire,
disciogliere e risolvere senza più residui, per via osmotica e
fino alla fusione, quel ricco e ancora amabile passato entro la
diversa W eltanschauung rinascimentale. Forse, l'idea di
un Gentile da Fabriano umanista potrà far sorridere taluno; ma
certamente egli lo è nel maturo equilibrio, idealmente classico,
che la Madonna di Velletri esprime; o nella serenante e
però intensa umanizzazione dei volti della Vergine e del
Bambino, nel medesimo dipinto. L.
grassi, Tutta la pittura di Gentile da Fabriano, 1953
Converrà
allora domandarsi a che punto dell'opera di Gentile convengano
questi due pigri, elegantissimi apostoli [...]. Che essi siano
nati per i pilastri di un polittico lo dicono le misure e il
formato; e di un polittico, senza dubbio di grande impegno
suntuario come, fra quelli noti, sono stati il polittico di
Valle Romita e quello Quaratesi, proprio ai due capi opposti del
percorso di Gentile. Facile, in tal caso sarebbe indicare senza
incertezze, una inclinazione stilistica dei due Santi
Berenson verso il più antico dei due altari, tanto si prolunga,
in similissima guisa la misteriosa arcatura, l'indicibile lun-
ghezza della frase ritmica; dove trascorre in una circolazione
senza fine lo stesso torpore esistenziale dei Santi oggi
a Brera, e con la stessa lentezza dei moti che destano, la
stessa 'indifferenza' di crescere e di spandersi, nella forma,
come crescono gli steli e si espandono i fiori.
C. volpe,
Due frammenti di Gentile da
Fabriano,
in "Paragone", 1958
Ma
l'Adorazione dei Magi è opera di straordinaria complessità
all'incrocio delle più alte esperienze raggiunte in quegli anni
dalla pittura italiana; e va detto anzitutto quanto sia notevole
l'abilità senza sforzo apparente con cui il Marchigiano riduce a
proprio linguaggio elementi lombardi (le donne dietro la
Vergine), senesi (il gruppo divino derivato da Taddeo di
Bartolo) e di altra origine, rendendo l'idea di una facoltà di
sintesi – nell'aspirazione a uno stile non più regionale — che,
se non pari, è certo simile a quella che distinguerà più tardi i
suoi conterranei Raffaello e Bramante. VV.
arslan, Gentile
ila Fabriano, in "Enciclopedia universale dell'arte", V, 1958
Ma anche in
questo periodo tardo non si perdono del tutto gli elementi
mistici, in certo senso 'popolari' della sua arte; neppure a
contatto con l'alta borghesia fiorentina, che in definitiva era
il vero sostegno del movimento dell'Osservanza. Con Gentile non
si può mai dire – si veda ad esempio, la Natività che è
nella predella della grande Adorazione – dove cessino gli
elementi mistici e favolosi nella rappresentazione, nei
particolari, negli effetti di luce, e dove cominci la sua
frequente osservazione della natura. Anche l'Adorazione
risente l'influenza non solo delle Très Riches Heures del
Duca di Berry, ma, ancor più di un quadro tipicamente
gotico-popolare, l'Adorazione di Bartolo di Predi (Siena,
Pinacoteca), l'artista principe del periodo democratico a Siena.
Senza dubbio Gentile ha impresso una delicata raffinatezza alle
schematiche e bambolesche figure, riccamente vestite, di
Bartolo, goffa imitazione di un'arte aristocratica: soprattutto
ha svolto la narrazione con un realismo di particolari assai
minuto. Nondimeno perdura il rapporto stilistico, che fa
intendere come Gentile manifestamente abbia tratto da Bartolo
non solo l'affollata disposizione generale, ma anche numerosi
motivi singoli. F Antal,
la pittura fiorentina e ti suo ambiente sociale nel Trecento e
nel primo Quattrocento, 1960
Anche
Gentile, tuttavia, come tutti i pittori gotico-cosmopolitani,
ricerca e rappresenta la realtà: una realtà spicciola e minuta,
fatta di piccole cose, di oggetti, di fiori, di animali. Uno
specchio della vita cortese di quel primo scorcio del
Quattrocento, in cui però ogni più semplice forma si muta in
oggetto prezioso. Così il suo vero si trasforma e si intesse di
colori di fiaba, come fiaba era, in fondo, l'apparenza
rispecchiata nell'arte del mondo cortese del Nord.
E. micheletti,
L'Adorazione dei Magi di Gentile da Fabriano, 1963
Intento così a scavare sempre più a fondo nel proprio mondo
medievale, anche Gentile non sembra avvedersi delle grandi
novità che gli andavano crescendo vicino nella Firenze del 1425,
l'anno in cui dipinge il polittico Quaratesi. E se qualche cosa
traspare in lui dell'ambiente fiorentino, sono sempre accenti
ghibertiani dei nobili profeti sdraiati sulle cuspidi
dell'Adorazione e forse masoliniani nel polittico Quaratesi.
Qui tuttavia vi è pure una insolita semplificazione di forme,
una nuova misura decorativa, che ricompare nella bellissima
Madonna adorata da San Lorenzo e San Giuliano, di collezione
privata francese, pubblicata dallo Sterling, cui si aggiunge un
sentore appena di plasticità e di spazio nel volto proteso e
scorciato di San Lorenzo, acutamente pensoso.
Vedeva forse giusto il Vasari che parlava con entusiasmo della
predella del polittico Quaratesi come della cosa più bella di
Gentile. Qui Gentile si inoltra sulla strada di intimismo
luminoso e sentimentale iniziata nella predella
dell'Adorazione e raggiunge toni di alta poesia nella scena
degli infermi alla tomba di San Nicola [...] con quell'andirivieni
di povera gente malata, l'ossessa, lo storpio, il paralitico
portato a broccia [...]. L.
castelfranchi vegas,
II Gotico Internazionale in Italia, 1966